L'INTERNAZIONALE INDIGENA

Jesus settembre 2005

Sono almeno 300  milioni ma noi non li vediamo; oppure, se guardiamo loro, ci sembrano diversissimi gli uni dagli altri, e dunque non un popolo ma dozzine e dozzine di piccole etnie. In effetti, difficile trovare similitudini fra gli yanomani evangelizzati nel Mato Grosso da monsignor Casaldaliga e i maya guatemaltechi

che seguono Rigoberta Menchù, fra i campesinos peruviani cantati dal grande Manuel Scorza e i siringueiros dell’Amazzonia che ancora ricordano come un profeta Chico Mendes, assassinato dai latifondisti.

Adorni di piume o vestiti in abiti che, secondo le prescrizioni degli antenati, devono ricordare gli arcobaleni, con le grandi mani dei minatori boliviani o con le piccole mani delle guaritrici della Patagonia, i popoli indigeni, cioè quelli che abitano da secoli e secoli i territori che gli europei considerarono “di conquista”, ci appaiono fra loro dissimili quanto noi da loro. E invece, da qualche tempo, non è più così.

Essi stanno prendendo consapevolezza delle loro somiglianze, della tragedia che li ha consumati e tuttora li minaccia. La globalizzazione, che sinora ha voluto dire per loro soltanto dominio dei “bianchi”, rapina delle loro ricchezze naturali, deportazioni, repressioni, incessante tentativo di privarli delle  loro culture (lingua, costumi, riti, espressioni artistiche) e di ridurli a povere caricature folkloristiche, adesso ha stabilito, senza volerlo, connessioni fra etnia  e etnia, comprensione di una strettissima comunità di storia e di destini. Stanno tessendo fra loro, come s’è visto il mese scorso all’ONU (ma ben pochi giornali italiani  ne hanno parlato), patti d’unità d’azione e, innanzi tutto, comuni appelli alla sensibilità dei “grandi” popoli.

Gli “indigeni” (è triste dover riconoscere che la parola ha per noi, quasi sempre, un

  significato sprezzante) sanno che nei 513 anni della conquista dell’America cosiddetta “latina” sono stati sterminati dalla violenza degli europei e dalle malattie che essi hanno portato con sé almeno 110 milioni di “indios” (anche in questa dizione è contenuta, del resto, la negazione della loro identità). Sanno che nel Chiapas e nell’Ecuador così come, per parlare di altri continenti, in Alaska, in Papuasia, nella Siberia del Nord, le loro terre sono immense zattere che galleggiano su mari di petrolio, ma quella ricchezza, come è ormai chiaro, non è per loro. Hanno visto il peggiore capitalismo far leva sulla loro povertà per spremere da essa altri soldi; come nel recente tentativo di privatizzare l’acqua potabile in Bolivia; e proprio in Bolivia gli indigeni hanno bloccato questo tentativo con un coraggio che è difficile riscontrare in popoli che osiamo considerare “più evoluti”.

L’appello dei popoli indigeni all’opinione pubblica internazionale perché finalmente giustizia sia fatta anche per loro dovrebbe essere letto nelle scuole per la dignità con la quale  è stato formulato. Del resto, chiunque, abbia avuto rapporti con queste etnie, sa quali valori essi incarnino. Anni fa mi capitò di fare qualcosa per una tribù dell’Amazzonia. Ricevetti più tardi una breve lettera da un missionario: “Vogliono che io ti dica: Dio sia con te. Non  possono dirti grazie perché nella loro lingua questa parola non esiste, essendo per loro naturale aiutarsi a vicenda”. Oggi quell’etnia non esiste più, distrutta dalle malattie.