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LETTERA
108 giugno
2005 |
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1
Se questa LETTERA è così in ritardo nei confronti della sua abituale
cadenza mensile, non è perché io sia stato malato (come qualche amico
affettuoso ha temuto) né perché sia stato assente dall'Italia e neppure perché
fossi schiacciato dai miei fortunatamente ancora molti impegni di vario tipo: è
perché la vicenda del referendum mi ha a
lungo depresso e anzi - per usare l'aggettivo più signifi-cante-
"intossicato". Non riuscivo a
esprimere "in positivo" - come sempre cerco di fare con LETTERA -
questa mia profondissima amarezza, a trasformare in medicamento i veleni di un'esperienza desolante. Ho sul
groppone i ricordi dei referendum sul divorzio e sull'aborto; come alcuni di
voi sanno (e come, del resto, ho scritto nei miei libri) debbo a
quell'appassionata, anche se dolente, attiva partecipazione la stroncatura
della mia carriera giornalistica in un momento assai positivo, ma non me ne
pento. Debbo anche, alle scelte operate
allora, la perdita di alcune amicizie, della benevolenza di alcune persone per
me assai importanti, a cominciare da quel papa Paolo VI che ho molto amato. Ne
ho sofferto, ma lo rifarei, così pressante mi apparve allora (e mi sembra
adesso) il grido di persone sofferenti.
Ma questa volta - e, ne sono
certo, non perché sono tanto più vecchio
. il dolore è stato maggiore. Mi è sembrato di muovermi in un ambiente popolato soprattutto da
arroganti e da millantatori, da ignoranti, da giocondi irresponsabili e da
furbastri di lungo corso; ai margini, silenziosa, umiliata e quasi disperata,
una gran massa di onesti uomini e oneste donne, in cerca di difficili verità e
attenti a una dignità negata da molti sedicenti maestri.
Non riuscendo
a scrivere su questo argomento, che pure mi pareva di non poter lasciare senza
commenti, ho traccheggiato sino ad oggi. Adesso, tuttavia, un amico mi ha fatto
avere la copia di un articolo scritto da Giuseppe De Rita e pubblicato dal
"Corriere della Sera" il 13 giugno scorso.
E ho trovato,
mi sembra, il mio interprete.
2
Giuseppe De
Rita è troppo noto a quella parte del pubblico italiano che legge i giornali o
assiste ai dibattiti televisivi perché io debba dire chi è; ma voglio almeno
dire che siamo amici dall'epoca del Concilio e delle sue speranze; con gli anni
i nostri mestieri e le diverse opzioni politiche ci hanno un po' (talvolta più
di "un po'") divisi, ma certo ci vogliamo ancora bene. È stato
quindi con grande interesse che ho letto
l'articolo e, con gioia, ho scoperto che conteneva parole che potevano
esprimere i miei sentimenti, sia pure tenendoli a briglia corta e, per così
dire, "pacificandoli".
Ecco il testo:
Quei tre errori (anzi furbizie)
Questa mia riflessione vuole esprimere il disagio
che mi ha accompagnato per tutta la durata della campagna referendaria. Un disagio
che a volte mi ha fortemente tentato all'esternazione polemica, tradendo
l'impegno a star zitto che tre mesi fa avevo espresso anche su queste colonne;
un disagio causato dall'accavallarsi di posizioni strumentalmente faziose, nel
proporre come verità assolute posizioni parziali e di improbabile verifica; un
disagio sconfortato dal constatare che persone sempre stimate hanno scritto,
forzando i toni, termini e parole di cui fare l’elenco mi umilierebbe.
Se qualcuno voleva una zuffa becera, ce l'ha imposta.
Mi sono in questo periodo spesso domandato se un tale disagio fosse da
attribuire alla propensione al non-protagonismo che accompagna il mio sereno
invecchiare; o se fosse invece da attribuire a una regressione psichica verso
il protagonismo a tutti i costi che ha colpito la reverenda classe dei nostri
opinion makers, politici, religiosi, giornalisti, scienziati che fossero.
Naturalmente è intuitivo (e da perdonare) che io sia portato a dar le colpe
agli altri e non a me; ma se guardo con più freddezza a quanto è successo credo
che il calor bianco cui ci si è gioiosamente lasciati andare è attribuibile a
tre errori/ furbizie delle tre grandi parti in causa.
C'è stato anzitutto
un errore/furbizia della leadership referendaria, che ha posto agli
elettori non un quesito secco e monotematico ma un caleidoscopio di referendum,
su otto temi di diversa natura: sul valore filosofico, teologico, biologico
dell'embrione; sulla salute e sulla dignità delle donne; sul primato del
soggettivo individuale diritto ad avere comunque un figlio anche senza sapere
chi gli è padre; sulla libertà della scienza e della ricerca; sulla speranza di
poter, domani, combattere malattie terrorizzanti (dal Parkinson all'Alzheimer);
sulla possibilità di una messa in dubbio della legge sull' aborto, sul ruolo
più o meno invasivo delle autorità ecclesiastiche; sul valore e sulla
legittimità etica e giuridica dell'astensione. Non so se queste multiple
motivazioni siano state una furbizia volta a fare somma di chiamate alla
mobilitazione o se sia stato un errore, non coerente con il significato
monotematico e secco (sì o no, come è avvenuto in Francia per la Costituzione
europea) di ogni seria consultazione referendaria.
Ma furbizia o errore che sia stato, l'effetto
immancabile è stata la moltiplicazione per otto della carica polemica delle
prime linee degli opposti schieramenti.
Il secondo
errore/furbizia è stato quello degli antireferendari, specialmente delle autorità
ecclesiastiche. So che all'interno di quest'ultime ci furono reazioni negative
quando all'inizio della vicenda io scrissi «hanno abboccato»; ma forse oggi
esse potrebbero convenire che la scelta di schierarsi, sia pure con
l'astensione, ha regalato ai referendari un facile nemico e una insperata carta
polemica (la difesa dell'autonomia dello Stato e della società civile) senza la
quale avrebbero dovuto faticare non poco a montare l'opinione su quesiti
astrusi e avrebbero avuto ancor meno votanti. Anche qui è difficile discernere
quanto ci sia stato di errore o di furbizia; ma quel che è certo è che la
radicalizzazione su questo versante ha creato la maggiore dose di calor bianco
ed una importante frattura sociale: non sarà facile dimenticare le offese
reciproche, non sarà facile riprendere una rispettosa dialettica fra laici e cattolici,
che sembrava cosa ormai acquisita in questa società.
Il terzo
errore/furbizia è stato quello dei mezzi di comunicazione di massa e
specialmente della carta stampata.
Sono stati parte in causa ed hanno fatto del
referendum una loro battaglia, un loro punto d'onore, un'occasione di
radicalità culturale, una sfida a chi vinceva l'evento. E si sono trovati, se
non volevano che l'evento li smentisse, ad alzare i toni, a concedersi paginate
illeggibili e non lette, a reiterare gli interventi (con collaboratori chiamati
quattro volte a scrivere le stesse cose), a forzare i titoli, a essere più
movimentisti che facitori d'opinione. Tanti titoli roboanti o velenosi denotano
errori o furbizia del convincimento collettivo? Non lo so, ma certo hanno
stressato l'elettore, portandolo a sentirsi solo, con il proprio insoddisfatto
bisogno di minimale ragionevolezza. Da stasera avremo qualche scarica di
adrenalina in chi ha vinto e in chi ha perso. Ma dopo la nostra testa, pesante
dopo la sbornia emotiva, dovrà tornare a ragionare: non solo sulla sostanza
della legge 40, cui comunque si dovrà rimetter mano (io avrei aspettato la sua
sicura sfrondatura da parte della Corte Costituzionale, senza gli urlati
sfracelli di questi mesi?); ma anche su un collettivo esame di coscienza sui
tre errori/ furbizia di cui sopra. Con la sperabile intenzione di non
commetterne più in avvenire.
Sin qui il mio
amico. A me non resta che dire Amen.
2
Come alcuni di
voi sanno, "tengo" una rubrica ("Bloc-notes") su JESUS, il
bello e coraggioso mensile della San Paolo. Sul numero di giugno mi sono
interessato di un personaggio che molti conoscono; e di una sua denunzia, che
mi ha scosso, come sempre mi accade per le parole dei più audaci testimoni
dell'amore per gli uomini. Sono certo che ciò che Chiara Castellani (il
personaggio di cui parlo) ci ha mandato a dire può interessare anche voi. Ecco
l'articolo:
Forse bisogna proprio stare negli
avamposti della solidarietà per cogliere le assurdità (avevo scritto: atrocità,
ho corretto, ma contro voglia) del mondo in cui agiatamente viviamo. Chiara
Castellani è una dottoressa che sta a Kimbau, nel Congo, unico medico in una
zona grande quanto il Belgio. Ci sta,
credo, da una quindicina d'anni, dopo avere lavorato in Nicaragua e in
Mozambico. In origine era ginecologa e le piaceva far nascere bambini; adesso
fa "di tutto". Anni fa, in un incidente stradale (se quelle del Congo
possono chiamarsi strade), ha perso il braccio destro. Il governo italiano l'ha
fatta trasportare in patria. Pochi giorni dopo il ricovero, sono andato a
trovarla al Policlinico Gemelli di Roma. Mi ha spiegato che aveva tanto da
fare: abituarsi a scrivere, a tenere uno stetoscopio, a pettinarsi con la mano
sinistra. "Ed è sempre in giro a consolare chi si lamenta" protestavano,
ma ammirate, le infermiere.
È tornata in Africa, naturalmente. Ha
addestrato alcuni collaboratori a sostituire il suo braccio e insieme
affrontano emergenze che farebbero impallidire i medici di un Pronto Soccorso
di città nostrana. La sera con la sinistra e una vecchissima macchina da
scrivere racconta ad amici ed amiche dell'Italia ciò che vive laggiù. I tasti
sono ormai deformati dal'uso ma il contenuto è chiarissimo. Lei confessa che
vorrebbe scappare cento volte al giorno, tanto è insostenibile la miseria e il
dolore che la circondano. Dice che cento volte al giorno prega: "Dio, se esisti, aiutami". Questa fede
inquieta l' aiuta a resistere, anche se il sangue che macchia il suo camice non
è solo quello della camera operatoria. La zona in cui vive è infatti
"conflittiva": significa uccisioni, violenze, saccheggi, stupri.
Quando arriva una lettera di Chiara, noi
cerchiamo di non farci trovare, perché è come una mano forte (la mano che lei
non ha più) che ci afferri una spalla e la scuota. Lei ci vuole bene ma ci vede
dal Congo, questo luogo dove muoiono persone senza diritti e senza speranze, e
ci mostra dove viviamo noi, in un mondo che assassina le speranze e schiaccia i
diritti e dove tutti, attraveso una serie di mediazioni, siamo corresponsabili
di quel che lei ci descrive. Qualche
volta penso che le parole di questa donna coraggiosa, con il suo sorriso di
ragazza, sono identiche a quelle di Martin Luther King. "Vi prego di
indignarvi ogni giorno".
Nella lettera che è arrivata giorni fa,
Chiara scrive: "La malattia del sonno uccide 70.000 persone ogni anno,
300.000 sono i nuovi casi. E' una morte lenta e dolorosa causata dalla necrosi
delle cellule celebrali. Esiste un farmaco efficace nella cura della malattia,
l'efloritina, ma non è più disponibile da anni. In Congo sono costretti a
curare i malati con l'Arsenol, un derivato dell'arsenico, che nel 2% dei casi
uccide il malato. Leggo su "The Medical Letter" che l'efloritina si è
rivelata efficace nella cura dei peli superflui e quindi è diventata la base di
una crema per l'eliminazione dei peli facciali. Negli Stati Uniti un tubetto da
30 grammi costa 42 dollari".
E Chiara dice: "Non è soltanto
dolore quello che si prova a vedersi morire sotto gli occhi una persona per la
mancanza di un farmaco che potrebbe salvare delle vite e per pure ragioni
economiche viene utilizzato solo per fini estetici. Al dolore si aggiungono la
rabbia e la frustrazione".
Questa è la legge del Mercato che ci
viene presentata dagli economisti come sacra e intoccabile. Apro la Bibbia e
leggo: "Canticchiano al suono dell'arpa, (…), bevono il vino in larghe
coppe, si ungono con gli unguenti più raffinati (…) ma cesserà l'orgia dei
buontemponi". Parole gridate 2800 anni fa. Spero che non siano più valide.
************
Dall'8 luglio in
avanti andrò e verrò da Orbetello. Conserverò la guardia alle e-mail ma vi
prego di prendere nota che non è più valido il mio indirizzo ettore.mas@libero.it. Funziona soltanto il nuovo: ettore@ettoremasina.it
Il numero del
mio cellulare rimane 338/69.38.789
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Ripeto ancora
una volta la notizia sui GABBIANI IN VOLO:
L'editrice San
Paolo ha deciso di abbandonare la narrativa e di conseguenza di mandare al
macero, fra altre opere, il mio libro che io amo di più :
I GABBIANIcinque racconti lunghi o romanzi brevi,
che si inanellano fra loro, dando vita, hanno detto i critici, a un mondo
magico, ricco di emozioni. Ho riscattato alcune copie e le metto a disposizione
di chi ne desidera un esemplare.
Se poi qualcuno
vorrà inviarmi un rimborso delle spese (che ho calcolato in 5 euro), lo
accetterò volentieri; ma quel che mi preme è che il libro venga letto.
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P.S. LETTERA
viene inviata a chiunque me ne faccia richiesta. Il mio indirizzo è: via
Cinigiano 13, 00139 Roma, tel. (06) 810.22.16. Un contributo alle spese di
fotocopiatura e postali è assai gradito.
I versamenti possono essere effettuati sul ccp 49249006 intestato a Luca Lo
Cascio, via Leone Magno 56, 00167 Roma.
I testi di
LETTERA possono essere integralmente o parzialmente riprodotti. Sarò grato a
chi vorrà darmene notizia.
Tanti cari
saluti
ettore masina