LA VOCE DI BAGET BOZZO
JESUS, giugno 2009

 

Quando, alla fine dell’aprile del 1945, Genova insorse, il Comitato di Liberazione Nazionale incaricò alcuni giovani di presidiare la radio locale, per animare la lotta e diffondere comunicati. Una di quelle persone aveva  poco più di vent’anni e si chiamava Gianni Baget Bozzo. Dopo due giorni di pericoloso lavoro, da una finestra vide arrivare una jeep americana; telefonò al vescovo ausiliare, monsignor Giuseppe Siri, e quello fece suonare a festa le campane di tutte le chiese. Credo che il suono di quei bronzi sacri per un’irruzione della storia sia una specie di sigla della vita di questo prete, grande intellettuale, nemico delle novità, che gli sembravano annunziare cupe apocalissi: tutte, anche quelle che egli aveva desiderato.
Durante il Concilio, gli telefonai per chiedergli di partecipare a un dibattito sulla riforma liturgica. L’invito era onorevole: avrebbe dovuto discuterne, se ricordo bene, con  teologi come Daniélou e Chenu. Mi rispose che no, trovava detestabile l’abbandono del latino: “Gesù è venuto nella pienezza dei tempi e nella pienezza dei tempi l’ecumene parlava quella lingua”. Mi infastidì la ruvidezza della risposta. Gli chiesi se era sicuro che Gesù  conoscesse la lingua dell’Impero. La comunicazione fu interrotta. Scoprii molti anni dopo, quando lui lo raccontò in un libro inquietante, che in quel momento della sua vita don Gianni Baget Bozzo udiva una voce, anzi una Voce, che gli profetava che la Chiesa sarebbe stata travagliata da una specie di suicidio societario, i cui responsabili erano i “nuovi” teologi, i mass-media e i papi venuti dopo Pio XII.
Avevo conosciuto superficialmente Baget Bozzo nei primi anni ’50, quando eravamo “fucini”, cioè iscritti alla Federazione degli universitari cattolici. Io e molti altri, più giovani di lui di qualche anno, lo ammiravamo per la sua intelligenza, la sua cultura, le sue scelte politiche. Stava con Dossetti, Lazzati, La Pira, Fanfani, la sinistra democristiana. Dopo la seconda rivolta di Genova, quella in cui la città si oppose alla celebrazione di un congresso del MSI, lo vedemmo passare alla destra più bellicosa: Tambroni, Gedda, gli andreottiani come Sbardella, disposti ad allearsi con i fascisti pur di combattere il comunismo. Non fu che la prima torsione politica di Baget Bozzo; e d’altronde chi sente di essere guidato dall’alto non può offrire coerenza. Nemico della secolarizzazione, più tardi, finì per mettersi al fianco di secolarizzatori come Craxi e Berlusconi, che egli giudicò uomini della provvidenza   perché gli pareva svecchiassero il sistema partitico italiano. Quelli lo considerarono il “loro” prete.
Fu un uomo libero e per questo patì dignitosamente solitudini e censure ecclesiastiche. Non gli interessarono mai il consenso pubblico, il successo, il potere. Polemico sino alla fine, riuscì a prendere posizione, duramente, sul caso Englaro e contro Veronica Lario. Non tradì mai la sua convinzione che tacere sui problemi della testimonianza cristiana era colpa grave.

 

 

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