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Per
capire non basta guardare JESUS, novembre 2006 |
| Arrivammo,
una sera di tanti anni fa, a Jaroslavl, una antica città russa, luogo
incantevole sulle sponde del Volga. Nell’albergo che ci avrebbe ospitato
era in corso una festa di nozze. Chi di noi verso le tre di notte scese
ad implorare un po’ di silenzio, trovò una torma di ubriachi
e ubriache (sposi compresi) che cantavano e anche facevano cose molto meno
nobili del cantare. Il giorno seguente quella torma sciagurata risultò
dispersa ma al tramonto un’altra sembrò darle il cambio. Tornavamo
a piedi da una visita della città quando un pullman scaricò
davanti all’albergo una comitiva che, appena a terra, si scatenò
in una rissa. Troppo lontani per udirne le grida, i gesti della piccola
folla ci sembravano inequivocabili; e noi ci preparavamo a un’altra
sgradevole esperienza traendo infuocati giudizi sulla popolazione locale
(e magari dell’intera Russia)... Invece, avvicinandoci, fummo costretti
a ridere di noi stessi: la comitiva era di sordomuti che magnificavano il
luogo ed esprimevano la loro allegria. Ripenso spesso a quell’episodio per ricordarmi che prima di giudicare bisogna vedere da vicino e non lasciarsi confondere dalla esperienze passate: ciò che troppo spesso avviene a moltissimi di noi – e certamente a me. Non si può affrontare seriamente un dialogo se non ci si sforza di andare incontro agli interlocutori e di comprendere il loro linguaggio verbale e non-verbale. Questa comprensione può essere molto difficile Ormai la stessa scienza sperimentale ha acquisito la certezza che i risultati di una ricerca sono sempre influenzati dal punto di vista del ricercatore, per quanto egli possa cercare di essere neutrale. Figuriamoci, noi, gente della strada... Se dunque accettiamo – com’è, del resto, ormai inevitabile – la strada del dialogo con l’altro, dobbiamo percorrerla non soltanto con il cervello, ma anche con il cuore, cioè in spirito d’amicizia e non con la diffidenza nella quale siamo stati educati, in base ad esperienze storiche viste e catalogate soltanto dai “nostri”. Non fidiamoci troppo dei manuali di storia sui quali abbiamo studiato: sono pieni di silenzi, e scritti per lo più per insegnarci che la “nostra” civiltà è la migliore, se non l’unica. Bisogna che impariamo ad ascoltare verità sgradevoli, a cogliere i mutamenti, a “vedere da vicino” l’Oggi e non soltanto lo Ieri. Una volta quest’opera di rilettura era difficile, perché le voci “altre” erano spente dal monopolio dell’informazione: ma ora non è più così. grazie alla cosiddetta contro-informazione, cioè all’inedito accesso di gruppi di poveri alle “piazze informatiche”. Avvicinarci a questa pluralità di voci è indispensabile a un vero impegno di pace. Non soltanto Internet ci dà notizie, ma può ripulire i nostri punti di vista. I quali sono determinanti, sempre. Eduardo Galeano, grande scrittore latino americano, ce lo ricorda con uno sberleffo: per noi –dice - un piatto di spaghetti è un piatto di spaghetti, ma, dal punto di vista di un verme, può sembrare un’orgia di massa. |