I DELITTI DELLA GENTE BENE
JESUS, febbraio 2007
Credo che dobbiamo pensarci, ancora e ancora. C’è un agghiacciante contrasto fra l’abitazione dei coniugi di Erba e il teatro dei loro delitti. Gli assassini non si sono mossi nel degrado, nella brutalità di certe situazioni di miseria in cui persino il più stretto dei famigliari appare un temuto concorrente alla propria fame di cibo o di dignità. Gli assassini sono usciti da un appartamentino tenuto “in ordine” quasi ossessivamente, con un piccolo salotto (mai usato), quadri elegantemente incorniciati, piante in vaso attentamente curate e una cucina meticolosamente pulita. Nel compiere la loro strage, si sono portati dietro il profumo di cera o di deodoranti che era il simbolo del loro perbenismo. L’orgia di sangue che a un certo punto si è scatenata non ha toccato soltanto gli individui ma le stanze, i muri, i pavimenti. E’ una costante quando gli omicidi sono “brava gente”, non criminali che agiscono, per esempio, per rapina. Quando facevo il cronista, ricordo di essere entrato in un appartamento in cui il sangue delle vittime era schizzato sin sui soffitti. E’ come se gli assassini volessero dire che non esiste vita degna di essere vissuta, se non la loro, nessuna casa degna di essere pulita e onorata se non la loro.
Hanno costruito la propria abitazione con sacrifici e dedizione. Nelle aziende in cui sono impiegati hanno spesso richiesto di fare “straordinari” per guadagnare di più: “grandi lavoratori” è la prima definizione che ne hanno dato, dopo la strage, i colleghi o i superiori. Un po’ alla volta la loro casa è diventata il loro capolavoro, ogni elettrodomestico un successo e un premio a una vita dura. Ma proprio perchè quel luogo è divenuto così importante, un contenitore perfetto per la loro solitudine “a due“ in quel luogo gli assassini vivevano come su una pericolosa frontiera. Loro non chiedevano mai ai vicini il prestito di una tazza di zucchero o di una lampadina. Non davano confidenze. La realtà è che nessuno avrebbe dovuto esistere al di là delle loro pareti. Mantenere integra la loro conquista significava per loro resistere a una continua aggressione. Il pianto di un bambino o una cartaccia sulle scale condominiali era uno sfregio non soltanto alla loro tranquillità ma alla loro incolumità.
Perché così soli, i due assassini? E non sono la punta di un mostruoso iceberg di “brava gente” che odia l’Altro, tutti gli altri perchè, in mancanza di un’esperienza comunitaria, se ne sente aggredita? Certe riunioni di condominio, come certi comitati di quartiere, mostrano grumi di aggressività che nascondono una fonda paura. La nostra è diventata una società di porte sbarrate.
Un’altra domanda mi tormenta. Che fa la Chiesa, che facciamo noi-Chiesa di fronte a questo radicale stravolgimento del vangelo, che ci chiede di leggere il volto del Cristo nel volto dell’altro, ci apre alla speranza, all’ accoglienza, alla fraternità e alla solidarietà? Non è il momento di accorgerci che l’Italia è diventata terra di missione?