I PREDICATORI DI UN DIO IMPIETOSO
Jesus, maggio 2009

Per migliaia di anni le guerre sono state la tragedia dei poveri. Non soltanto le invasioni seminavano morte e distruzioni nelle loro regioni ma i condottieri “levavano” contadini e artigiani  dai villaggi – spesso senza concedere loro di dare l’addio alle proprie famiglie -per trasformarli in soldati. Li portavano lontano a uccidere e ad essere uccisi, senza che essi sapessero perché. La maggior parte di loro non sarebbe tornata mai più, dispersa per una Terra in cui non esistevano quasi strade né, per i miseri, mezzi di trasporto. Questa deportazione di innocenti crebbe a dismisura tre secoli fa quando la costituzione dei grandi stati nazionali portò al servizio militare obbligatorio, teoricamente imposto a tutti i cittadini, in realtà croce caricata soprattutto sulle spalle dei poveri.  Sradicando (e per lunghissimi periodi) contadini e operai dai loro paesi e città,  la “leva” erodeva i loro legami famigliari, li piegava ad una disciplina che spesso  era cieca obbedienza al volere e al disvolere di “superiori”. Anche quando non dovevano affrontare l’orrore dei combattimenti, le reclute vivevano una esistenza dura, talvolta  oziosa, dimenticando antiche abilità e competenze, soffrendo nostalgie delle quali il diffuso analfabetismo incrudeliva l’amarezza, cedendo ai vizi della promiscuità. Fu dalla consapevolezza di questa povertà di massa, che nacque l’istituzione dei cappellani militari.  Alla loro dolorosa e rischiosa condizione, la Chiesa inviò  suoi ministri.

La storia di questi sacerdoti “donati” ai soldati è contraddittoria come quella di tutte le istituzioni terrene. Vi furono santi autentici, e preti in divisa di ufficiali che finirono per essere soprattutto soldati, eroici, magari ma discontinui nella loro missione pastorale.. Ed oggi vien fatto di ricordarlo da una notizia che arriva dal Medio Oriente.

“Colui che è misericordioso con il crudele finirà per essere crudele con il misericordioso”. La frase condensa il messaggio che un brigadiere generale dell’esercito israeliano ha inviato ai soldati in occasione della battaglia di Gaza. Questo incitamento alla  spietatezza e questa irrisione della clemenza avuto hanno dato origine adesso a una disputa religiosa e politica perché il generale Avichai Rontzki  non è soltanto un militare, è anche il rabbino capo dell’esercito. I rabbini militari sono l’equivalente dei nostri cappellani. Benché non sacerdoti, guidano le preghiere dei soldati che lo desiderino, risolvono problemi attinenti alla tradizione ebraica, si occupano dell’assistenza morale ai feriti e via dicendo. Dovrebbero essere i garanti di un tentativo di rendere la guerra meno inumana. Si direbbe che la loro divisa glielo impedisce.

Mi nascono dentro domande gravi e dolorose: è compatibile con una divisa militare il sacerdozio del Dio della pace? È ancora davvero necessario che vi siano sacerdoti embedded? In un esercito professionale, cioè di volontari?

 

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