OCCHIALI “RIFLETTENTI”? CHE ORRORE!
JESUS giugno 2006

L’estate mi riporta con maggiore frequenza una constatazione: detesto gli occhiali da sole “riflettenti” o come diavolo si chiamano, quelli che non lasciano intravvedere gli occhi di chi ti guarda. Cerco di non detestare chi li indossa ma ci riesco con fatica. Poiché gli oculisti certificano che queste lenti non hanno alcuna ragione medica, mi trovo spesso a domandarmi se i loro proprietari siano patologicamente timidi oppure desiderosi di non mostrare i loro sguardi perché intendono posarli segretamente sull’intimità del prossimo senza, per così dire, assumersene la responsabilità.
La ragione più vera, tuttavia, per la quale detesto quegli occhiali è che essi piacciono smodatamente a chi ama esercitare il proprio potere personale sugli altri. Il cinema lo sa bene: dal poliziotto turco dell’immortale “Topkapi “ai gangsters più sadici dei thriller americani, i protagonisti della violenza compaiono spesso con le lenti a specchio. Le quali sono anche la caratteristica di persone assai più importanti. Tanto per fare un nome, le portavano immancabilmente Pinochet e i suoi sgherri. Il messaggio che quegli occhiali indirizzavano allora ai sudditi era: non puoi vedere i miei occhi perché la mia anima non esiste, io sono una macchina che non conosce pietà, e dunque può distruggerti come si schiaccia un insetto.
Forse per la stessa ragione (di evocazione di una forza oscura e misteriosa) le lenti a specchio fanno parte di quella divisa più o meno informale che connota le body-guards, personaggi nuovi, o quasi, del panorama politico italiano. Le scorte ci sono sempre state ma un tempo erano composte da agenti in borghese con l’aria modesta e talvolta ingannevolmente mite; professionisti seri e, come dimostrarono più di una volta, pronti a reagire con prontezza. Dall’11 settembre 2001 la tipologia è mutata: sono comparsi giovanottoni palestrati, con il chewing-gum in bocca e l’auricolare, modi sgraziati e, appunto, occhiali riflettenti. Che siano più attivi dei loro predecessori non mi pare: quando un piccolo provinciale con il complesso di Carlotta Corday decise di aggredire Berlusconi lanciandogli un treppiedi da macchina fotografica, potè agevolmente colpirlo. Da allora la scorta del Cavaliere si è infittita e così è avvenuto per quella di altri uomini politici, per la verità molto più del centro-destra che del centro-sinistra.
Può darsi che la mia sensazione sia del tutto sbagliata ma questo muro itinerante di muscoli e di orbite nere intorno a tanta parte del ceto politico a me pare un altro sintomo del distacco fra i cosiddetti rappresentanti del popolo e la gente comune. Un dialogo diventa quasi impossibile se ci sono diaframmi fra persone; è difficile immaginare che i VIP ci vedano, noi e i nostri problemi, da dietro la loro corte armata, e non amino piuttosto riflettersi nelle lenti dei loro custodi. Una mia amica, eletta senatrice, mi scriveva giorni fa di avere rischiato a palazzo Madama una crisi di claustrofobia, sentendosi come rinchiusa in una serra. Lei ne provava tristezza e un po’ di rabbia, ma certi suoi colleghi la serra cercano di portarsela con sé anche quando vanno in giro per le strade dei comuni mortali.