I FIGLI BAMBINONI
JESUS novembre 2009
Siamo certamente in molti a ricordare “Finché c’è guerra c’è speranza”, il film in cui Alberto Sordi incarna la figura di un mercante d’armi, cinico e anzi amorale. Piazzista di morte, mantiene nel lusso una famiglia che ignora (o finge di ignorare) la sua professione. Moglie e figli sembrano ribellarsi al suo mestiere quando esso diventa noto e scandaloso nella “buona società”, ma dopo un’effimera crisi, di fronte alla consapevolezza di una sicura riduzione della loro qualità di vita se l’uomo mutasse la sua attività, riprendono (o adottano) l’apparenza di una loro incolpevole ignoranza.
Si tratta, ovviamente, di un caso-limite (non troppo, se è vero, com’è vero, che la produzione e la vendita all’estero di armi italiane sono in continuo aumento) ma mi pare indicativo di certe (molte) famiglie i cui componenti vivono isolati gli uni dagli altri, in compartimenti stagni che si schiudono soltanto per i pasti o poco più. Ciò che manca è un dialogo in cui ciascuno si apra agli altri e ottenga comprensione e sostegno nelle sue difficoltà. Naturalmente occorre che gli adulti graduino questo loro bisogno sulla gracilità emozionale dei figli ma pessima mi pare la convinzione che gli adolescenti debbano essere lasciati vivere in una loro bolla da cui è difficile cominciare a scrutare le difficoltà della vita. Dico questo perché ho appena letto i risultati di un sondaggio effettuato dal Centro studi Minori & Media in 17 scuole superiori di 13 città italiane a proposito delle reazioni dei giovani alla crisi economica. I risultati sono: la principale fonte d’informazione è la televisione mentre la generazione dei “digitali nativi” non usa il web per informarsi sulla situazione né essa è argomento affrontato nei “social network”; la crisi pone problemi alle famiglie, nel 60 % dei casi; due terzi degli adulti acquistano in minor quantità vestiti ed elettrodomestici, hanno ridotto i viaggi e le vacanze, vanno meno a pranzo fuori ma per i ragazzi poco è cambiato, la “paghetta” è rimasta invariata e così le attività del tempo libero (cinema, discoteca, attività sportive, pasti fuori casa): l’83% del campione ha ridotto poco o per niente l’acquisto dei beni indicati.
La ricerca è ricca di altri risultati ma intanto vorrei sottolinearne un’acquisizione: i genitori fanno scudo perché i figli non siano turbati dalla comprensione della realtà. È accaduto anche in anni lontani: penso, per esempio, al coraggio con il quale i genitori degli anni di guerra cercarono che i loro figli non fossero turbati dagli orrori del conflitto: “La vita è bella” di Roberto Benigni e “Andremo in città” di Nelo Risi sono i documenti poetici di questo autentico eroismo. Tuttavia qui non si tratta di salvare la psiche di bambini ma di ottenere, con prudenza, certo, ma anche con una corretta informazione che la famiglia sia una comunità in cui gli adolescenti crescano un po’ alla volta nella consapevolezza dei problemi comuni e delle comuni responsabilità. Mantenerli “bambinoni” non significa fare il loro bene.