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LETTERA
109 settembre
2005 |
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1
Avevo, di Gaza, un ricordo doloroso e aspro, come di un luogo polveroso
e cencioso: una specie di miserabile Hong Kong, per via della densità della
popolazione, ma, poi, a differenza della frenetica arrività di quella
metropoli, come sospesa in una
dimensione fuori del tempo. Gli enormi campi profughi, inchiodati dagli occupanti
alla loro precarietà di strutture, sempre sull'orlo di epidemie evitate soltanto dall'eroismo dei medici
palestinesi, i posti di blocco israeliani che frammentavano la già esigua Striscia, la
protervia dei villaggi dei coloni, con la loro
abbondanza di acqua sottratta alla popolazione araba; le spiagge circondate di
filo spinato, le famiglie divise a forza, essendo impossibile tornare nella
zona, se per qualche ragione la si era dovuta lasciare, le scuole perennemente chiuse dagli occupanti come luoghi pericolosi,
i coprifuoco, le frontiere sbarrate con la conseguenza della disoccupazione di massa, le case distrutte dai bulldozer dell'esercito
… Un inferno di miseria e di odio, un
popolo tenuto per 38 anni sotto un
regime crudele, che distruggeva, giorno dopo giorno, ogni parvenza di
diritto. (Nel
Vedere adesso,
negli schermi televisivi, la festa di
Gaza sbiadisce in me la tristezza delle
immagini che mi portavo nel cuore: e provoca, una volta di più, il rispetto
e l'ammirazione per un popolo che, confinato
in un ghetto di vinti, ha saputo conservare la propria identità e la propria ansia
di libertà.
2
Più che
doloroso, è vedere l'assalto palestinese alle sinagoghe dei coloni: luoghi, a
suo tempo, consacrati al culto e - aggiungo per quel che mi riguarda come cristiano
- sedi in cui si proclamava quella Scrittura, in cui è contenuta la rivelazione
dell'amore di Dio. E però non si deve dimenticare che le
sinagoghe dei coloni sono state spesso i
luoghi del nazionalismo e razzismo
teocratico più acceso: e che negli ultimi tempi erano addirittura trasformate in fortini
dai quali i peggiori sionisti hanno combattuto contro i
soldati della loro stessa nazione. Andandosene,
i coloni hanno ottenuto che le loro case
fossero distrutte perché nessuno dei palestinesi potesse entrarvi, neppure
quelli che a suo tempo furono cacciati
dalle proprie case dall'invasione israeliana. Avere abbandonato le
sinagoghe in un territorio su cui esse sono state per due generazioni di
palestinesi il simbolo dell'occupa-zione militare è stata una scelta provocatoria. Era stato
annunziato dal governo israeliano che le sinagoghe, sconsacrate, sarebbero
state demolite come le case dei coloni o smontate e rimosse. Non lo si è fatto:
mentre finge un passo avanti sul cammino della pace, Sharon non dimentica di
inchiodare i palestinesi al sospetto
dell'opinione pubblica internazionale.
3
No, non è un
passo verso la pace quello compiuto da Sharon, ma una decisione puramente
strategica. Non si cammina verso la pace imponendo scelte unilaterali e
continuando a erigere i muri della vergogna. Non si aprono spiragli di pace
creando un territorio dichiarato libero ma i cui confini sono sigillati: in cui
non si può costruire (o far funzionare) un porto né un aeroporto né si possono avere collegamenti con le altre
aree della Palestina. Per ridare libertà a un carcerato, non basta fare uscire
il secondino dalla sua cella, è la porta che va aperta. Gaza rimane, nella
volontà di Sharon, una specie di bantustan, una parvenza di entità statale, sotto il controllo di Israele. Né si va verso
la pace indurendo le richieste all'Autorità palestinese, chiedendole, come
condizione di effettivo riconoscimento
statale, di spegnere subito e definitivamente i focolai della violenza dei
gruppi armati. Come dimenticare che, durante la seconda Intifada, Sharon ha
fatto sistematicamente distruggere le caserme e gli arsenali della polizia
palestinese, le sue linee di comunicazione, gli automezzi e persino le carceri?
E i governanti di Israele, che a suo tempo favorirono la creazione di Hamas per
indebolire l'OLP, non possono pretendere che l'odio palestinese, dopo 38 anni
di feroce occupazione, perda di colpo i suoi aculei mortiferi.
4
Tuttavia, se
pure il ritiro da Gaza non è un passo verso la pace dei trattati. rimane pur
sempre un soffio di libertà che riempie i polmoni dei due popoli della
Palestina: di quello musulmano, poiché rinvigorisce le sue speranze; e di quello israeliano perché
rianima l'opinione pacifista.
Non c'è dubbio che il popolo
israeliano, nella sua grande maggioranza, vuole sicuramente la pace, ma non
tutti hanno avuto ben chiare, in tutti questi anni, le dimensioni della tragedia
di un regime militare che inevitabilmente ha inasprito (ma forse si dovrebbe
dire: imbarbarito) gli occupanti e i vinti. Penso che l'opinione pubblica
israeliana (come anche quella mondiale) abbia avuto sino a qualche mese fa un
deficit di informazione e di consapevolezza sulla situazione dei palestinesi:
che era invece patrimonio di tutti i suoi intellettuali che hanno visitato
i territori occupati e persino di
molti militari Ma ora la vicenda dei
coloni, della loro irriducibilità e della loro violenza ha aperto molti occhi. Gran parte di Israele
comincia non solo a capirlo ma a testimoniarlo. L'estate scorsa, a Roma, in un grande
convegno di psicoanalisti, uno dei maggiori psichiatri israeliani, Uri Hadar,
ha introdotto la sua relazione con queste parole: "Voglio ringraziare gli
organizzatori per avermi invitato in questa meravigliosa città. Sono particolarmente
grato per questo invito perché considero, date le circostanze, assolutamente non
scontato che la comunità internazionale accetti noi accademici israeliani. Come
certamente sapete bene, noi siamo stati complici - per il fatto stesso di non
avere protestato ad alta voce - del maltrattamento continuo dei palestinesi nei
territori occupati, e della continua violazione dei loro più elementari diritti
civili e umani. Dico questo in segno di sfida nei confronti di questa
complicità, come assunzione di un
obbligo morale, strettamente connesso alla nostra posizione di privilegio nella
società, di far risuonare le sirene d'allarme ogni qualvolta vengono calpestati
diritti umani fondamentali. Dico questo anche per una condizione di
disperazione e indignazione personale, uno stato affettivo che è costitutivo
della mia identità di israeliano nella comunità internazionale".
Il professor Uri Hadar parla di "disperazione e indignazione"
perché, sembra, non crede che la sua sensibilità possa essere contagiosa in Israele.
Io credo, invece, che questo sia un vero passo
verso la pace: che la vicenda "coloniale" di Gaza abbia aperto
molti occhi e molti cuori. La pace non comincia dalle bandiere ammainate ma
dalla comprensione della crudeltà del passato.
ettore masina
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… arroventato dall'uso (!) nei mesi estivi il mio computer si è messo in vacanze anch'esso. Ne è derivato
un blocco della mia corrispondenza. Mi scuso con tutte le amiche e gli amici
che mi hanno scritto e prometto solennemente di riscattarmi dalle mie
inadempienze. Lo stesso vale per l'aggiornamento del mio sito.
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Sono lieto di comunicarvi che l'Editore
Rubbettino ha pubblicato un mio nuovo libro: "L'airone di Orbetello",
sottotitolo " Storia e storie di un cattocomunista". ("Cattocomu.
nista è l'epiteto che spesso - molto spesso - mi è stato rivolto a causa
delle mie scelte politiche e religiose). Dopo il "Diario di un cattolico
errante" (Gamberetti) e "Il prevalente passato", è un terzo "diario in pubblico": contiene cioè
i miei mugugni (o, talvolta, furori), i
miei sorrisi e le mie testarde
speranze.
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"L'airone di Orbetello" sarà presentato a Roma lunedi 26 settembre,
alle ore 21, nella sala della parrocchia di San Roberto Bellarmino, via Panama
12. Ne parleranno Maurizio Chierici, Simonetta Fiori e Riccardo Della Rocca. Ovvio:
ci sarò anch'io; e spero che ci sarete anche voi.
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LETTERA viene
inviata a chiunque me ne faccia richiesta. Il mio indirizzo è: via Cinigiano
13, 00139 Roma, tel. (06) 810.22.16. Un contributo alle spese di
fotocopiatura e postali è assai gradito.
I versamenti possono essere effettuati sul ccp 49249006 intestato a Luca Lo
Cascio, via Leone Magno 56, 00167 Roma.
I testi di
LETTERA possono essere integralmente o parzialmente riprodotti. Sarò grato a
chi vorrà darmene notizia.