LE STRADE DEL VANGELO |
| Quando andai per la prima volta in Terra Santa era la fine di dicembre del 1963 e ci andai per lavoro. Mi ci mandò un grande quotidiano di Milano a seguire il pellegrinaggio di Paolo VI, il primo ritorno di un papa nella terra di Pietro e di Gesù. Gli “inviati speciali” erano centinaia: ricordo, fra gli italiani, Eugenio Montale e Alberto Cavallari, Paolo Monelli e Raniero La Valle, Giancarlo Zizola e Nazareno Fabbretti , Giorgio Bocca, Umberto Andalini e Camilla Cederna… Molti di noi, per l’occasione, avevano riletto il vangelo, e ne avevano riportato un turbamento oserei dire amoroso. Credo che a molti capitò allora di porsi problemi che non erano soltanto quelli professionali, ti interrogavano sommessamente: perché vivi? qual è il tuo vero nome? A me capitò di ritrovarmi chiamato a conversione, come mai prima – né dopo. Mi furono fatali due strade, com’è giusto, mi pare, perché è sulle strade e non dietro cattedre che Gesù sanava lebbrosi o spiegava ai discepoli di Emmaus il mistero della croce e della Pasqua. La prima strada la percorsi a Gerusalemme, la seconda a Nazareth. Nessuna delle due, a dire il vero, poteva chiamarsi strada, erano piuttosto due viottoli: un sentiero slabbrato fra campi inariditi, la prima, un vicolo stretto e maleodorante la seconda. Se dico “strade” è per dire tragitti importanti, itinerari verso un nuovo destino.Gerusalemme, in quel tempo, era divisa in due città che si assediavano a vicenda: una nelle mani di Israele, l’altra occupata dalla Legione Araba. Fra le due, una “terra-di-nessuno” percorsa da un viottolo alle cui estremità, in occasione del viaggio papale, erano stati aperti, due varchi per noi giornalisti. La prima volta che percorsi, da solo, quello spazio battuto da un vento gelido, erano le prime ore di un pomeriggio e una luce cupa mostrava le voragini aperte dalle bombe della guerra del ’48. A Nazareth, Paul Gauthier, un prete francese che viveva nella terra di Gesù, facendo, come Gesù, il carpentiere, mi guidò all’estrema periferia della piccola città in un dedalo di viuzze che collegavano fra loro una specie di alveare di grotte abitate da profughi. In una di esse mi mostrò una giovane donna e un bambino posto in una mangiatoia scavata nella roccia. Sei pecore emanavano un caldo odore di letame. Erano passati quasi 2000 anni dalla nascita del Cristo. Avevamo scritto migliaia e migliaia di libri sul vangelo, costruito migliaia e migliaia di cattedrali, consacrato migliaia di papi, vescovi, sacerdoti e diaconi, benedetto corone e spade di condottieri e imperatori. Ma il figlio dell’ Uomo continuava a nascere in una grotta. Quella sera, in albergo, piansi la nostra collettiva infedeltà. E tuttavia fu proprio il ricordo del sentiero nella No Man’s Land a trarmi dalla sterilità della colpa. Esile arteria in un corpo di male, rivelava le capacità dell’amore di aprire varchi nelle strutture dell’odio. Compresi che l’iniziativa di Paolo VI cambiava la storia della Chiesa e la mia storia personale. |