LE CARAMELLE DELLA VERGOGNA |
| Mi capitò una volta, in Zimbabwe, di visitare un meraviglioso piccolo ospedale italiano, “di frontiera”, cioè lontano da grandi centri abitati; oltre a tutto un avamposto di lotta all'AIDS che flagellava la zona. Guidavo una delegazione di deputati italiani in visita ai progetti di cooperazione del nostro Paese; e nella mia veste presidenziale ero costretto ad assumermi funzioni cerimoniali che consideravo un po' sciocche e un po' sgradevoli. In quell'occasione qualcuno mi mise fra le mani un enorme sacco di caramelle e mi chiese di distribuirle ai malati. Al mio rifiuto mi fu spiegato che le leggi africane dell'ospitalità richiedevano che il più alto dei personaggi in visita donasse qualche piccolo segno di amicizia. Portai dunque a termine, con profondissimo disagio, quanto mi veniva richiesto. Ad ogni letto mi fermavo, dicevo qualche parola d'augurio e porgevo un pugno di caramelle. Qualche malato, immerso in un suo torpore, neppure mi guardava, qualcuno esaminava i dolci con diffidenza, altri li ghermivano con entusiasmo, stringendomi la mano e rivolgendomi un fiotto di parole del tutto incomprensibile. Le donne riponevano con cura i piccoli regali: li avrebbero dati ai figli bambini quando sarebbero tornate a casa. Per tutto il tempo della distribuzione mi risuonò “dentro”, molto tristemente, una bella canzone di Mina, che diceva: “Caramelle non ne voglio più” e spiegava che le parole dolci non bastano a chi vuole essere amato, l'amore non può che essere riconoscimento dell'altro, rispetto della sua identità, aiuto generoso, fedeltà. A proteggermi dal disagio di quel giorno c'era almeno la constatazione che l'ospedale aveva muri, personale, farmaci e ferri chirurgici, solidi segni di solidarietà. Le caramelle non sostituivano queste realtà, le ingentilivano; ma dopo tanti anni sento spesso che il mio disagio di allora si rinnova quando mi trovo – che lo voglia o no – dalla parte di chi offre alle difficoltà altrui, e talvolta ai dolori altrui, belle parole invece che comprensione e aiuti. Penso soprattutto ai giovani e ai giovanissimi. Quante affettuose pacche sulle spalle, quante sciocche tolleranze donate come caramelle; e quanta amara convinzione che ormai non ci sia più niente da fare, ormai essi vivano fuori dal nostro territorio. Cerchiamo davvero di capirli? Se l'uccisione di un ragazzo da parte di un poliziotto provoca la violenza degli ultras, riusciamo a comprendere che non basta la repressione, che le “curve” sono l'iceberg di un lutto generazionale per una totale mancanza di offerte di futuro, di dignitose vie di comunicazione? E le istituzioni sono capaci di tenere presenti le ripercussioni fra i giovani di provvedimenti nei confronti di adulti che avevano conquistato la loro fiducia? Qualcuno, per esempio, sta ascoltando il mormorio desolato dei ragazzi della Locride per il trasferimento di un vescovo amato? |