L'ANIMA GRANDE DI UN BURATTINO
Jesus, gennaio 2008

Credo che la ragione per la quale siamo in molti ad amare Roberto Benigni è perché egli ci riporta irresistibilmente alla nostra infanzia. Non soltanto Pinocchio, come ha voluto essere esplicitamente in un film: Benigni è anche, forse senza saperlo, molti altri protagonisti dei nostri giochi e delle fiabe che ci incantavano. Sboccia (esplode) nello schermo televisivo come uno di quei pupazzi a molla che non ci stancavamo mai di far balzare fuori da una scatola: con le loro braccine aperte quasi per un abbraccio e un'enorme lingua protesa a sbeffeggiarci. Se compare in teatro, eccolo percorrere il palcoscenico a grandi balzi come se calzasse gli Stivali delle Sette Leghe: qualche volta è un burattino appeso ai fili del Teatro dei Pupi e qualche volta è il fratello maggiore che onora noi piccoli, ammettendoci in una società segreta di Maghi, Pirati & Mostri Venusiani. Persino quando si lascia andare a una parolaccia o addirittura a un doppio senso, ha il candore con il quale talvolta noi bambini provavamo cautamente a ripetere davanti ai nostri genitori un'espressione appena imparata da un compagno: non avendone compreso bene il significato, volevamo, come si direbbe oggi, “testarla”, cioè capire se potevamo usarla liberamente oppure riservarla prudentemente ai nostri discorsi con i coetanei. Anche da quando ha cominciato a leggerci e commentarci la Divina Commedia (benissimo, dicono gli Intenditori, quelli che non sono gelosi) Benigni è rimasto dei nostri. Per non pochi di noi, a scuola, quella lettura è risultata noiosa o addirittura antipatica. Ci sembrava di trovarci a tre livelli: lo spirito del Poeta gonfiava le vele della grande nave della Letteratura; sul ponte, al timone, stava l'Insegnante, ma, prigionieri della nostra scontata immaturità, noi ragazzi eravamo confinati nella stiva. Attraverso i boccaporti, il professore ci raccontava i paesaggi e i personaggi descritti dall'Alighieri, ci spiegava cosa memorizzare e cosa no, le sottigliezze e la meraviglie di una lingua che però la voce burocratica che scendeva dall'alto rendeva arcigna, paludata, ostica e quasi incomprensibile. Benigni, invece, ci tiene accanto al suo leggìo come comprimari e complici; ci chiede di scendere insieme nelle profondità del poema e sollecita irresistibilmente in noi i due sentimenti che egli stesso prova: lo stupore davanti alla grandezza della poesia e la gioia che ne deriva. Dicono che un importante cardinale abbia definito l'Omino di Vergaio “grande teologo”, dopo la sua lettura del XXX canto del Paradiso. Non so se sia vero, ma mi sia consentito di dichiarare che, quanto a me, trovo spesso nei commenti danteschi di Benigni una toccante “pastoralità”. Penso cioè che sarebbe bellissimo se anche nelle nostre chiese risuonassero talvolta voci vibranti del suo emozionato stupore davanti al mistero, e della sua gioia di ragazzo per l'annunzio che ne nasce.