Telefonarono verso le 21 e mi dissero che mi avevano già mandato un’auto con autista e un fotografo.
La voce della segretaria di redazione era eccitata: “Non ci sono ancora notizie precise ma sappiamo che sull’autostrada per Bergamo, dalle parti di Dalmine, c’è un macello”.
Disse proprio così: macello, e mi preparai a vedere uno di quegli orrendi spettacoli che toccano ai giornalisti.
Salutai mia moglie e scesi al portone di casa ad aspettare la macchina. C’era una nebbia che mi impediva di scorgere il marciapiedi di fronte. Sentii il motore dell’auto che arrivava ma vidi soltanto due luci fioche, i fari quasi azzerati dalla caligine. L’autista disse che dovevamo aiutarlo a vedere la strada, il fotografo e io, sporgendoci dai finestrini aperti.
Credo che fosse novembre, il novembre del 1959, e comunque quello che è certo è che faceva un freddo cane.
In quel gelo corremmo molto più di quanto fosse prudente, Lavoravamo per “Il Giorno”, un nuovo quotidiano che aveva la pretesa di battere il “Corriere della Sera” e per questa smania ci comportavamo un po’ da pazzi . (Tolgo l’un po’).
L’autostrada per Bergamo, a quell’epoca, aveva una trentina d’anni e a raccontarla adesso vengono i brividi; tanto per dire: lunghissimi tratti erano privi di spartitraffico.
Quella che a Milano era nebbia, sulla Milano-Bergamo era un gassoso muro dipinto di un bianco sporco. Non vedemmo Dalmine, non vedemmo Bergamo. Il contachilometri ci ammonì che stavamo correndo verso Brescia. Poiché, come ho già confessato, eravamo tre giovani pazzi facemmo una suicida inversione di marcia. Questa volta vedemmo Dalmine, uscimmo dal casello e scendemmo sulla provinciale che in quel tratto correva parallela all’autostrada ma dieci metri più sotto.
Da lì ci voltammo a guardare in alto. Sull’autostrada sembrava disteso un immenso tampone di cotone idrofilo, al di là del quale palpitava un cielo pieno di stelle. Anche sulla provinciale non c’era traccia di nebbia e dunque vedemmo subito il camion militare che vi si era schiantato, i corpi di dodici o tredici alpini morti che venivano allineati lungo il ciglio della strada. Quei poveri ragazzi tornavano da un’esercitazione. Nella nebbia il conducente aveva intravisto la spalletta di un ponte, aveva creduto che fosse quella di sinistra e aveva sterzato a destra.Ho ripensato a quest’avventura leggendo che negli ultimi dieci anni la nebbia, in Europa, è diminuita del 30 per 100. Mentre pensavo che non era una sciagura, anche se un segno preoccupante del riscaldamento dell’atmosfera, mi sono domandato se per caso, riscaldandola con un po’ più d’amore, la nostra società non renderebbe un po’ meno fitte le nebbie nelle quali sono nascoste ingiustizie, violenze o anche (e forse è peggio) possibilità di bene, umili eroismi, mani tese, fraternamente.
Se non potremmo scoprire un po’ più di cielo al di là della cappa delle nostre indifferenze e delle nostre paure.