Dom Helder, vescovo e poeta
Jesus marzo 2009

 

La prima volta che lo vidi, a Roma, agli inizi del Concilio, mi sembrò una uistitì, una di quelle scimmiette che i ragazzi dei mercati brasiliani tengono nel taschino della camicia per venderle ai turisti. Dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, era piccolo, con la testa rotonda dei nordestini, grandi orecchie, enormi occhi neri e profondi, sempre cerchiati dalla stanchezza: uno degli uomini più brutti che io abbia mai conosciuto; e però bastava che prendesse la parola perché sembrasse grande e affascinante. Parlava (male) sei o sette diverse lingue, e si faceva capire benissimo con i suoi gesti che supplivano agli errori. Ed era un profeta.

Celebriamo in questi giorni il centesimo anniversario della sua nascita e il decimo anniversario della sua morte perché dom Helder fu, nella stagione del Concilio e negli anni a seguire, l’esempio di vescovo della Chiesa dei poveri. La sua diocesi stava in quello che i geografi chiamavano “quadrilatero della fame”, regione di  terribili siccità che trasformavano i contadini in retirantes, profughi disperati che andavano ad accalcarsi nelle più grandi favelas del Brasile, per tentare di sopravvivere di espedienti. Dom Helder veniva da una famiglia borghese ma fece una scelta radicale: stare con i poveri, fra i poveri, non soltanto per buon cuore ma perché – diceva - è lì che si trova Gesù di Nazareth, nella desolazione delle bidonvilles piuttosto che nei palazzi: “Gesù ha gioito quando si è reso conto che il Padre rivelava ai poveri cose che taceva ai sapienti e ai potenti della Terra”. Scriveva poesie e in una di esse, intitolata “Differenza fondamentale”, spiegava: “Non basta che i poveri ti conoscano/ e ti chiamino per nome:/ è importante che tu li conosca,/ne conosca la storia/ e ne conosca il nome”. In nome dei poveri chiedeva giustizia, e quando si instaurò nel Paese un’orrenda dittatura militare (1961-1985) fu in nome dei poveri che non  esitò a denunziare in tutte le sedi internazionali l’uso della tortura.

Dom Helder era troppo noto in tutto il mondo perché lo si potesse uccidere ma la censura vigilò perché da allora il suo nome non comparisse più nei mass-media. Il suo vicario fu arrestato e a lungo imprigionato in uno dei più orrendi carceri brasiliani, il suo segretario fu letteralmente fatto a pezzi, altri suoi collaboratori rapiti, torturati, poi liberati ma riciclati  dal terrore. Dom Helder andò avanti senza lasciarsi intimidire; e anche quando la dittatura crollò, egli continuò a cercare di costruire un’alleanza fra quelle che chiamava le “minoranze abramitiche” perché la pace fosse festa di poveri che avevano avuto giustizia, invece che la “pace velenosa dei pantani”. Affidò ai laici grandi responsabilità, tenne in onore l’arte, gli studi teologici e sociologici. Da molti, negli anni bui, riceveva consigli di prudenza; lui lasciò scritto: “La maggiore e più grave /delle imprudenze/è la prudenza che si fida di se stessa,/si trasforma in calcolo/e prescinde/ dalle follie di Dio”.