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LETTERA
107 aprile
2005 |
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1.
Un cretino
(uno di quei giornalisti che si infiammano di orgoglio ferito se il direttore
del giornale cui collaborano non gli pubblica immediatamente l'articolo che gli
hanno inviato) ha scritto che, "dopo tutto", la punizione inflitta da
Ratzinger a Leonardo Boff fu "una tazzina di caffè al termine di un loro
colloquio" e la proibizione di rendere pubblici i suoi scritti "per
il periodo di un anno": amabili quisquiglie. Che in realtà si sia trattato
dell'ordine di mantenere "un
obbediente silenzio per un tempo indeterminato", quel tizio non lo dice;
che per un intellettuale il divieto di
dialogo con i suoi simili possa risultare soffocante sino all'intollerabilità quel tizio non lo sospetta, tutto essendo
fuorché un uomo di cultura. Che poi il caso Boff sia soltanto uno dei tanti
casi in cui teologi di fama e di fede sono stati colpiti dall'ex (ma non
troppo) Sant'Offizio durante la gestione Ratzinger, sempre quel tizio lo tace.
Tuttavia
credo anch'io che non si debba negare la speranza che il nuovo pontificato
possa essere ben altro che la continuazione di un'attitudine inquisitoria. Non
mancano nella storia della Chiesa esempi, commoventi, di mutamento radicale in
uomini travolti da nuove responsabilità pastorali. Il vescovo più santo della
ma generazione, quello che ha accettato di morire per difendere i diritti e le
speranze dei poveri, monsignor Romero, da semplice monsignore e poi da vescovo
ausiliare di San Salvador era ossessionato dal comunismo, che gli pareva nascosto
in ogni "ribellione" sociale. E colgo anch'io con gioia alcuni primi
atti che mi paiono di buon auspicio: nello stemma del nuovo papa la tiara,
simbolo regale, è stata sostituita, per la prima volta nella storia pontificia
dalla mitria, simbolo vescovile, quasi a sottolineare che Benedetto XVI
promette un'accentuazione della collegialità episcopale; nei suoi primi
contatti con la folla egli ha usato più volte la parola "amici",
inedita nel linguaggio papale; nel suo terzo discorso ha finalmente parlato di
pace come di un dono di Dio da preservare; la sua sollecitudine nei confronti
del problema dell'ecumenismo è sembrata sincera; e se mi è parsa assai
inquietante la sua intenzione di "rileggere" il Concilio, non posso
negare che la frase può essere interpretata anche in senso positivo. Ciò che
maggiormente mi è piaciuto è stato il rifiuto di Benedetto XVI di annunziare un
suo programma, il suo programma volendo essere - ha detto - quello dell'obbedienza
allo Spirito Santo: una svalu-tazione, si direbbe, delle tendenze burocratiche
e centraliste della Curia Vaticana.
2.
Se davvero si
lascerà guidare dallo Spirito Santo (in "silenzio obbediente" quando
non avesse la certezza di certe parole o decisioni), Benedetto XVI non potrà
non andare, con tenerezza e sollecitudine, alla ricerca di quella grandissima
parte del popolo di Dio che non ha potuto partecipare se non davanti ai
televisori (o soltanto davanti alle radio; o, in alcuni luoghi della Terra,
soltanto attraverso le notizie portate da qualche "cittadino") alle
solennissime liturgie per i funerali del suo predecessore e per il proprio
ingresso nel servizio ai servi di Dio.
Personalmente
sono stato profondamente affascinato da quei riti. Ho sempre amato la liturgia,
questo tentativo umano di lodare il nostro Creatore, presentargli le nostre
suppliche, cercare d'intenderne
3.
Dunque dicevo
che sono stato affascinato dalle liturgie vaticane. Alcuni simboli mi sono
sembrati stupendi: penso a quel vangelo deposto sulla bara di Giovanni Paolo II
e al vento che lo ha sfogliato, quasi leggendolo; e poi lo ha chiuso, come a
dirci. adesso tocca a voi. E mi ha commosso, questa volta dal punto di vista
estetico, anche qualche elemento più propriamente profano: la solennità delle
processioni e di nuovo il vento che scompigliava le vesti rosse dei cardinali,
come di certi personaggi del Pontormo. Riscoprivo, ancora una volta, la
raffinatezza della cultura cattolica europea, la capacità tutta
"romana" di avere assorbito usi e costumi da molte civiltà e di
averne fatto un corpus unitario di straordinaria efficacia, tale da portare
l'animo dei piccoli a un deliziato stupore, così come l'oro di certe chiese
barocche che alle inquietudini dei cuori in ricerca risponde: guarda quanto è
grande la gloria del Signore, abbandònati ad essa, senza resistere né dubitare.
Ma d'un tratto per me l'incanto si è rotto. I diaconi
stavano leggendo il vangelo della messa di insediamento e papa Ratzinger, il
bel volto assorto, stava in piedi, eretto, ascoltando. La sua mitria era
dorata, dorato il suo splendido piviale e d'oro
(o pareva) la croce astile che reggeva con la destra. All'improvviso ho
pensato: sembra l'El Dorado, il mitico re amerindio invano ricercato dai
conquistadores assatanati dalla fame di ricchezza; e disposti per trovare la
sua città lastricata d'oro a torturare ferocemente e uccidere, come testimonia
Bartolomé de las Casas, migliaia e migliaia
di innocenti. E mi sono domandato: ma Gesù di Nazaret è qui?
4.
Io non ho
risposta a questo interrogativo se non, per così dire, "laterale",
nel senso che so bene dove ho sentito presente, con assoluta certezza, il
Signore che i cristiani invocano. Eravamo, Clotilde ed io, con un gruppo di
amici, in Brasile, a Recife, e una domenica fummo invitati a partecipare alla
liturgia di una comunità cattolica poverissima, quella del barrio (=quartiere) di Nossa Senhora de Conceipcâo. Era una delle
tante parrocchie su cui si era abbattuto il furore del successore di dom Helder
Camara, convinto che dom Helder avesse seminato eresie e comunismo. Un
sacerdote che era (ed è tuttora) consulente liturgico della Conferenza dei
vescovi brasiliani evangelizzava i 20 mila favelados
in maniera che a Sua Eccellenza l'arcivescovo José Cardoso Sobrinho sembrava
sovversiva. Il sacerdote era stato rimosso, nella baraccopoli costruito, a
tempi di record, con enormi spese, un santuario mariano. L'arcivescovo aveva
ordinato la chiusura della baracca in cui i fedeli da anni si radunavano per la
messa. La favela non si era arresa:
il nuovo parroco aveva dovuto fare il suo ingresso protetto da un centinaio di
poliziotti. Il santuario, per impulso dell'arcivescovo, era divenuto meta di
pellegrinaggi, ma nessun favelado vi
era mai entrato. La chiesa-baracca continuava a funzionare da cappella; il
mercoledì e la domenica la gente continuava a radunarsi per un "servizio
della Parola", diretto da uomini e donne formati, negli anni precedenti,
dai "laboratorî" teologici di
dom Helder. Si leggeva e si meditava
La mattina in
cui partecipammo al rito, l'assemblea era presieduta da una donna e da un uomo,
Roberta e Reginaldo, vestiti di una tunica verde. Raccontarono di avere
visitato recentemente altre comunità cristiane in favelas anche più povere della loro (impossibile per noi
immaginarle) e di averne tratto grandi speranze per l'impegno generoso di tante
e tante persone che lottavano per ottenere, per sé e per gli altri, giustizia e
dignità. Roberta predicò dicendo che nessuno deve vergognarsi della propria
origine e condizione. La gente può cambiare la propria sorte; non è vero, disse,
che la favela condanni
inesorabilmente alla prostituzione, all'emarginazione. "Insieme possiamo
cambiare il nostro destino con l'aiuto del Signore; e quando cambiamo il nostro
destino, cambiamo anche il mondo". Poi la gente cominciò a cantare:
"Dalla Bibbia che vive nel popolo nasce un mondo nuovo…". E cantava,
suonando lietamente tamburi e muovendo passi di danza:
Menina Maria, menino Jesus,
carrego un peso de tâo
grande cruz,
mas gardame o sonho
de um mundo de luz…[1]
Mi guardavo
intorno e vedevo bambini dai grandi occhi, donne che sembravao vecchie e
avevano poco più di quarant'anni, uomini dal volto scavato, madri giovanissime,
piedi nudi; e baracche di cartone e di latta e canaletti fognari a cielo aperto, "Um mundo de luz"?
Che la nostra santa Chiesa, pregai, li aiuti in questa ricerca e lotta.
Ma
improvvisamente una specie di muggito, altissimo, si distese sulla favela. Da due altoparlanti posti sul
campanile, il parroco del santuario bombardava la "messa dei poveri"
con la registrazione di un rosario, a
un milione di decibel. "Tutte le volte così" mi disse scuotendo il
capo con compassione un anziano che stava su una sedia a rotelle.
5
"
"…Gesù
esultò nello Spirito Santo e disse: 'Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo
e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai
rivelate ai piccoli". (Luca 10,21)
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Un saluto
affettuoso e riconoscente
ettore masina
P.S. LETTERA
viene inviata a chiunque me ne faccia richiesta. Il mio indirizzo è: via
Cinigiano 13, 00139 Roma, tel. (06) 810.22.16. Un contributo alle spese di
fotocopiatura e postali è assai gradito.
I versamenti possono essere effettuati sul ccp 49249006 intestato a Luca Lo
Cascio, via Leone Magno 56, 00167 Roma.
I testi di
LETTERA possono essere integralmente o parzialmente riprodotti. Sarò grato a
chi vorrà darmene notizia.
L'editrice
San Paolo ha deciso di abbandonare la narrativa e di conseguenza di mandare al
macero, fra altre opere, il mio libro che io amo di più. "I gabbiani di
Fringen": cinque racconti lunghi o romanzi brevi, che si inanellano fra
loro, dando vita (hanno scritto i critici) a un mondo magico, ricco di
emozioni. Ho riscattato alcune copie e
le metto a disposizione di chi ne vuole un esemplare. Se poi qualcuno crederà
di inviarmi un rimborso delle spese di spedizione (le calcolo in 5 ¤ ), lo accetterò volentieri: ma
quel che mi preme è che il libro venga letto: e dunque raccomando soprattutto
ai giovani di non farsene un problema.
[1] Bambina Maria, bambino Gesù/ porto il peso di una croce tanto grande/ ma conservami il sogno/ di un mondo di luce…