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Diario
1. L’oscena inutilità della guerra
16 dicembre.
Ho scoperto, per caso, che esattamente novant’anni fa terminava
una delle più atroci battaglie della storia.
I tedeschi si ritirarono dalla piana di Verdun, nella Lorena . nove giorni
prima del Natale 1916. Quando se ne andarono, dopo nove mesi di feroci
combattimenti, la pianura e le basse colline di quella zona (250 chilometri
dalla capitale francese; “la porta di Parigi”, secondo gli
strateghi) erano un’ enorme tomba di fango in cui giacevano, massacrati,
due interi eserciti. Dal febbraio di quell’anno i cannoni tedeschi
e quelli francesi avevano tempestato di colpi, giorno e notte, ininterrottamente,
le trincee nemiche. Gli storici annotano: 2 mila cannoni, 21 milioni di
proiettili sparati. Dove oggi vivono 30 mila persone si accalcarono, in
quei tempi di dannazione, per morirvi o per sopravvivere, marchiati per
sempre dall’orrore, più di un milione di soldati. Fu tra
le battaglie più gigantesche della storia: i caduti francesi furono
163 mila, 216 mila i feriti e i mutilati; i tedeschi, rispettivamente
143 mila e 196 mila. Decine di migliaia di feriti non sopravvissero. Sulle
rovine di cinque villaggi, completamente cancellati dalle bombe, ogni
giorno migliaia di soldati uscivano dalle trincee in cui avevano dormito
all’addiaccio sotto una pioggia insistente per andare all’assalto
con le baionette inastate. Sventrare almeno un nemico era l’ordine
che ricevevano ogni volta dagli ufficiali. Migliaia di soldati morivano
ogni giorno per l’effimera conquista di un rialzo di terreno che
meritava appena il nome di collina. La civiltà, la vita “normale”,
la possibilità di sorridere, di innamorarsi, di contemplare il
cielo, di dormire in un letto, persino di morire in un letto, sembravano
cose lontanissime. Più tardi i veterani di Verdun sarebbero stati
guardati con orrore dagli altri soldati: si erano “abituati a camminare
senza neppure accorgersene sui cadaveri dei commilitoni”; e avevano
ascoltato il suono dei denti di enormi topi che li divoravano.
La battaglia di Verdun fu ritenuta così importante dai capi politici
e militari francesi che la strada sulla quale venivano inviati rinforzi
e munizioni ai combattenti fu chiamata “Via Sacra”; ma i soldati
conoscevano la verità, cantavano una terribile canzone che diceva:
“Et tout ça pour rien, et tout ça por rien”,
tutto questo per niente.
Migliaia di militari dell’una e dell’altra parte furono fucilati
per ordine dei generali: l’accusa era di diserzione o di codardia.
In realtà erano uomini che rifiutavano di essere tramutati in macellai
di uomini o in carne da macello. Benedetto XV parlò allora di “inutile
strage”. Qualche tempo fa papa Ratzinger ha definito Verdun “momento
oscuro della storia del Continente”, il quale “deve restare
nella memoria dei popoli come un evento da non dimenticare mai e da non
rivivere mai”.
Verdun denunzia la oscena idiozia delle guerre, la loro inutilità.
Il primo conflitto mondiale provocò in Europa mutamenti di confini
che avrebbero potuto essere ottenuti per via diplomatica. “Bruciò”
due generazioni umane di europei (le vittime italiane furono 600 mila)
con il risultato di seminare povertà e disperazione, le quali nutrirono
la diffusione del fascismo e del nazismo. I generali che avevano comandato
le truppe di Verdun rivelarono negli anni successivi di essersi abituati
a considerare le persone poco più che insetti: il maresciallo Hindenburg
spianò a Hitler la via del potere, il maresciallo Petain collaborò
con Hitler nella deportazione degli ebrei. Nel resto del mondo non vi
furono mutamenti se non nominali: i possedimenti coloniali tedeschi passarono
alla Francia e alla Gran Bretagna e i loro popoli continuarono a essere
crudelmente sfruttati. Le grandi industrie europee e americane (la Krupp,
la General Motors, la Fiat, la Renault) furono le uniche a trarre enormi
benefici dalla prima guerra mondiale. E venticinque anni dopo scoppiò
la seconda, quasi che la prima non ci fosse mai stata.
2. I PACS, un attacco alla famiglia?
20 dicembre
Non riesco a comprendere l’accanimento con il quale il papa e il
Vaticano si battono contro i PACS. Dare ordine, rilevanza sociale a situazioni
socialmente “disarticolate” non mi pare iniziativa da proscrivere;
ma poi perché ostinarsi a vedere nei “patti” soltanto
un problema di coppie omosessuali e non, assai più ampiamente,
di legami che rispondono alla logica dell’amore e della solidarietà?
Nel momento della sua agonia, “Gesù, vedendo la madre e lì,
accanto a lei, il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna,
ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo:”Ecco tua madre!”.
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”....
3. La Lettera di San Giacomo e il cardinale Ruini
21 dicembre
Mina Welby non è una donna qualunque, basta guardarla in faccia:
gli occhi stanchi di chi ha avuto sonni continuamente interrotti, il volto
con le rughe di chi troppe volte ha dovuto fingere un sorriso o nascondere
un pianto.. Ha mantenuto in vita il suo uomo per una catena di giorni
che sembrava infinita, come solo certe donne eroiche sanno fare quando
il marito diventa un lungo degente e loro sono costrette a trasformare
l’amore che gli portano, a diventare madri di un bambino senza bellezza.
Sul corpo che un tempo si strinse gioiosamente al loro devono cercare
ogni giorno, per tamponare, se è possibile, il progredire di un
disfacimento senza recupero: le terribili piaghe da decubito, la perdita
di funzionalità degli arti e degli sfinteri, la voce che diventa
un bisbiglio, lo sguardo, talvolta, della bestia braccata, la speranza
ormai evasa da ogni realtà. Così ha vissuto per anni e anni
Mina Welby e se ci fosse una medaglia all’amore coniugale, dovrebbe
esserne insignita.
Quella medaglia dovrebbe dargliela, penso, il Movimento per la vita, perché
Mina Welby ha mantenuto vivo e vigile (come suol dirsi) un uomo di cui
si è innamorata e che ha sposato quando già le condizioni
di lui erano segnate, segnato il suo destino. Lo ha conosciuto, ha raccontato,
a una “gita parrocchiale”. Questo particolare mi commuove:
tra i frutti più belli del Concilio c’è la nuova consapevolezza
delle comunità cristiane a proposito dell’eminente dignità
del malato; ogni volta che ad una festa o a un’altra lieta occasione
vedo un gruppo di persone raccogliersi sorridendo intorno a una carrozzina,
ripenso a un testo altissimo del Vaticano Secondo: “La Chiesa riconosce
nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Salvatore”.
Per anni e anni Mina Welby ha dato al suo uomo non soltanto vita ma dignità
di vita. Mi ha intenerito più volte vedere nelle fotografie come
fosse propre questo malato: pulito e stirato il maglioncino, sbarbato
il volto, pettinato il capo. Ma una donna non può ottenere l’impossibile
neppure a costo di soccombere alla fatica. La vita di Piero è diventata
una agonia sempre più atroce: speranze, nessuna; previsioni, terribili:
fra qualche mese o settimana, non avrebbe più potuto deglutire,
avrebbero dovuto operarlo nuovamente, introdurgli nell’in-testino
una sonda per nutrirlo e idratarlo. Allora il corpo di Welby sarebbe stato
definitivamente una crisalide di morte, una persona impedita di essere
tale per la completa separatezza dalle funzioni umane. Infine - prima
o poi... – sarebbe sopravvenuta la morte, per soffocazione. Piero
Welby, che aveva retto tante sofferenze, di questa modalità di
morte aveva il terrore.
Mia moglie ed io abbiamo testimoniato, anni fa, in una causa di beatificazione,
sulle virtù eroiche di Luigi Rocchi, un popolano di Tolentino.
Malato della stessa malattia di Welby, Luigi aveva fatto del suo letto
una cattedra di coraggio e di fede. Ma la morte era arrivata a quarant’anni
e senza la costrizione meccanica imposta al marito di Mina dalla paradossale
crudeltà del progresso tecnologico. E non tutti possono essere
santi od eroi. “Luigino” Rocchi era noto a molti e da molti
fu pianto e viene ricordato. Ma ebbe la fortuna di non diventare, come
Piergiorgio Welby, un “caso”, un nodo di paure ancestrali
e di speculazioni politiche, di commi e di moralismi, di giuste preoccupazioni
e di filosofemi. Nessuno si arrogò il diritto di condannarlo a
morte o a una non-vita. La madre eroica che egli ebbe accanto non dovette
ascoltare discussioni su un caso piuttosto che su un uomo. Intorno a Piergiorgio,
invece, si è eretto un circo mediatico in cui le conferenze stampa
hanno prevalso su un rispettoso silenzio e una silenziosa solidarietà.
Quelle intorno al caso Welby non sono state tutte parole inutili ma non
credo siano servite molto a Mina. Sappiamo che Mina voleva, disperatamente
voleva, che Piero non la lasciasse; ma anche che non si sentiva di imporgli,
costringendolo a “vivere”, di andare verso l’orribile
morte temuta.
22 dicembre
Neppure alla fine, lei restò con quel caro corpo, contorto dalla
malattia, ma ormai in pace. Lo Stato glielo sottrasse per indagare su
un possibile crimine. Intanto il dibattito continuava. Ma non per il Vicariato
di Roma. Il cardinale Ruini, lui aveva soltanto certezze: il peccato per
lui dominava la tragedia. E quando Mina desiderò che la Chiesa,
la “sua” Chiesa, perchè Mina è cattolica, si
prendesse cura del suo dolore nella celebrazione di un funerale relgioso,
il porporato ha risposto che no, non si poteva, lo vietava il codice di
diritto canonico. Lo ha spiegato ai telegiornali, con serena fermezza,
il vescovo monsignor Fisichella: é vero che, a differenza di quanto
avveniva un tempo, la Chiesa concede oggi ai suicidi funerali religiosi
perchè può darsi che la loro scelta sia il risultato di
un improvviso squilibrio psichico; ma Piergiorgio Welby era perfettamente
consapevole di ciò che chiedeva. Perfettamente lucido e libero
nelle sue decisioni dopo un martirio di tanti anni, una tortura quotidiana
e prospettive ancora più atroci? Mina Welby, il suo dolore, il
suo eroismo – ha detto la Curia - possono attendere. Forse più
avanti, in forma riservata... I commi dei giuristi prevalgono sull’insegnamento
del Cristo? Dice la Lettera di San Giacomo: “religione pura e senza
macchia davanti a Dio nostro padre è soccorrere gli orfani e le
vedove nel momento delle loro afflizioni...”. Parola di Dio, ma
non a Roma.
4. Eppure
24 dicembre
Eppure, al di là dei nostri tradimenti, delle leggi senza misericordia,
delle nostre paure, il Natale, questo bambino che ci è donato e
che dobbiamo crescere raccogliendo speranze, smuove con piccole mani le
nebbie dei nostri cuori, li addolcisce. Forse ci salva.
Ettore Masina
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