UN SANTO: IL VESCOVO TONINO
JESUS, maggio 2010
Nel dicembre del 1992 l’inverno incrudelì sui Balcani. E nel gelo, nella pioggia, nel fango andava morendo l’utopia jugoslava: uno stato multietnico che sembrava avere consolidato pacificamente un’area europea storicamente segnata da conflitti senza fine, adesso s’era nuovamente frantumato sotto la spinta di egoismi locali e correità internazionali. Un’atroce guerra civile andava sviluppandosi, divideva quartiere da quartiere, villaggio da villaggio, talvolta famiglia da famiglia. L’ONU e i governi europei sembravano (o fingevano di essere) incapaci di fermare il genocidio. Simbolo dell’odio etnico e religioso, la città bosniaca di Sarajevo (300 mila abitanti) veniva assediata dall’esercito serbo. A rompere la cintura di fuoco fu, l’8 dicembre di quell’anno, una colonna di 5oo italiani, partiti il giorno prima da Ancona: erano volontari di Pax Christi e li guidava il loro presidente, Antonio Bello, vescovo di Molfetta. Se lo si rivede nelle fotografie dell’epoca, sembra impossibile che egli abbia partecipato all’impresa, da lui ideata: era stato un uomo bello anche fisicamente, adesso il suo sorriso illuminava un povero volto che sembrava un teschio, con occhi troppo grandi sotto un passamontagna che non riusciva a liberarlo dal freddo. “Don Tonino”, come voleva essere chiamato rifiutando tutti gli altri titolo della cerimoniosità ecclesiastica, stava morendo di un cancro e lo sapeva, ma voleva mostrare che a una crociata senza spade e senza stendardi, un “esercito senza armi, come saranno quelli del futuro”, a un’ “ONU dei popoli” era possibile spezzare, almeno per qualche ora , la logica della violenza. L’arrivo a Sarajevo della colonna da lui guidata sembra una pagina dell’Antico testamento: la città era piena di “cecchini”, tiratori scelti che sparavano su tutto quello che si moveva per le strade ma, improvvisamente una fitta nebbia impedì loro ogni visuale e i volontari passarono indenni.
In questo mese di maggio comincia il lavoro di raccolta delle testimonianze sulle virtù eroiche di don Tonino da parte del Tribunale ecclesiastico che si occupa del suo processo di canonizzazione. Sarà un lavoro emozionante perché questo vescovo della “Chiesa del grembiule” come amava definirla in ricordo della Lavanda dei piedi, questo “apostolo della tenerezza” come fu chiamato da molti (me compreso) che lo conobbero da vicino, non fu un santino da immaginette ma un maestro che proclamò la necessità di un vangelo annunziato ai poveri e testimoniato con la difesa dei loro diritti, sempre e dovunque; di una intransigente guerra alla guerra, di una mano tesa ai cosiddetti “lontani”, che considerava fratelli da amare.