QUANDO NEPPURE LA GUERRA
DISTRUGGE LA PIETA’
Jesus, luglio 2008
Il nonno Piero era generale di corpo d’armata. Non vestì mai quel grado perché per farlo avrebbe dovuto rinunziare al cappello da alpino, cosa per lui impensabile. Con quel cappello (per la verità per l’occasione sostituito da un casco coloniale, ma con la penna) era partito nel 1896 per la guerra contro Menelik. Aveva ventitre anni, era sottotenente. Il reclutamento degli alpini veniva fatto paese per paese, le madri dei soldati del nonno Piero andarono una ad una a raccomandargli il figlio. Il nonno mi disse una volta. “Mi fosse morto un alpino, mi sarei suicidato”. Poi la ferocia delle guerre, aumentata dalla folle tecnologia del massacro patriottico, cancellò molte sensibilità, ma gli alpini cercarono sempre di conservare il loro rapporto comunitario: non ci si salva da soli, non si torna a casa senza i compagni. L’egoismo è la più stupida delle avarizie.
Questa era una delle lezioni che tornai a rivivere leggendo “Il Sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, ma la seconda che vi trovai - tanto più difficile e perciò da molti taciuta, quando non irrisa - è quella che molti uomini illustri nei loro libri e moltissimi uomini anonimi nei loro atti mi hanno tante volte insegnato: neppure la guerra più crudele, se si ha cuore, può distruggere la generosità. So che Rigoni Stern, quando Marco Paolini gli propose di trasformare “Il Sergente” in uno spettacolo teatrale (fra le cose più belle andate in onda da quando esiste la televisione italiana), gli raccomandò di far riviere un episodio della spaventosa ritirata dell’inverno del 1942. Temo che molti non sappiano quale terribile avventura vissero allora centinaia di migliaia di giovani e meno giovani italiani mandati a morire da Mussolini nel gelo della steppa russa. Rigoni Stern ne raccontò stupendamente, mai gridando ma quasi con un bisbiglio da padre che torna da tanto lontano, le crudeltà e le miserie; ma a quell’ episodio rimase sempre attaccato. Camminava da giorni fra le tormente di neve, aveva perso contatto con i suoi, era distrutto dal freddo, dalla fame e della stanchezza, scorse una capanna, andò a picchiare alla porta. Vide, accanto a un camino, un gruppo di soldati sovietici, armati, come lui; e una donna che gli distribuiva un po’ di cibo. Nessuno parlò, i soldati si strinsero per lasciare che quello che da mesi era un loro nemico e fra qualche manciata di minuti sarebbe tornato ad esserlo, si riscaldasse, mangiasse qualcosa. Il tempo, raccontava il Sergente, si era come fermato e la guerra come cancellata da un palpito di solidarietà. Quando Rigoni Stern riprese il suo cammino, la padrona della capanna lo seguì sulla porta e gli diede un favo di miele. “Portalo ai tuoi compagni” disse, e io sono certo che aggiunse nella sua lingua quello che in italiano sarebbe suonato: “Poveri figli!”.