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LETTERA
104 gennaio
2005
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Come una madre demente che per soccorrere un figlio disgraziato togliesse il pane agli altri (ma non a se stessa!), la comunità internazionale per aiutare le vittime dello tsunami sta sottraendo ogni aiuto agli altri paesi poveri. Lo denunziano molte ong e lo conferma M. Aelion, responsabile dei progetti regionali del Programma alimentare mondiale, agenzia delle Nazioni Unite: "Il maremoto ha provocato il dirottamento di tutti i fondi verso il Sud Est asiatico, e all'Africa non arriva più nemmeno un soldo".
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Ho cominciato
a conoscere l'Africa quando avevo sei anni: mio padre, ufficiale dei
carabinieri, fu trasferito a Bengasi e ci portò con sé. Era
l'inverno del 1934 e da Siracusa viaggiammo per tre giorni e tre notti sul
bastimento "Città di Trieste", in un mare agitato da una tempesta che
rimase negli annali della navigazione. Forse per questo, sbarcare mi
sembrò un sogno, subito convalidato
dalle palme del Lungomare e
dai libici nei loro candidi baraccani. Bengasi aveva allora, più o meno,
25 mila abitanti: 19 mila indigeni,
qualche centinaio di indiani, una comunità ebraica censita a
parte e 5 mila "coloniali": funzionari e militari, con le loro
famiglie. Molti dei coloniali soffrivano di nostalgia per
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Passarono
molti, molti anni e il mio lavoro di deputato mi riportò più
volte in Africa. In Somalia incontrai nel suo bunker Siad Barre, il feroce
dittatore somalo sponsorizzato dai
socialisti italiani; e ai confini
con l'Etiopia, nell'Ogaden, vidi bambini mutilati da mine di fabbricazione
nostrana, imparzialmente vendute all'uno e all'altro esercito per una guerra
terminata due anni prima. Nel Sudan equatoriale scoprii gli orrori
del ventennale conflitto fra islamici e cristiani e
animisti. A Dar el Salaam (città della pace) visitai una fabbrica
alimentare in cui le operaie guadagnavano 5 mila lire la settimana. Nello Zimbabwe,
un gruppo di coraggiosi medici italiani si batteva contro il flagello dell'AIDS
che colpiva un terzo delle gestanti… Vidi, naturalmente, anche cose meravigliose:
l'incanto di Zanzibar, antica capitale di un regno di schiavisti, bianca
città che si sgretola lentamente sotto il sole, la selvaggia
magnificenza delle cascate Victoria
e lo squallore di Soweto , improvvisamente fiorito di bandiere e di canti perché Nelson Mandela
era stato liberato da poche ore (e già preparava, ci confidò, un
discorso per chiedere ai suoi fratelli di deporre le armi e costruire la pace).
Soprattutto incontrai persone - bianche
o nere - che, con fatica e coraggio, coltivavano per l'Africa inedite
speranze. Il volontariato italiano esprimeva molte di queste persone: penso per
tutte ad Annalena Toselli, scienziata e autentica santa, poi uccisa in
Somalia...
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È per questo, e non soltanto per la gloria dei suoi tramonti, la
bellezza delle sue donne, la grandezza dei suoi artisti inconsapevoli, che amo
l'Africa e non riesco ad abituarmi a certe crudeli statistiche e alle tragedie
che le sottendono. L'Africa è l'unico continente del cosiddetto Terzo
Mondo che negli ultimi 25 anni è diventato più povero, da tutti i
punti di vista, confermando la terribilità della sua storia. Come
dimenticare che è il continente da cui, 2 milioni di anni fa, mosse la razza umana per diffondersi su
tutta
Oggi
metà degli africani (400 milioni di persone) devono sopravvivere con
meno di un dollaro al giorno e non hanno accesso all'acqua potabile. Tornano a
espandersi malattie come la malaria, la tubercolosi e la "malattia del sonno". In
nove paesi africani l'AIDS ha abbassato la soglia di speranza di vita sotto i
quarant'anni[2]. Gli
stati del Continente pagano complessivamente, come interessi per i loro debiti
internazionali, 13 miliardi di dollari all'anno quando, secondo l'Unicef, basterebbero
9 miliardi all'anno per salvare la vita a 21 milioni di persone. Il quotidiano
spagnolo "El Pais" parla giustamente di "tsunami
silenzioso".
Incrudelire sulla sorte degli africani per andare al soccorso degli asiatici è mostruoso.
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Non sono fra
quelli che si sono commossi perché la metà degli italiani che
posseggono un telefonino (soprattutto giovani) hanno inviato un euro ciascuno
per i soccorsi alle vittime del maremoto. Intanto considero triste che il 50
per 100 delle persone alle quali era stato rivolto l'appello, dunque una grande
massa, si sia rifiutato persino di schiacciare cinque tasti e di elargire ai miseri una
minuscola parte dei soldi spesi ogni giorno per chiacchiere, inutili se non peggio. Ma poi, anche se
è vero che i soldi comunque raccolti sono importanti per aiutare
(realmente, spero) qualche popolazione devastata da una nuova miseria, mi turba
l'dea che si possano esorcizzare problemi e grida di dolore o di allarme (anche
per il nostro futuro) attivando quasi distrattamente un ingranaggio per il dono
di una briciola di pane. È una specie di automatismo tecnologico di
un'elemosina fatta per togliersi di torno un molesto accattone.
Ma non parlo
soltanto degli aiuti privati. Il cerchio dell'egoismo dominante nelle terre del
benessere si chiude quando alla pochezza della capacità di condivisione
dei singoli si aggiunge la miserabilità degli aiuti statali. Ha scritto l'autorevole The Guardian: "Il governo USA ha
stanziato per le vittime dello tsunami 350 milioni di dollari, e il governo
inglese 96 milioni. Gli Stati Uniti. hanno sinora speso148 miliardi di dollari
nella guerra in Iraq, mentre gli inglesi ne hanno speso11,5. La guerra in Iraq
dura da 656 giorni. Lo stanziamento USA per lo tsunami equivale dunque a ciò
che essi spendono in un giorno e mezzo in Iraq. Lo stanziamento inglese
equivale al prezzo di cinque giorni e mezzo di operazioni belliche ". Di
più i Sette cosiddetti Grandi, riuniti a Londra mentre scrivo, sembra
non siano riusciti ad accordarsi sulla cancellazione del debito estero dei
paesi colpiti da maremoto (misura già di per sé insufficiente) a
causa del netto rifiuto del governo americano. Anche la miseria del cosiddetto
Terzo Mondo può giovare alla gloria di Bush e del suo impero…
E l'Italia? L'Italia , invece di onorare gli
impegni presi a suo tempo in sede Onu, secondo i quali gli stati dovrebbero
destinare alla cooperazione internazionale lo 0,7 per 100 del proprio prodotto
interno lordo offre la desolante realtà di uno scarso 0,1 per 100.
Quando Berlusconi e Fini si affacciano agli schermi del grande Circo
massmediatico della Bontà
per informarci dei prodigi della solidarietà italiana, si
guardano bene dall'indicare le dimensioni di quella che è invece sordida
avarizia, l'abbandono di grandi sacche di povertà alle quali avevamo
promesso aiuti.
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Lo tsunami non sarà stato soltanto
una terribile catastrofe se le sue dimensioni riusciranno a farci capire alcune
scomodissime verità: che
La
realtà, io credo, è che l'unica salvezza proponibile è
quella dell'utopia perché ormai l'utopia coincide con la ragione. I
governanti, i partiti, il modello consumista, cancellando o riducendo a
entità simboliche la fraternità umana in nome di un benessere
materiale da incrementare incessantemente nei paesi già privilegiati,
preparano guerre sempre più crudeli, distruzioni del creato, insicurezza
per i nostri figli, problemi di terribile entità per i nostri nipoti.
È necessario far crescere questa consapevolezza e la volontà di
liberarsi dalla schiavitù del materialismo genocida del Mercato. Davanti
alla ferocia dell'egoismo imperiale e al nanismo politico dei nostri partiti,
cui sembra mancare ogni sensibilità a proposito delle comuni
responsabilità planetarie è
necessario che continui a crescere di dimensioni numeriche ma anche di
progettazione creativa il movimento di chi pensa - e vuole - che un altro mondo
sia possibile. Famiglie, scuole, comunità di fede, associazioni culturali
ma anche legami d'amore o d'amicizia, reti di libera informazione, gruppi di
solidarietà devono diventare
i luoghi di una speranza difficile ma testarda: la quale scopre nel suo cammino
che la vita è bella quando si apre a essere dono.
ettore masina
P.S.
1.Sono molto lieto di informarvi che il sito web: http://www.ettoremasina.it
inaugurato il 14 novembre
P.S.
2 Poiché molti me lo domandano, confermo che dispongo ancora di qualche
decina di copie de "I gabbiani di Fringen". Per chi non l'avesse
ricevuto LETTERA103 ripeto il mio comunicato. "L'editrice San Paolo ha
deciso di abbandonare il settore della narrativa e di conseguenza di mandare al
macero, fra altre opere, il mio libro che io amo di più. "I
gabbiani di Fringen": cinque racconti lunghi o romanzi brevi, che si
inanellano fra loro, dando vita - hanno scritto i critici - a un mondo magico, ricco di emozioni. Ho
riscattato alcune copie e le metto gratuitamente a disposizione di chi ne vuole
un esemplare. Se poi qualcuno crederà di inviarmi un rimborso delle
spese di spedizione (le calcolo in 5 ¤ ), lo accetterò
volentieri: ma quel che mi preme è che il libro venga letto: e dunque
raccomando soprattutto ai giovani di non farsene un problema economico"
P.P. 3,
LETTERA viene inviata a chiunque me ne faccia richiesta. Il mio indirizzo
è: via Cinigiano 13, 00139 Roma, tel. (06) 810.22.16. Un contributo alle
spese di fotocopiatura e postali
è assai gradito. I versamenti possono essere effettuati sul ccp 49249006
intestato a Luca Lo Cascio, via Leone Magno 56, 00167 Roma.
LETTERA
può essere liberamente riprodotta in tutto o in parte. Sarò
riconoscente a chi, facendolo, vorrà darmene notizia
.
[1] Un esempio. In Angola, a tre anni dalla fine della guerra, vi sono
ancora da bonificare più di
duemila campi minati:
complessivamente 15 milioni di ordigni (la maggior parte di
fabbricazione italiana). Se si pensa, nota
l'Agenzia Misna, che la popolazione angolana è di 10 milioni di persone,
è in quest'area che si verifica la più alta concentrazione al
mondo, che rende improduttivo un terzo del paese. L'ex colonia portoghese - commenta
[2] Nell'anno appena concluso
sono morti di AIDS 2 milioni e 400 mila africani. Avete letto bene. 200 mila
ogni mese.