LETTERA118

ottobre-novembre 2006

1. Lettera aperta a Giorgio Bocca

Caro Bocca, non riesco a togliermi di dosso il disagio che ho provato quando ti ho visto, giorni fa, e sentito, in “Che tempo che fa”, trasmissione televisiva che, giustamente, ha una grossa audience fra i giovani. Sei sempre stato un tipo di scorza dura, talvolta persino troppo, ma qui sei apparso non soltanto un vecchio stanco (a 85 anni ne hai bene il diritto) ma un intellettuale rassegnato a considerare l'Italia un paese marcescente, per non dire perduto. Hai detto di avere scoperto che più della metà degli italiani è fascista, che nascere a Napoli è una tragedia irreparabile... e quanto più il conduttore Fazio, spiazzato da tanto pessimismo, cercava di suggerire che le tue erano utili “provocazioni” tanto più tu accentuavi l'aura tragica del tuo dire. Sono certo che in molti abbiamo tratto un involontario sospiro di sollievo quando te ne sei andato.

Io ho sette anni meno di te. Fisiologicamente è poca cosa, e difatti cammino anch'io col bastone; dal punto di vista della storia “quegli” anni sono invece un abisso: tanto per dire, tu hai fatto la Resistenza mentre io ero un ragazzo, confuso. Ricordo come fosse ieri quando arrivasti al “Giorno” di Italo Pietra (doveva essere il 1961 o 62). Ti precedeva una chiara fama di grande giornalista, capace di scrivere in poche decine di minuti un “pezzo” di cronaca di alta classe o di raccogliere in breve tempo prezioso materiale per un'inchiesta su qualche spinoso problema. In occasione del viaggio di Paolo VI in Terra Santa, Pietra mandò te e me a seguire l'avvenimento. Stando insieme a Gerusalemme, vidi con quale straordinarie dedizione e intelligenza lavoravi.

Ma il tuo arrivo al “Giorno” non aveva significato soltanto il potenziamento di una redazione che andava innovando il giornalismo italiano: era anche (così lo vedemmo in molti) un ulteriore rinforzo alla comune decisione di impegnarci contro ogni rinascita del fascismo. C'era appena stato il governo Tambroni In quel tempo il giornale veniva assediato dai sostenitori della “normalizzazione”, e ci sembrò ottima cosa che l'ex partigiano Bocca si aggiungesse agli ex comandanti partigiani Pietra e Murialdi, redattore capo.

Sono passati anni e anni, il “Giorno” ha agonizzato, noi due non ci siamo più incontrati, ma io, ovviamente, ho continuato a seguire ciò che andavi scrivendo, benissimo. Ruvido come eri, non hai mai cercato di esser simpatico, e anche tu hai preso le tue brave cappellate (per esempio una certa cotta per la Lega); ma più spesso hai continuato a servire il lettore e la verità, scavando nei sotterranei della democrazia italiana, identificando cialtroni e ladroni e additandoci senza retorica, quando li scoprivi, i protagonisti delle civili battaglie in difesa dello Stato e della legalità. Mentre andava estinguendosi una generazione di giornalisti coraggiosi, tu sei rimasto in attività, con la testardaggine per cui è famosa la gente della tua provincia, senza contorsioni di galatei o di fariseismi. Per questo in molti ti abbiamo voluto bene – e te ne vogliamo. Anche tu, come altri grandi vecchi, ci hai ribadito la necessità di essere fedeli alla Costituzione nata dalla Resistenza, agli ideali che la Resistenza aveva fatto scoprire a un popolo infettato di cinismo dalla sua disgraziatissima storia nazionale. Ci hai chiesto più volte, negli anni scorsi, senza prediche o moralismi, di essere animatori della democrazia, e non suoi distratti utenti o passivi disertori.

Anche per questo quella recente esibizione televisiva di tragico pessimismo (anzi: di desolata resa a una situazione irreparabile) ci ha addolorato e ci è sembrata indegna di te, della tua storia: della tua bella storia di professionista e di cittadino. Vorremmo, se la tua è dolorosa depressione psichica, stringerti con forza la mano, dirti che sei ancora utile all'Italia, anzi: necessario; e poi che, certamente in molti tuoi estimatori, non condividiamo il tuo lutto per ciò che te pare (o affermi) definitivamente crollato o cancellato o mai esistito.

Molte delle cose che hai detto nel corso della trasmissione sono vere e niente, davanti ad esse, sarebbe più stupido di un ingenuo ottimismo. Un giornalista non deve cantare ninna-nanne al suo pubblico e forse, anzi, la sua funzione è quella dell'inquietatore, del campanaro che quando è necessario suona “a martello”. Ma tu sai bene che la camorra, la ndrangheta, la mafia sostenute per anni dall'andreottismo (e ormai organizzata in eserciti e ditte con centinaia di migliaia di dipendenti) sono soltanto un lato della medaglia italiana.

Dall'altra parte ci sono milioni di persone per bene: di servitori dello Stato che le destre considerano rompiballe a causa della loro fedeltà alle leggi, di insegnanti sottopagati ma amanti del loro mestiere e dei ragazzi con i quali lavorano ogni giorno, di poliziotti onesti e coraggiosi, di coraggiosi e onesti magistrati. Forse nei tuoi lavori di scavo nella palude italiana hai troppo ascoltato “professionisti della politica” e accumulato cifre ufficiali; e hai guardato soltanto con la coda dell'occhio gli anonimi manovali del giusto vivere, i piccoli gruppi dei resistenti allo strapotere del danaro, alla follìa consumista, i volontari votati ai problemi della povera gente, i quasi silenziosi ma non per questo meno attivi appassionati di una cultura che è l'esatto contrario delle televisioni del Cavaliere e dei loro dirimpettai e omologhi di viale Mazzini. Dalle cooperative della Locride minacciate dalla ndrangheta perchè ne sfidano la prepotenza alle migliaia e migliaia di uomini e donne di buona volontà che invece di discutere accademicamente sulla liceità del velo creano reti di macro-ecumenismo

Non mi rispondere, per favore, che si tratta di minoranze ectoplasmatiche, incapaci di mutare le dimensioni del sottosviluppo culturale, dell'egoismo rampante dei fans di Berlusconi, del feroce egoismo delle corporazioni, del pressapochismo economico delle destre, pronte a dilapidare il futuro dei nostri figli – e, più, quello dei nostri nipoti. Non mi rispondere con quello che sembra realismo politico: se quel realismo tu non fossi stato capace di sfidarlo con la tua speranza, non saresti mai salito in montagna.

I giovani, oggi, quelli che pensano, sono stufi di ideologie, di dottrine, di parole. Guardano piuttosto alla coerenza dei vecchi che hanno incontrato ai margini dei loro tentativi di crescere; ne mutuano l'atteggiamento nei confronti del futuro, cercano di scoprire, se esiste, la felicità (ma sì: usiamo questa parola scomparsa. temuta) di certi ricordi di doveri adempiuti. Chi ha visto in anni recenti masse di giovani circondare Arturo Paoli, Pietro Ingrao o padre Zanotelli per ascoltarne non appelli retorici ma necessità etiche testimoniate in una lunga vita, sa quanti e quante giovani hanno fame e sete di speranze, difficili e testarde. Chi ha contemplato con commossa attenzione i Forum Sociali convocati in nome della speranza (“Un altro mondo è possibile”) sa che esistono ancora nel nostro tempo fonti di chiarità, di generosità, di disponibilità a non arrendersi alla crisi di civiltà che sembra dominarci.

I giovani hanno diritto alla verità, ma anche alla speranza. Se la nostra vita ne ha avuto i colori, perchè credere che la nostra speranza fosse più legittima delle loro? In nome di quale amore per i giovani dovremmo diventare “profeti di sventura”, per usare un'espressione del vecchio papa Giovanni XXIII? Che se poi i nostri acciacchi, la nostra crescente debolezza, la sensazione di essere tumultuosamente sospinti ai margini della società dovessero farci inclinare alla disperazione, allora credo fermamente che noi vecchi dovremmo, se amiamo i giovani, usargli la carità del silenzio.

 

2. Israele e la sua anima

La mia LETTERA sulla pratica impunità concessa dalla opinione pubblica internazionale a qualunque iniziativa dello stato di Israele mi ha fatto ricevere alcune lettere, quasi tutte civilissime, da parte di ebrei italiani che hanno voluto ribadirmi la loro necessità interiore di fedeltà alla loro “patria ideale”. Mi sembra importante far conoscere a loro e a tutte le lettrici e i lettori di questi fogli un'intervista “da ebrea ad ebrea” su “l'Unità”. L'autrice è Clara Sereni.

Gli occhi, già normalmente bellissimi ed espressivi, adesso mandano lampi. Manuela Dviri, più che triste, mi sembra arrabbiata. Israeliana nata e vissuta fino a vent'anni in Italia, Manuela Dviri è diventata attivista per la pace dopo aver perduto nel 1998, nella striscia di sicurezza, in Libano, un figlio amatissimo. Il suo progetto “Saving children”, gestito dal centro Peres per la Pace, ha salvato più di tremila vite palestinesi bambine, curate negli ospedali israeliani quando e se in quelli palestinesi le strutture non erano all'altezza. Ma c'è anche la formazione di personale medico, la condivisione di strumenti e di competenze: salvare un bambino vuol dire tessere relazioni, imparare che l'altro non è soltanto il tuo nemico, collaborare , conoscersi.

La sua ostinazione a raccogliere attorno al progetto aiuti ed affiancamenti, a partire da quelli di molti Enti locali italiani (Umbria, Toscana, Marche, Emilia Romagna, Lazio), dà frutti che travalicano le previsioni, e consente il dispiegarsi delle diplomazie parallele, quelle nate dal basso, forse alla fine le più efficaci nella complessa geografia mediorientale. Riconoscendo il valore di quel che fa, le hanno anche conferito numerosi premi e riconoscimenti. Dunque dovrebbe essere contenta, ma visibilmente non lo è.

Perché sei così arrabbiata, Manuela?

Ogni tanto non ne posso più. La situazione in Israele , in questa fragile tregua dopo la guerra, è molto preoccupante, i pericoli tanti (dalla classe dirigente che è in bilico e sotto inchiesta all'esercito che chiede rivincita, ai rapporti con il mondo arabo e con i vicini palestinesi), ma continuo a sentir dire dagli ebrei della diaspora che io , per esempio, non la capisco mica bene, la situazione di Israele. Che sono pacifista perché mica li conosco, gli arabi: penso che ci si possa fidare di loro, e invece…

Il piccolo dettaglio, quello che periodicamente mi manda fuori dalla grazia di Dio, è che io in Israele ci vivo, e loro no. Che io conosco questa realtà e pago per le decisioni prese dal governo del mio paese e loro no. Pensano (suppongo in buona fede) che schierarsi acriticamente a favore dello Stato di Israele sia il modo migliore per salvaguardarne non solo l'esistenza, ma la purezza, il suo continuare ad essere uno Stato speciale, un luogo dello spirito e non uno Stato come tutti gli altri, con i pregi e i difetti di tanti altri. Criticano me, criticano molti altri attivisti israeliani (ma non i politici o i capi di stato , quelli no…), criticano tutti coloro che cercano di aiutare criticamente il Paese ad uscire da una situazione di stallo e di rischio, così si sentono a posto con la coscienza, magari anche raccogliendo fondi per progetti, che spesso sono anche fuori dal tempo e dalla realtà di Israele oggi.

Cosa dovrebbero fare, secondo te, gli ebrei italiani, e in generale gli ebrei della Diaspora?

Hai presente quei genitori che, chiamati dagli insegnanti per segnalare un problema serio, concreto (una balbuzie, una dislessia), difendono a corpo morto il proprio figlio, adducendo ogni serie di motivazioni, anziché affrontare il problema vero e tentare di risolverlo? Ecco, bisognerebbe che si smettesse di fare così, di trovare scusanti per ogni errore o problema.

A noi israeliani non serve che ci si trinceri ogni volta dietro la Shoah, che pure resta un segno tragico e incancellabile della nostra storia. A noi israeliani serve che ci si aiuti a capire fino in fondo la realtà in cui viviamo e che determiniamo, e cosa possiamo fare per uscire dal cul-de-sac in cui ci troviamo. E, per tutti, è necessario che lo si capisca in fretta: prima che l'Iran si doti dell'atomica, prima che i fondamentalismi di ogni tipo trovino armi (non solo militari) ben peggiori delle attuali.

Un esempio fra tanti: la situazione di Gaza. Una situazione che è ben poco definire drammatica, e scandalosa. I cori della Diaspora vanno nella direzione di ignorarla. E io mi chiedo, e lasciamo per il momento da parte la questione morale, cos'è più utile, per Israele, che si lasci imputridire la situazione nella Striscia fino all'esplosione, che ci riempirà tutti di fango, o non invece cominciare noi ad affrontare il problema, intervenendo fin d'ora per il miglioramento delle condizioni di vita a Gaza?

Sia da parte israeliana che palestinese si insiste continuamente sulla rivendicazione delle proprie sofferenze, come se la questione di due popoli e due Stati potesse essere risolta pesando su una bilancia il dolore degli uni piuttosto che quello degli altri. Come pensi che se ne possa uscire?

Anche nella vita quotidiana, e per problemi ben minori di quelli di cui stiamo parlando, la propria sofferenza è immancabilmente più “importante” di quella altrui. Per non dire che se si lega il diritto alla terra a un'investitura divina, l'unica conseguenze può essere l'acuirsi dei contrasti religiosi. Dunque non è in questa direzione che può muoversi la speranza.

Ci vuole la politica: quella dal basso, fatta di progetti di cooperazione che aiutano a conoscersi, a misurarsi attorno ai problemi e non alle ideologie. E la politica “alta”, quella dei dirigenti politici e delle diplomazie.

Sui progetti di cooperazione capisco come gli ebrei della Diaspora, e non solo loro, possano dare il proprio contributo. Ma sulla politica alta?

Tutti abbiamo imparato quanto l'opinione pubblica pesi sulle grandi decisioni. Certo, se la gran parte dell'ebraismo internazionale si schiera con Bush e la sua guerra preventiva, con l'idea che questo sia il modo migliore per salvaguardare Israele, è ben difficile che quel peso sia positivo. Ma si può cambiare. Si può aiutare Israele proponendo nuove idee, e creative, per la risoluzione del conflitto, l'abbiamo visto anche ultimamente, con l'importante intervento dell'Italia nella sua mediazione tra le parti .

Tutto è possibile, ma bisogna provarci, non solo commuoversi e soffrire per noi. Si può aiutare Israele cercando di conoscerlo meglio , seguendo più da vicino , ricordandogli come è nato, uno Stato compiutamente laico, forte di un progetto che ha prodotto risultati eccezionali (la rivitalizzazione della lingua ebraica, ad esempio, la costruzione stessa di un paese così straordinario e unico in meno di sessant'anni) ma che va sempre più smarrendosi nelle secche di problemi tipici di tutte o quasi le economie post-capitaliste, più qualche altro “piccolo” dramma in sovrannumero. La fine del mito onnipotente di Tzahal come esercito perennemente vincitore, che produce un netto senso di lutto non solo in Israele, può essere l'occasione per aiutarci a capire fino in fondo che non c'è vita per noi - vita fisica e vita comunque degna di essere vissuta – senza pace.

Israele resta, in Medio Oriente, l'unico Stato con strutture compiutamente democratiche, e di questo tutti gli ebrei vanno giustamente fieri. Ma se qualcuno ci aiutasse a studiare fino in fondo quanto la nostra democrazia, come quella di altri Paesi, si sia deteriorata in tanti anni di guerra, credo che questo sarebbe molto più utile delle pacche sulle spalle, inevitabilmente complici, che così di frequente ci rifilano.

Io personalmente non so che farmene di pacche sulle spalle. Voglio e devo pensare al futuro dei miei figli e dei miei nipoti. Voglio vivere in un Paese in cui tzedakà , giustizia, torni ad essere una parola-chiave: per tutti quelli che vivono al suo interno – arabi-israeliani inclusi -, e per tutti quelli che, all'estero, lo sentono come parte della propria identità.

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Mirabile, non è vero? E grazie, Manuela. Il “tuo” Israele sia benedetto dal Signore della Tzedakà.

A tutti voi un saluto affettuoso e riconoscente

Ettore Masina

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