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LETTERA 151
luglio 2011-marzo 2012 |
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| DAVIDE TUROLDO: QUANTO CI MANCHI, FRATELLO! Ero appena tornato dal Salvador, quel sei febbraio 1992, quando qualcuno ci telefonò che padre Davide era morto. Mi sembrò allora che egli avesse camminato con me, in quei giorni, le strade del vescovo Romero. Nessun uomo del Nord della Terra, infatti, che io sappia (e ho letto centinaia di pagine di libri, di giornali, di diari) ha mai vissuto con tanta intensità la carica rivoluzionaria della morte dell’Arcivescovo: la Chiesa dei poveri testimone sino al martirio, davanti a una Chiesa ”moderata”, spesso presidiata da sussiegosi teologi o da politicanti, da burocrati, da superstiziosi, da brontoloni più che da critici, da turisti di tecniche meditatorie più che da cercatori di nuove solidarietà per chi soffre nei sotterranei della storia. * Qui di seguito un piccolo intervento nel X anniversario della sua morte Sì, ”ingombrante” è la parola giusta: se vuol dire “che occupa spazio a dismisura”. Davide era così, dal punto di vista fisico, e lo fu sin quasi alla fine del suo Calvario, quando apparve davvero come un crocefisso. Tutti che gli fummo amici ci riconosciamo nella descrizione che ne fecero, negli anni ’60, due suoi, e nostri, compagni: Luigi Santucci: "Altissimo e biondo come un covone, è un goffo arcangelo dalle mani enormi, che sono forse le sue ali mancate, a giudicare da come le sventola e le dibatte". E Nazareno Fabbretti: "Alto quasi due metri, biondo come un vichingo, con una voce dolorosa e violenta e due occhi pieni di fatica indistruttibile". Penso che non pochi di voi, del resto, abbiano conosciuto Davide in questa sua torreggiante corporeità e dunque non insisterò sull’ argomento, ma non voglio rinunziare al ricordo sorridente di una certa sera, in casa nostra, a Roma. Era verso la fine del Concilio ed erano i giorni in cui andava emergendo l’impossibilità psicologica per papa Montini di procedere audacemente sulla via della collegialità. Il nostro, quella sera, era un salotto buono in cui un importante gesuita straniero ci parlava in maniera assai fredda di problemi vitali; padre Davide ci raggiunse, sul tardi, come faceva lui, che non tollerava di essere assente a riunioni di amici, anche se alcune si svolgessero in contemporaneità. Sedette in silenzio, ma si capiva che dentro lo agitava una moltitudine di sentimenti: e quando il gesuita nominò Paolo VI, ecco Davide balzare in piedi, spalancare le immense braccia e ruggire: “Questo papa bisogna ucciderlo!”. E il gesuita levarsi anche lui di scatto, guardare l’orologio e dire: “Si è fatto tardi, devo andarmene”… Ingombrante fisicamente, e per vortice di passioni, talvolta anche per innocente gigioneria (lo ricordo rientrato dall’esilio londinese con lobbia e ombrello arrotolato, come un impiegato della City...), Davide seppe tuttavia riempire con delicatezza e con irruenza spazî pastorali che il clero italiano, vescovi compresi, sembrava, per lo più, trascurare. Non solo nel periodo della pace giovannea ma ben prima, nell’epoca delle scomuniche, mostrò sempre tenerezza e sollecitudine per i “fratelli atei”, come amava chiamarli, soprattutto per quelli che gli sembravano resi tali dallo scandalo di una Chiesa infedele al suo Fondatore. Seppe stargli accanto apertamente, senza indebite invadenze, come una amorevole presenza (innanzi tutto laicamente amorevole, se così si può dire), ma che non nascondeva il suo sostrato cristiano; e anche seppe ascoltarli, ammirarne le doti, cercarne, in una specie di macro-ecumenismo, le comuni ragioni di vita. Pasolini e Vittorini e Sanguineti e Fortini, tanto per fare qualche nome, conobbero in lui, non soltanto la lealtà del collega letterato, ma anche il sacerdote che, senza aspirazioni predatorie, mostrava la grazia vivificante del vangelo sine glossa. E quando, per alcuni di quei cosiddetti “lontani” fu l’ora del dolore, Davide seppe calarsi come un fratello nelle loro vicissitudini. Il mio discorso su Turoldo non può essere qui altro che un cenno, sia pure non frettoloso, e mi limiterò allora a qualche parola sulla sua poesia. Non sul valore letterario di essa, poiché tutto io sono fuori che un critico, ma sull’umiltà con la quale egli, poeta raffinato, lettore inesauribile di poeti, uomo di straordinaria cultura, e narcisista come sono sempre gli intellettuali, assetato dunque, di bellezza formale, non esitò a “sporcare” i suoi versi nel fango della Storia. Seppe incontrare in quelle regioni anche una poesia sorella, da ascoltare con reverenza. Nella vita di quest’uomo sempre conteso fra la necessità del silenzio-contemplazione e il bisogno quasi primordiale del grido, vi sono spazî in cui egli scompare dietro il canto altrui, dietro le storie degli umiliati e offesi. Voglio ricordare qui il lungo, paziente lavoro di traduzione de “Il Serpente piumato”, il poema di Ernesto Cardenal, “monaco rivoluzionario – come egli lo definisce, - mingherlino uomo con il basco, magro come una lucertola, che continua a cantare”; o le lunghe ore e attività dedicate con paterna tenerezza (e certo qui molti di voi ne sanno qualcosa) alla affermazione e diffusione del libro di Rigoberta Menchù, che gli parve, come parve a tanti di noi, storia sacra, incontro di cosmogonie che si ricompongono nel comune respiro del divino, nel lamento dell’uomo e della donna che non si arrendono al potere del male: lamento che è insieme grido di dolore e grido di sfida. Di resistenza, E’ bello che il libro di Davide appena pubblicato, “La mia vita per gli amici”, abbia il sottotitolo bonhoefferiano di “Vocazione e resistenza”. Davide non visse soltanto la resistenza al nazifascismo, fu chiamato dalla Storia a vivere, come noi e insieme con noi, la resistenza al crollo di tanti ideali e di tanti miti; sentì la drammatica necessità di resistere al conformismo imposto con tecniche raffinate a creature ridotte, come lui diceva, a “ombre sui muri”, coscienze torpide”, “anime malate e sconfitte”. E poi… poi ha dovuto e saputo resistere al male fisico, all’impazzimento delle cellule che sconvolgeva la sua vita. Ha saputo fare anche di più: ha saputo resistere alle tentazioni “religiose” del Dio tappabuchi invocato come dispensatore di salute. Infine, ha resistito alla disperazione: nel punto più alto della sua umana avventura ci ha lasciato un insegnamento che dice tutto della sua fede: “Vedere la luce attraverso il costato aperto del Cristo”. Ma questa vicenda meriterebbe ben altro approfondimento. Così, per avviarmi alla conclusione, riprendo il tema delle ballate turoldiane, per dire che può ben darsi che in esse Davide non sia stato grande poeta: ma hanno pur sempre a che fare con la storia della letteratura italiana perché esse furono lette da decine e forse centinaia di migliaia di persone, molte delle quali ebbero, per la prima volta, la rivelazione che poesia poteva essere grido efficace. Nelle ballate di Turoldo trovarono invettiva, esortazione, omelìa, profezia. Con esse egli si accompagnava come cittadino e come sacerdote a chi non voleva arrendersi ai vecchi vizi italiani, ai vecchi e nuovi poteri. Di questi poteri scandagliò e descrisse l’obiettiva malvagità: dall’egoismo dei “garantiti” al crescere del razzismo, alla miserabile esosità delle teorie neoliberiste. Per questo mi piace collegarlo non solo agli altri grandi poeti “civili” italiani “laureati”, ma anche e soprattutto al poeta operaio Ferruccio Brugnaro che già negli anni ’70 forava i fumi velenosi di Marghera per denunziare il martirio imposto ai lavoratori del petrolchimico. L’uomo come metro per giudicare il sistema. E la poesia come strumento politico, necessariamente eversivo poiché non si adegua all’imperialismo della cultura consumista anzi con esso fatalmente confligge: Davide lo dice con aperta chiarezza in un suo brevissimo componimento, intitolato appunto "Poesia": Noi non possiamo dire che cosa griderebbe oggi Davide. O sì? Hanno ancora senso quei quattro versi? C’è nel nostro presente un discorso devastatore fatto da qualche mercadante? Quanto ci manchi, fratello Davide. * Ho la gioia di annunziarvi che la prima edizione della nuova stesura de “L’Arcivescovo deve morire. Monsignor Romero e il suo popolo” è esaurita. L’editrice IL MARGINE ha già provveduto alla ristampa, aggiungendo al volume anche un utile indice dei nomi. Vi ricordo che nel caso in cui non troviate l’opera in libreria, potete rivolgervi a me per l’acquisto. Il costo del libro è di €18 ma per i miei amici ho ottenuto lo sconto del 25%.
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