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LE FANFARE DELLA FOLLÌA |
Com’è diverso leggere la Storia in un luogo o in un altro, in un’età o in un’altra, in un clima culturale o nell’altro ancora. Quando io ero bambino, agli inizi di Novembre la Scuola-coi-grembiulini si trasformava in Scuola-con-la-camicia-nera. Il giorno 4, anniversario della vittoria della prima guerra mondiale, era la data di solennissime celebrazioni, e tutta l’Italia, bambini compresi, doveva mettersi in divisa. I “panni d’ordinanza” dei vari membri della famiglia, del resto, erano ancora appesi negli armadi: li avevamo indossati pochi giorni prima, il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma. La mia divisa era quella dei balilla. Poiché abitavamo in un Nord di gelidi autunni, mia madre brontolava sull’insensatezza di costringere dei poveri bambini a marciare in pantaloncini corti.
Di quel gelo nebbioso ma anche del rutilìo di inni e di bandiere, di discorsi e di medaglie sul petto di mio padre, di sfilate militari con le “quadrate legioni” rantolanti nella fatica del “passo romano”, di “figli della lupa” che uscivano dai ranghi lacrimando perché avevano freddo e volevano la mamma, ho un ricordo per niente spiacevole, di festa universale. Mi sembravano soltanto estranee e lugubri le madri e le vedove dei Caduti: le ricordo su un lato del palco, immobili e silenziose, un nerissimo grumo di silenzio. Un poco alla volta, crescendo e cercando di capire cosa significassero quelle onoranze e quel lutto, il mio ricordo infantile non mutò, essendo del tutto innocente, ma imparai che quel rituale “laico” (il quale, però, comprendeva anche la “messa al campo”, in una piazza o nel cortile di una caserma, con il presentat’arm dei soldati all’Elevazione) nascondeva molte cose ben più dolorose di quanto ci venisse insegnato. Ma mi ci sono voluti molti anni e molti libri e molti viaggi nel cuore della piccola Italia (quella dei paesini e delle frazioni) per comprendere la portata del genocidio perpetrato dalle 28 nazioni che, agli inizi del Novecento, si fecero guerra per cinque anni, in una follìa sanguinosa, la più terribile nella storia del nostro continente. Oggi rileggo certe cifre quasi incredibili, stando in un paesino della Toscana: un’ imponente torre medievale, un pugno di case intorno, balconi che si affacciano sull’incanto della Maremma, in lontananza come un presagio di mare. Furono trasformati in soldati più di 5 milioni e mezzo di italiani, in pratica più di metà delle famiglie italiane conobbe lo strazio di una spasimante lontananza. 600 mila di questi militari morirono, un milione furono feriti o mutilati. Forse nelle città fu diverso (più “diluiti” i lutti nella solitudine dell’anonimia) ma sulla piccola Italia la guerra passò come un atroce rullo compressore. Anche qui, in questo paesino, come in tutti i comuni italiani, una lapide ricorda i nomi dei morti. Sono 26. Un gruppo di vecchi si gode il sole ai tavolini di un piccolo bar. Domando: “Quante sono le famiglie del paese?”. “Una ventina”. Domando: “Qualcuno dei vostri nonni è morto in guerra?”. Alzano tutti la mano.
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