PERCHE’ NON RILEGGI “KATRINA”?
JESUS dicembre 2008

 

 

A Varese, la città in cui allora abitavo, il dicembre del 1944 fu di un gelo senza misericordia. Non c’era legna sufficiente a un riscaldamento degno di questo nome, non c’era nafta, non c’era carbone.  Anche nella sala di lettura della Biblioteca Civica un po’ di tepore era un pio desiderio. Il cavalier Romussi che sovrintendeva all’istituzione inaugurò un berretto di pelo di gatto che ricordava quello di un personaggio del “Cuore”, sua moglie aveva addosso strati di scialli, e anche noi, i pochi eroici lettori di quei giorni, non deponevamo cappotti né sciarpe e i guanti li toglievamo soltanto per sfogliare le pagine. Quel freddo  fu la cornice appropriata di un evento  che segnò la mia vita. Lessi un libro della Medusa Mondadori, pubblicato alla fine degli anni ’30, autrice una poverissima emigrante svedese negli Stati Uniti, Sally Salminen. Il titolo del libro era “Katrina” e raccontava la vita eroica di una donna in un villaggio dell’estremo  Nord che la teneva ai margini in quanto forestiera e moglie di un perdigiorno. Mentre imperversava una bufera di neve (non ricordo se nel romanzo o oltre i vetri della Biblioteca) un giorno , incantato da quelle pagine, giurai a me stesso  che anch’io sarei diventato uno scrittore.
Tanti anni dopo, quando, in effetti, pubblicai il mio primo romanzo, cominciai   a ricercare “Katrina”, non nelle biblioteche ma nelle librerie perché volevo porlo in un posto d’onore dei miei scaffali. Trascorsero decenni, inutilmente, poi, finalmente,  due anni fa, su un marciapiede, in mezzo a povere chincaglierie esibite da un venditore ambulante ecco il testo dei miei sogni. Lacera la copertina, squinternate le pagine, che gioia comunque tenerlo fra le mani.
Ebbene: non l’ho mai riletto. Tengo”Katrina” vicino a me, l’accarezzo con  i miei sguardi ma non trovo il coraggio di aprirlo. Capisco che sarebbe ben doloroso se oggi scoprissi che quella mia avventura culturale (e non soltanto culturale) fu frutto di ingenuità, di mancanza di capacità critiche eccetera.
Da qualche tempo,  adesso che sono molto vecchio, penso però che questo barricarsi nei recinti   del presente per non essere costretti a demitizzare il nostro passato, sia una brutta caratteristica della senescenza, quella che ci tiene lontani dalla sensibilità dei giovani, facendoci sembrare (ed essere, troppo spesso) persone che si vantano di essere “tutte d’un pezzo”, incapaci di riconoscere i propri errori; e mi domando se questa diffidenza per il nostro passato non sia anche (ed è ben peggio) timore di riconoscere che molti ragazzi e ragazze stanno riscoprendo e portando avanti valori e progetti che noi abbiamo lasciato cadere quando i “poteri forti” ci hanno convinto che le utopie sarebbero illusioni pericolose e sterili.
Chissà che uno di questi giorni non regali “Katrina” a una delle mie nipotine.

 

 

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