PRENDERSI CURA DEGLI ALTRI, CURARE SE STESSI

contributo all' XI Workshop internazionale

"Cultura, salute, migrazioni"

Roma, 28 ottobre 2004

Mi sembra non inutile presentare qualche annotazione sulla paura. La si può considerare un sentimento che, a livello personale, ci rinchiude in una solitudine amara e sterile e, a livello endemico, provoca terribili realtà politiche come quelle che stiamo vivendo proprio in questi giorni: smuove, per esempio, i fondamentalismi,  corrompe le elezioni imperiali, rischia di trasformare le nuove unioni continentali in fortezze che tengono alzati i ponti levatoi.

E' un fatto: che, lo vogliamo o no,  più o meno inconsciamente,  noi leggiamo il mondo esterno come una mappa del nostro mondo interno. Nel Buon Tempo Andato (che poi talvolta tanto buono non era), nella piccola società  contadina  da cui tutti veniamo, quelle fantasie di minacce che sempre si instaurano nell'inconscio di ogni bambino, venivano vissute nei confronti dei vicini, sospettati di spostare a loro vantaggio i confini dei terreni adiacenti o di insidiare una moglie o di sottrarre un capo di bestiame. Poi l'orizzonte sociale,  culturale e politico e la sua percezione da parte degli individui sono diventati immensi, senza che i meccanismi  psicologici umani variassero notevolmente perché il mondo interno muta molto più lentamente di quello esterno; e così oggi le minacce di cui fantastichiamo hanno assunto contorni ben più vasti. Ancora due secoli fa sulle carte geografiche di ampie zone della Terra comparivano come spazi bianchi enormi regioni  inesplorate.. Per esprimere la sensazione di mistero e di minaccia che derivava dalla mancata conoscenza di quei territori, i cartografi vi apponevano la scritta "Hic sunt leones". Adesso quelle zone hanno nomi precisi e talvolta insanguinati (per esempio Darfur, Ruanda etc),  e i loro abitanti si accampano, per così dire, sugli zerbini delle nostre case, Noi oggi sappiamo bene, infatti, anche quando fingiamo di ignorarlo o cerchiamo di non pensarci, che  in quegli spazi una volta bianchi e vuoti, e in mille altre zone della Terra vi sono popoli che cercano disperatamente di sopravvivere e scoprono ogni giorno che non è più possibile farlo sui luoghi che abitano da secoli. Le nostre paure sono dunque diventate planetarie: ci sembra, anche al di là di ogni dato di realtà, che milioni e milioni, miliardi, di persone vogliano invadere i campi recintati del nostro benessere.

Grazie alla psicologia, oggi conosciamo  meglio le leggi di quel respiro psichico per il quale inspiriamo angosce persecutorie  ed espiriamo  paure, proiettandole su determinate categorie di persone, che viviamo come portatrici di odio e di negatività o addirittura di aggressioni nei nostri confronti. Tanto per fare un esempio terribile, sappiamo bene che Hitler fu certamente dominato da questi meccanismi interni, quando cercò di sterminare gli ebrei, che sentiva come persecutori.

E' importante ripetere queste acquisizioni in ogni occasione, soprattutto in  quelle in cui, come oggi, sono presenti formatori e formatrici culturali, perché. per quanto possa sembrarci insignificante il nostro personale  ruolo politico o culturale, ciascuno  di noi è pur sempre un componente di una collettività, le cui fantasie (e le scelte che ne conseguono)  producono, soprattutto nelle democrazie, effetti di grande importanza, distruttivi o costruttivi.

Ora, se ci guardiamo intorno attentamente, a me come a molti altri pare che la paura dell'estraneo domini il nostro tempo. Sono, per esempio, tornate attualissime le parole che Albert Camus scriveva con amara ironia nel 1947. quando cominciava la ribellione algerina al colonialismo: "Se degli arabi vanno a passeggiare in un bosco, non è per godersi la primavera, non può essere per altro che per assassinare  della gente". Dall'Italia che si vanta di avere mandato soldati per instaurare la democrazia in Afganistan e in Iraq vengono respinte decine di migliaia di persone che chiedono  asilo politico; vittime di regimi che violano notoriamente  tutti i diritti umani, sono, spesso sbrigativamente, riconsegnate ai loro carnefici. Dovunque si costruiscono muri piuttosto che ponti.

 

Queste terribili realtà sono difficili da estirpare perché, come abbiamo già detto, affondano le loro radici nel profondo del nostro essere, addirittura agli inizi della nostra vita. Il neonato bene accudito non ha paure: nei primi mesi sorride a tutto ciò che gli pare somigliante al volto della madre, con la quale vive in stato di beata fusionalità. Tuttavia, ben presto, la paura entra in lui. Quando il bambino scopre che la madre non è tutt'uno con lui, nasce la paura  dell'estraneità e dell'alterità  Poi questa paura viene vissuta nei confronti del padre e, più tardi dei fratelli. Il bambino, infatti. li avverte come nemici che vogliono  espropriarlo a loro vantaggio  di qualcosa che egli considerava sua esclusiva proprietà personale.

La crescita della maturità e la partecipazione  alla vita sociale spingono  più avanti l'individuo a una faticosa e spesso dolorosa mediazione fra il desiderio di una madre tutta per sé e la  ammissione che vi sono dei fratelli che hanno anch'essi diritto a un po' di madre; ma i meccanismi dell'inconscio sono così profondi da emergere e aggravare questo sforzo di mediazione o addirittura da annullarlo ogni qualvolta percepiamo che un altro, uno straniero, cerca di spossessarci  di qualcosa che ha per noi un significato simbolico materno: come, per esempio, la madre patria o la madre terra o la madre lingua o la madre Chiesa. L'"altro" - e soprattutto colui che arriva fra noi essendo chiaramente portatore di richieste - appare allora come un pericoloso intruso che ferisce la nostra esistenza, mette in crisi il nostro benessere  economico e soprattutto quello psicologico  poiché sembra privarci di ciò che conosciamo  e gettarci nell'anomia, separarci da un passato che eravamo convinti dover essere immutabile, da tutto ciò che consideravamo la nostra insuperabile, e valida per sempre,   civiltà.

Quale civiltà? Mi ricordo che, anni fa, in Cina, nei pressi di  Xian, fui portato a vedere i resti di un villaggio preistorico (mi pare si chiamasse Bang Po). La principale caratteristica di questo villaggio (una dozzina di capanne addossate le une alle altre) era un vallo, una trincea, profonda tre metri e larga quaranta: una difesa certamente percepita dai suoi costruttori come una grande opera di ingegneria salvifica. Quel vallo la guida insisteva nel descriverlo come testimonianza  di  una civiltà primordiale. La guida sorrideva ma non si rendeva conto di indicare in quella fessura nella terra un monumento a una civiltà della paura, la paura di colui che irrompe nella nostra piccola o grande storia.

 

Del resto ancora oggi, nell'insegnamento  che viene impartito nelle nostre scuole,. si pone l'accento più su una identità da preservare dall'assalto  dell'altro che sulle possibilità di feconda integrazione fra diversi: più su Carlo Martello e Carlo Magno, per intenderci, che su Granada o la Sicilia e lo splendore dello sviluppo della filosofia e delle arti in un momento in cui i "popoli del Libro", cioè della Bibbia e del Corano, si scoprivano somiglianti e mutuamente solidali La scuola ha  oggi, inoltre  più che mai una funzione decisiva al riguardo, non soltanto per le sue caratteristiche di matrice culturale ma come luogo di incontro fra diversi. Ormai nelle classi degli istituti italiani vivono, per lo più serenamente, decine di migliaia di bambini e ragazzi di differenti provenienze etniche; e quando questa convivenza non è soltanto obbligata ma si trasforma in reciproca conoscenza, in amicizia, in comunità di vita, essa agisce da importantissimo  fattore di attenuazione  delle angosce perché queste angosce sono tanto più gravi e più facilmente proiettate sull'altro quanto meno definito è l'oggetto che viene vissuto come minaccioso. Ricordo il sorriso con il quale il protagonista di una splendido film francese, "La crise", commentava il ridimensionamento  della sua aggressività da paura. Aveva appena violentemente denunziato la "inciviltà" dei musulmani che si accalcavano nel grande condominio in cui egli stesso abitava nella banlieu parigina ma si sentiva costretto ad ammettere: "Però quelli della scala A sono brave persone"; e dopo un altro momento di riflessione. "Forse anche quelli della scala B".

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I meccanismi psicologici, proprio perché sono stati identificati dalla scienza, possono essere riconosciuti e tenuti sotto controllo.. Conoscere veramente la realtà attraverso una sua osservazione non velata da pregiudizi, attraverso l'ascolto degli "estranei" e la scoperta dei loro valori può aiutarci a guarire dalle nostre chiusure e svincolarci dal crudele meccanismo sociale dell'esclusione dell'altro; può portare a quel sentimento prezioso che si chiama solidarietà, amicizia, affetto, necessità morale di impegnarsi per chi soffre.

Il titolo di questo contributo vuole significare una doppia relazione. Prendendosi cura degli altri che hanno bisogno di noi, noi dilatiamo la nostra capacità di accoglienza, dunque la nostra capacità relazionale; ci mettiamo quindi in grado di fruire di tutti gli apporti vitali che ci vengono dal mondo esterno. Ci liberiamo da un narcisismo asfittico che si illude di poter vivere autarchicamente perché non ha bisogno di nessuno. Misera pretesa di saggezza degli  egoisti, stupida superbia : nel Vangelo è ben scritto che è dando che si riceve.

(ha collaborato Clotilde Buraggi Masina)