La tortura, figlia naturale della guerra
Jesus giugno 2004
A São Paulo del Brasile c'era un carcere che era diventato una specie di centro della tortura. All'epoca della dittatura militare, vi passarono centinaia di persone. Si chiamava "Tiradentes", lo hanno demolito qualche mese fa. In tutta l'America Latina stanno demolendo le prigioni in cui le camere di tortura negli anni '70 e '80 funzionavano giorno e notte; o le trasformano in musei (come, a Buenos Aires, la scuola di Ingegneria militare in cui furono seviziate migliaia di giovani, poi drogati e gettati in mare dagli aerei militari): per non dimenticare, perché "nunca màs", non avvenga mai più.
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Ho cominciato a occuparmi di torture nel 1974 quando, all'associazione di solidarietà internazionale che avevo fondato, arrivarono notizie circo-stanziate su ciò che avveniva in Brasile e, più tardi, in Cile, Uruguay e Argentina. Quasi vent'anni più tardi la unanime fiducia dei gruppi parla-mentari, mi chiamò a presiedere il Comitato della Camera per i Diritti Umani. Per trent'anni, insomma, ho letto terribili dossiers e ho incontrato decine di persone orrendamente seviziate. Sono parole e persone che non dimenticherò mai più. Spasimando (talvolta persino vomitando, per l'orrore), mi è toccato diventare un "competente". Le immagini che arrivano dall'Iraq non mi hanno meravigliato. Posso dire che, purtroppo, con angoscia, le attendevo. Perché la guerra è sempre feroce, porta sempre con sé la degradazione dei militari, si tratti di guerre guerreggiate o di guerre "interne", come quelle combattute, in America Latina. Se un uomo (o una donna) vengono spinti a uccidere, rischiando ad ogni istante la vita e gli spiegano che il nemico non è un uomo ma la personificazione del Male, è inevitabile che chi è meno forte dal punto di vista etico diventi spietato (cioè: senza pietà). Se poi gli garantiscono che, attraverso la tortura, può apprendere notizie che evitino la morte di commilitoni o connazionali, si convince che si debba incrudelire su quella specie di belva che è nelle sue mani. E quando, infine, il carceriere ha provato il senso di onnipotenza che gli nasce dentro nel vedere strisciare davanti a sè una creatura ridotta a un grumo di sangue e di dolore, beh, allora la tortura diventa per il carnefice un vizio, una droga alla quale non riesce più a sottrarsi.
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Ricordando le terribili cose che mi sono state confidate (e provate) penso di dovere, per così dire, certificare la loro radicale negazione della dignità dell'uomo (e della donna) vittima o carnefice. Ma questa negazione è ancora più radicalmente negazione del vangelo. Nel vangelo Gesù si presenta come colui che salva dalla paura: "Non abbiate paura" è la sua esortazione e quella degli angeli di Dio. La tortura è invece il sistema di infliggere a una o più persone il terrore, la convinzione che la vita è soltanto oscurità e dolore. L'amore di Gesù muta radicalmente il peccatore o la peccatrice, ne restaura la dignità. La tortura inchioda il prigioniero alla sua inermità, lo demolisce psichicamente, spesso per sempre.
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A frei Tito de Alençar, domenicano del Brasile, il capitano Albornoz, prima di torturarlo, disse: "Non ti lasceremo segni sul corpo. Ti spaccheremo dentro". Ci riuscirono. Lo costringevano ad aprire la bocca: "Prendi l'Ostia"e gli ponevano gli elettrodi sulla lingua. Scarcerato ma espulso dal suo paese, frei Tito riparò dai suoi confratelli francesi. Una volta, durante un gelido acquazzone, il portinaio del convento lo vide in piedi, immobile. "Padre, padre, venga a ripararsi". "Non posso: il capitano non vuole". Frei Tito vedeva ovunque il carceriere, che gli negava la vita. Un giorno, per essere libero, si impiccò a un albero con la cintura del saio. Nelle stesse ore, a ventimila chilometri di distanza, il capitano Albornoz dovette essere ricoverato in manicomio.
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Non sono storie lontane da noi. Ci sono sul territorio europeo un milione e mezzo di persone che chiedono asilo politico, quasi tutte passate per le camere delle torture. Pochissime sinora hanno ricevuto aiuto. Molte hanno vissuto per mesi in assoluta povertà, poi sono state rispedite nei paesi di provenienza. L'Italia è fra le nazioni più avare di aiuti. Domenica 20 giugno l'ONU chiede di celebrare la Giornata mondiale del Rifugiato. Nel frattempo in Italia la maggioranza ha votato una legge per la quale la tortura deve essere condannata soltanto se "reiterata", inflitta più volte.