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LA CRISI C’ERA GIA’
JESUS, gennaio 2009
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| Eravamo, mia moglie ed io, in visita ad un paese dell’America Latina e una mattina ci svegliammo più ricchi del giorno prima, benché avessimo dormito come ogni notte. Non avevamo vinto a una lotteria e neppure ereditato una fortuna da qualche parente ricco (che non avevamo). Per noi e per molti altri come noi aveva lavorato Sua Maestà il Mercato. La Comunità europea (allora si chiamava ancora così), quella notte, aveva alzato i dazi sulla carne, il cuoio e la lana, i prodotti sui quali si reggevano le esportazioni del paese in cui ci trovavaamo, e dunque la moneta locale aveva avuto un nuovo tracollo e un’impennata il valore del dollaro – la moneta con la quale viaggiavamo. Più ricchi noi, più povera la popolazione locale, si apriva a forbice, una volta di più, la distanza fra popoli del benessere e Sud della Terra. La miseria del paese che stavamo visitando sembrava – come dire? – “europea”. La grande maggioranza degli abitanti della capitale aveva lo stesso nostro colore della pelle, i suoi lineamenti erano simili ai nostri, eguali ai nostri gli edifici pubblici e quelli in cui abitava una casta di ricchi arroganti, i cui figli stavano all’estero, frequentando le migliori università americane. Tuttavia la miseria sfregiava questa “europeità”: non era la miseria dell’Africa o dell’Asia che noi nella nostra più o meno consapevole crudeltà riusciamo spesso a considerare folklore, diversità biologica e di tradizioni. Ciò che più ci colpiva era che molti dei palazzi nei pressi del nostro albergo erano incompiuti, vuoti i negozi, evidente la precarietà dei mestieri con i quali la gente cercava di sopravvivere. Una crisi economica crudelissima aveva colpito quel paese: non solo le classi povere, ma anche la media borghesia. Un anziano signore elegantemente vestito fermò un giorno mia moglie con molta dignità, domandandole se non volesse acquistare le due aspirine che mostrava sul palmo della mano. Guardando quella mano ci accorgemmo che i polsini della camicia e della giacca erano lisi e sfilacciati. Soltanto le banche sfavillavano di luci e di cristalli. In quel paese (chiamato un tempo “la Svizzera dell’America Latina”) un golpe di generali aveva instaurato uno sfrenato liberalismo, abbattendo la democrazia e ogni welfare e instaurando il “darwinismo sociale” predicato da Wall Street. Quando rientrammo in Italia cercammo di raccontare quello che avevamo visto e che ci inquietava come una possibile profezia. Appena cominciavamo, molti ci dicevano: “Dopo, ci direte dopo, adesso vi raccontiamo noi cos’è successo in Italia mentre voi eravate lontani”. Il “dopo” non arrivava mai. Ci prendeva una fonda malinconia che oggi, mentre quasi con ingenua sorpresa affrontiamo la crisi capitalista, è anche rimpianto e rimorso per le nostre incapacità di spiegare agli altri e di ammonire noi stessi che Nord e Sud non possono che avere lo stesso destino.
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