UN BLOG COME UNA LUCE
JESUS, marzo 2010
C’è nella grande piazza virtuale di Internet una luce che non vuole spegnersi, È un blog curato da una piccola donna, Angela M., madre di due bambine, uccisa da un cancro. Quel blog, durato tre anni, sembrava concluso da una stupenda lettera d’amore con la quale James, il marito, annunziava la morte della sua sposa. Non è stato così: giorno dopo giorno, come intorno a una persona viva, continuano ad affollarsi messaggi di gratitudine, ricordi e persino esclamazioni di sorpresa da parte di chi, navigando, per caso è “passato di lì” e ha scoperto una testimonianza di coraggio e di amore.
Ai margini delle strade della grande città in cui vivo – ma so che avviene un po’ dovunque – si infittisce da anni una specie di minuscoli altari, per lo più senza croci. Talvolta sono semplici nomi e una data, scritti su fogli di carta riparati da una custodia di cellophan, altre volte piccole lapidi e fotografie. Sono “tombe virtuali” alle quali i parenti dei morti nel traffico spesso non fanno mancare i fiori. Il caso del blog che continua somiglia solo apparentemente a questi che gli psicologi definirebbero “strumenti di elaborazione del lutto”, Posati nel luogo in cui una persona fu uccisa, quei piccoli altari indicano il prevalere della morte su ogni altro evento, la pena per un accadimento irreparabile: sembra quasi che nel luogo in cui un destino si è tragicamente compiuto sia rimasta un’ombra del defunto, da consolare. Il caso del blog di Angela è diverso: a prevalere è il desiderio di non interrompere il circuito di amicizie costruttive che quella piccola donna era riuscita a creare. Il suo messaggio, che adesso a tanti risulta indimenticabile, non era “neutro” né “divertente”, benché non vi mancassero mai il sorriso dell’umorismo e il calore degli affetti. Neppure era un messaggio consolatorio: al contrario sollecitava con fermezza un impegno contro quella che Hannah Arendt definiva la “banalità del male”. Stando bene attenta a non abitare nelle élites del potere, a vivere fra le persone “della strada” ricordava a se stessa e alle tante amiche e amici che andava radunando che la storia va vista con gli occhi dei poveri, altrimenti è una velenosa menzogna dei ricchi e dei loro servi laureati, che Gesù di Nazareth va cercato nella solidarietà con chi soffre e non solo nelle istituzioni che talvolta sono appesantite da beni materiali, prudenze mondane, mondanissime paure. L’egoismo omicida dei localismi , il materialismo dei consumi, il bigottismo , non soltanto, secondo lei, mettevano in pericolo la vita del pianeta, ma, prima ancora, quella psichica dell’umanità. La lotta di Angela non era quella donchisciottesca contro i mulini a vento, generica e astratta. Si rinvigoriva di nomi, cifre, documenti, incessante lettura del vangelo. Credo che sia per questa luminosa coerenza che il blog di Angela è un discorso che rimane vivo e continua a costruire storia.