LETTERA
93 SETTEMBRE 2003
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1
So bene che, secondo il Manzoni, dovrei - ormai
"vegliardo" - "volgere la mente ai casti pensieri della
tomba", ma a me pare che la vecchiaia mi spinga piuttosto a una dolorosa
consapevolezza della pericolosità di certi fenomeni del nostro tempo e del
nostro Paese. Mi sembra di veder montare una marea di volgarità intollerabile,
"da caserma", come si diceva una volta: cola a fiotti dai programmi
d'intrattenimento del monopolio televisivo e dagli spot pubblicitari che li
costellano, tracima da certi film che fanno la gioia dei botteghini, prepara la
ferocia delle risse da stadio nelle pagine sportive di quotidiani illustri,
invade talvolta le nostre case con il turpiloquio di cui sono innocenti
portatori i nostri bambini. In questo panorama, che purtroppo non è solo
italiano, naviga a gonfie vele Berlusconi, quello che l'altra sera "Striscia
la notizia" definiva con finezza "capocomico del Consiglio". Le
sue gaffes, involontarie o no, punteggiano ormai i nostri giorni con tale
frequenza che qualcuno comincia a dire: "Basta, basta, non parliamone più,
Berlusconi non può diventare un'ossessione". Comprendo questo senso di
sazietà e lo condivido. Ma anche sono convinto che non raccogliere più le
parole del Cavaliere, considerandolo una macchietta o un disturbato mentale che
ogni tanto sbarella, sarebbe sbagliatissimo: Berlusconi non è soltanto pericoloso
per la sua politica, che ricalca ormai con ogni evidenza quella del protocollo
della P2, ma anche come produttore di una cultura deteriore. In altre parole:
mi sembra che ormai viviamo in un regime, se non altro culturale, e dobbiamo
con pazienza e lucidità individuarne i veleni per difendercene, difenderne i
nostri cari e, se ci riusciamo, qualcuno dei moltissimi distratti. Berlusconi,
per la carica che riveste, per la sua continua esposizione mediatica, per il
suo potere radio-giornalistico-televisivo, è il modello e l'ideologo più
influente di un modo di pensare e di dire del tutto deteriore.
2
Nel corso
della mia professione mi è capitato di conoscere molti selfmademen, capitani
d'industria venuti su dalla gavetta, ammirevoli per capacità di fatica e per
una intelligenza che non era soltanto spregiudicata astuzia. Parlo di quelli
che a Milano vengono chiamati i "cummenda", cari al cinema e alle
commedie d'una volta, nella rivista bravamente interpretati da Bramieri e Tino
Scotti, i quali aggiungevano al personaggio un cuor d'oro nascosto sotto la
rude scorza del "fasi tucc mi" (faccio tutto io). Avendo deciso che
la sua vocazione era far soldi, tutto il resto, per il cummenda, ne conseguiva:
o con lui
(con la sua fame insaziabile) o contro di lui, in una congiura universale dalla
quale egli aveva il diritto di difendersi con qualunque mezzo. Con lui: se
stesso, e forse, forse, non sempre, la famiglia. Contro di lui, tutti gli
altri: lo Stato inefficiente ed esoso, il parlamento che pretendeva di fabbricare
leggi, regole e controlli, la Guardia di Finanza considerata una banda di
grassatori con le stellette (da corrompere), i sindacati "rompiballe"
(o peggio) da contrastare e contenere; persino la moglie se chiedeva qualche
attenzione (il cummenda amava dire: "Io vado in fabbrica anche il giorno
di Natale"). Assoluto disprezzo per gli inferiori, sospettosa cordialità
con gli eguali, la loggia massonica come stanza di compensazione.
E però,
anche, in pubblico, una calorosa esibizione di buoni sentimenti: la moglie
presentata come una santa, "povera donna, io non ci sono mai"; no
allo Stato ma sì alla Patria, bandiera e forze dell'ordine. Mecenatismo
oculato, in modo, se possibile, di guadagnare qualcosa di più della buona fama; netta preferenza per il
finanziamento di squadre di calcio, di pallacanestro o di ciclismo, che gli
valessero il titolo, ambitissimo, di "patron". Per non interrompere
la propria concentrazione ossessiva sul lavoro, nessuna attenzione agli altri,
un totale disinteresse per il bene pubblico, tutt'al più un po' di annoiata
beneficienza. Essendo lui vivo e fiorente, tutto il resto andava
sdrammatizzato, perché delle due l'una: "O non ci si può far niente, e
allora inutile pensarci; o ci si può fare qualcosa, allora, tò, prendi su un
milione, e lasciami lavorare". Lo stesso per quanto riguardava la cultura
(roba da lasciare agli avvocati e ai preti) e persino il passato: "Ma dài,
ma dài, non è mica come te la raccontano, io c'ero, tutte queste brutte cose
non le ho viste". Lo sapesse o no, il suo motto era quello dell'Uomo
Qualunque di Guglielmo Giannini: "Non rompetemi gli zebedei".
La maschera
di bonomia del cummenda cadeva di fronte a chiunque si proponesse, secondo
logiche che non erano soltanto marxiste, una sia pure minima redistribuzione
del reddito, un po' più d'interesse dello Stato per i meno abbienti. Allora il
suo odio diventava selvaggio, disposto a tutto. Odiava in primis i comunisti,
assassini tagliagole, servi di Mosca, sempre e soltanto orientati alla rapina
di chi aveva fatto grande l'Italia. Odiava gli intellettuali che
"passavano" alla gente domande scomode, scomode consapevolezze.
Odiava i socialisti: fino a che non arrivò Craxi a mostrare che - per
"ammodernare" il Paese - lo Stato, gli enti pubblici potevano
chiudere molti occhi sulla violazione delle regole che da sempre il cummenda
considerava soltanto un impaccio. Allora si vestì dell'abito buono dell'amico
del Capo, il doppiopetto come corazza da cavaliere del Capitale.
Il cummenda
aveva di sé un'infinita stima. Comunisti e sindacati a parte, era convinto che
gli operai gli volessero bene, dovessero volergli bene: perché era lui
che gli dava lavoro, senza di lui sarebbero stati dei morti di fame, e perché
lui - come potevano non capirlo? - voleva bene a loro. Me ne rammento uno che
quando tornava dalle vacanze, andava a cercare i suoi operai più vecchi per
raccontargli del suo viaggio, degli alberghi favolosi in cui era stato, delle
donne bellissime che aveva "adoperato". Convinto che loro ne
godessero con lui.
3
Ho parlato
dei cummenda usando il passato, ma alcuni di essi sono ancora vivi e vegeti. Vi
ricorda qualcuno l'identikit che ho tracciato? Giuro che ho parlato di persone
che ho conosciuto e di cui potrei fare i nomi. Ma è un fatto che avere un
esponente della categoria come Presidente del Consiglio a me pare
pericolosissimo da tutti i punti di vista, ma soprattutto, come dicevo, dal
punto di vista culturale. Una subcultura cummendatizia, con propensione
all'avanspettacolo se deve conquistare le plebi o accreditarsi come simpatico
amico alla corte dei potenti, è, infatti, non soltanto distruttiva della
Cultura con la C maiuscola, ma contagiosa, in un degrado continuo del
linguaggio politico. Uomini che parevano, almeno dal punto di vista del
curriculum di studi, persone di buon livello finiscono per adottarne le parole,
i gesti, il rifiuto del passato e via dicendo. Per esempio: mentre il
presidente della Repubblica va ricordando in ogni piazza d'Italia i valori
della Resistenza, fondamento della nostra Costituzione, non soltanto il
presidente del Consiglio non lo segue mai, neppure in occasione delle
celebrazioni ufficiali, ma la seconda carica dello Stato, il presidente del
Senato, Pera, provocato dal poeta Sanguineti, si rifiuta di dare un giudizio
sul fascismo: lui non è uno storico, dice. Non basta: il ministro degli
Interni, Pisanu, che sembrava il meglio del bigoncio governativo, ingiuria la
magistratura; il guardasigilli, Castelli, non tace la sua detestazione per gli
intellettuali, i portavoce del partito-azienda (l'ex comunista Bondi e il
livido Schifani) negano o capovolgono, ad ogni loro apparizione televisiva, la
evidente, chiarissima, provata verità; per non parlare del Tremonti
ammazza-galline (e vecchietti) Il clima culturale del governo sembra appiattito
sulle "esternazioni" (eruttazioni) del Senatùr, sulle ciniche
freddure di Berlusconi, come quella a proposito dei malati di AIDS.[1][1]
Ho appena compiuto i 75 anni e fin da ragazzo mi sono occupato di quel che
avveniva in Italia: non ricordo un governo né un parlamento in cui sedesse
gente tanto volgare.
4
Essendo
"nuovi", nel senso di rampanti, cummenda e cavalieri non si curano
del passato e lo seppelliscono sotto i luoghi comuni dei loro predecessori che,
per esempio, nel fascismo hanno visto un regime in cui, una volta date robuste
sovvenzioni, potevano fare a piacer loro nelle fabbriche e negli uffici. Ma
facendo questo in dichiarazioni che i mass-media moltiplicano, devastano la
cultura, soprattutto quella giovanile. I giovani hanno il diritto di conoscere
le verità della storia, anche le più dolorose. Questo passato, lo vogliano o
no, è sulle loro spalle. Non conoscerlo impedisce loro di vedere il futuro.
Come ha scritto qualcuno: "Se l'avvenire dell'albero e la sua crescita
sono sopra la terra, le radici sono sotto di essa. Ciò significa che l'avvenire
è alimentato dal passato. Guai a chi non coltiva il ricordo del passato: egli
semina non sulla terra ma sul cemento".
Contrariamente
a ciò che credono molti adulti, i ragazzi desiderano sapere da dove vengono, da
dove vengono le loro famiglie, da dove la comunità nazionale. Da quando ho
pubblicato un romanzo su un ragazzo che si arruola nella repubblica di Salò,
molte scuole lo hanno adottato ed io sono poi andato a parlarne con i ragazzi.
Sono stato a Pescara, a Foligno, a Bassano del Grappa, a Montagnana, a Gardolo,
a Merano, a Rimini, in una decina di scuole romane e sto per iniziare un nuovo
"giro". Qualche insegnante ha organizzato le assemblee con un po' di
tremore, ma gli incontri sono sempre durati più a lungo di ogni previsione. Non
penso che fosse merito mio.
Sbagliano
quegli adulti che credono che la scuola deve tenersi fuori da certi argomenti.
Benché si tratti di questioni che appartengono a un'epoca ormai lontana, in
realtà si tratta di temi attualissmi. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla
"benignità" del regime fascista e sul comportamento, tutto sommato,
benevolo di Mussolini (condanne al confino come "villeggiature", sia
pure forzate e mani nette di sangue) non solo indicano la cultura del
cummenda-Cavaliere, travisano la storia e sponsorizzano il ritorno trionfale di
un revisionismo che sta, almeno nel Sud, intitolando strade e persino
costruendo monumenti a gerarchi fascisti.
5
Se ciò è
dovuto soltanto a ignoranza, allora è necessario e urgente ricordare che, sotto
il fascismo, centinaia e centinaia di persone furono costrette a fuggire
all'estero, affrontando spesso una durissima povertà. Migliaia furono costrette
a lasciare i posti di lavoro perché si rifiutavano di iscriversi al partito e a
campare di espedienti. 5 mila furono i prigionieri politici, non pochi
condannati a lunghe pene detentive. 17 mila i "confinati"
I
confinamenti, quei forzati esilî che potevano protrarsi per anni e anni,
Berlusconi, sorridendo, li definisce "villeggiature". Erano residenze
obbligate in paesi sperduti del profondo Sud o delle
isole minori: luoghi, alcuni, poco più
che miserabili, altri la cui la bellezza coincideva con una grande durezza di
condizioni di vita. Per i piccoli e i medi borghesi il confino significava la
rovina delle carriere o del lavoro professionale; per gli operai e i contadini
e per le loro famiglie la miseria assoluta. I fascisti locali (e la paura) si
incaricavano di far sì che i congiunti dei "confinati" e dei detenuti,
vivessero in un isolamento totale…
Quanto ai
morti, il fascismo stroncò con la sua violenza, squadristica o di Stato, le
vite di molti, fra i quali personaggi di grande levatura: Giovanni Amendola,
liberale, bastonato in due diverse aggressioni, tanto selvaggiamente da morirne
poco dopo; Piero Gobetti, un ragazzo di venticinque anni, di luminosa
intelligenza, editore di una rivista alla quale collaboravano molti dei nostri
migliori intellettuali, assalito a colpi di manganello e deceduto in esilio, a
Parigi, per i postumi delle ferite riportate; don Giovanni Minzoni, valoroso
cappellano militare, la testa fracassata da due assalitori, mandante il
quadrumviro Italo Balbo; i due fratelli Rosselli, di generoso coraggio e di
alte capacità politiche, trucidati in Francia, a cura dei servizi segreti del
regime; Antonio Gramsci, forse il più lucido pensatore del nostro Paese, un
genio (per usare una parola abusata, che però, nel suo caso, appare del tutto
appropriata), gravemente ammalato di tbc, deportato senza pietà da un carcere
all'altro; Giacomo Matteotti, deputato socialista, difensore dei poverissimi
braccianti del Polesine, rapito e trafitto da venti coltellate dopo che
Mussolini aveva gridato a un gruppo di fedelissimi: "Ma non c'è nessuno
capace di farlo tacere"? E l'elenco potrebbe continuare. Del delitto
Matteotti Mussolini rivendicò orgogliosamente, alla Camera, ogni
responsabilità: a questo modo nacque nel sangue l'Era Fascista.
Durante il
ventennio, molto altro sangue sporcò le mani del "benevolo"
Mussolini. Centinaia di migliaia di giovani e di meno giovani e di mano giovani
mandati a morire nelle guerre "imperiali": In Etiopia e in Spagna, in
Libia, in Grecia, in Russia: uccisi non soltanto dal fuoco nemico ma anche, e
più, dalla mancanza di armi e di equipaggiamento, da ordini insensati, da
inettitudine dei comandanti.
6
Che le
dichiarazioni di Berlusconi sul regime fascista siano state rese in un clima
conviviale, da champagne, come è stato poi detto, peggiora la gravità
dell'episodio. Quando uno si "rilassa", generalmente dice la verità e
dunque torniamo alla pochezza delle convinzioni e nozioni del Cavaliere. Ma
quando si deforma la verità e specialmente quando, come in questo caso, la si caricaturizza,
si provoca spesso anche un'ondata di dolore. Ne sono stati travolti gli ebrei
italiani e B. si è degnato di chiedergli scusa: ma ne sono stati investiti
anche i figli dei perseguitati dal regime fascista o i superstiti della lotta
partigiana che videro tanti compagni e compagne uccisi, spesso nei modi più
crudeli, o avviati ai lager di sterminio. A tutti questi nostri concittadini,
il presidente del Consiglio non ha presentato scuse. Io penso che dovremmo in
qualche modo mostrare la nostra solidarietà a questi anziani, cui dobbiamo
riconoscenza affettuosa.
Per farlo, mi
sembrerebbe cosa eccellente aderire all'iniziativa dei Girotondi per la
Democrazia a Roma, che propongono di iscriversi all'Associazione nazionale
partigiani d'Italia "per ricordare a noi stessi cos'è stato il fascismo,
per esprimere il nostro attaccamento alle radici della democrazia e della
Costituzione repubblicana e per sostenere un'associazione che custodisce la
memoria di una pagina della nostra storia che nessuno potrà e dovrà mai cancellare".
Per
iscrivervi inviate una e-mail a <ar@girotondiaroma.it>, segnalando il
vostro nome e indirizzo; riceverete dall'ANPI il bollettino di iscrizione (la
quota e di ¤ 5) che vi permetterà
di ottenere la tessera del 2004.
*****
NOTIZIE. Nel
mese d'agosto e nei primi giorni di settembre sono stato poco bene (il caldo!)
e, come non m'era mai capitato, incapace di scrivere; a questo si è aggiunta
l'impossibilità di usare il computer nei siti della nostra villeggiatura. Per
questo ho una montagna di posta inevasa, LETTERA di agosto non è mai stata
scritta e anche questa parte a fine mese. Adesso mi sembra di stare bene,
ricomincio a girare per le scuole a parlare con i ragazzi che hanno letto il
mio "Il Vincere" e mi propongo di smaltire al più presto la
corrispondenza. Prego tutti di scusarmi.
Ho perso,fra
l'altro, il contatto con il caso di Amina. Me ne vergogno, anche se prima della
partenza avevo avuto dalle donne musulmane che seguivano il processo la richiesta
di non organizzare più proteste che, questa volta, rischiavano di essere
controproducenti. Sono, adesso, felice dell'assoluzione.
Un caro
abbraccio
ettore
masina
P.S. LETTERA
viene inviata a chiunque me ne faccia richiesta. Il mio indirizzo è: via Cinigiano
13, 00139 Roma, tel. (06) 810.22.16. Un contributo alle spese di fotocopiatura
e postali è assai gradito. I versamenti possono essere effettuati sul ccp
49249006 intestato a Luca Lo Cascio, via Leone Magno 56, 00167 Roma.
LETTERA può
essere liberamente riprodotta in tutto o in parte. Sarò riconoscente a chi,
facendolo, vorrà darmene notizia.
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[1][1] Avevo già scritto questa LETTERA e stavo per inviarla, quando ecco le dichiarazioni di Berlusconi a Wall Street:. "Nel 1994 (…) se un imprenditore non fosse sceso in campo, i comunisti avrebbero preso il potere (…). Oggi siamo il paese più americano di tutta l'Europa (…). Abbiamo anche delle bellissime segretarie. Provate a investire da noi perché almeno lo potrete fare in letizia (…), gli imprenditori sono sulle copertine dei giornali dove sfoggiano belle signore. Il mio governo ha abolito la tassa di successione (…). L'invito potrebbe essere: venite a morire in Italia" |