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Solitudine post-freudiana |
| Alla fine del secolo XV, quando i viaggiatori che avevano varcato gli oceani e i deserti cominciarono a raccontare la stranezza disumana delle genti selvagge incontrate in terre remote, la società dei sedentari fu presa da un’enorme voglia di confrontarsi con quella che fu chiamata natura mostruosa: monstruosa, per dirla con i latini, cioè mirabile, stupefacente. Accanto alle bibbie (che anche parlavano di giganti e di enormi creature marine) i tipografi si affannarono a stampare immagini di uomini e donne di cui in Europa non si trovava traccia ma che, ai tavoli delle osterie o nei consessi dei principi, gli eroi dell’avventura giuravano di avere contemplato: uomini, per esempio, i quali avevano un orecchio talmente grande che di notte vi si avvolgevano come in una soffice trapunta, oppure che correvano velocemente su una gamba perché ne avevano una sola, donne-uccello dal volto bellissimo e dal seno incantevole ma dal pube in giù sfigurate da orride zampe unghiute, di rapace; e pantere con tre teste e sette code, e alberi dai cui rami pendevano, anziché frutti, creaturine diaboliche che i venti staccavano e disseminavano, per la disperazione dei contadini a cui, per pura cattiveria, inacidivano il latte appena munto o spingevano vespe malefiche a stravolgere gli alveari.Ben presto ai Signori del tempo non bastarono più i libri, i “mostri” cercarono di collezionarli. Accanto ai saloni delle feste aprirono piccoli o grandi “musei” o “gabinetti” in cui collocare gli “scherzi di natura”, genuini o, più spesso, fabbricati e venduti a caro prezzo da truffatori di talento. Il passo successivo ( in cui fra atrocità e stupidità nacque la zootecnia) fu quello della “produzione” di “incroci”: la signorilità di sfortunate cavalle fu avvilita dalle forzate nozze con la foia plebea di asini ringalluzziti, e volpi furono smembrate da cani che avrebbero dovuto possederle; pecore mansuete dovettero affrontare l’ira bavosa di capri senza grazia. I tipografi presero a editare manuali di genetica, mitica o con qualche approssimazione scientifica. Si diffusero leggende (o forse notizie terribilmente vere ) che parlavano di abominevoli sovrani, i quali avevano incatenato misere vergini in gabbie in cui enormi gorilla avrebbero dovuto assaltarle e ingravidarle di un orrendo uomo-scimmia.Ho ripensato a questa vicenda leggendo “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, premio Strega. Questo giovane autore ha operato, ma con assai minore ingenuità, un esperimento simile a quello degli antichi empiristi. Ha deciso di accoppiare due piccoli teneri “mostri” della nostra età post-freudiana – un adolescente autistico e una bambina anoressica e zoppa – e di vedere che cosa ne sarebbe nata.Ne è nata una vicenda crudele, straniata e commovente: la storia di due innamorati cui la fragilità psichica impedisce di abbracciarsi e di camminare insieme verso la “normalità”. Come chiusi in teche di infrangibile cristallo, Alice e Mattia non possono ascoltarsi né ascoltare le loro voci interiori. Vicinissimi e lontanissimi fra loro. ricordano la solitudine dei numeri primi, quelli divisibili solo per se stessi e dunque radicalmente separati da ogni altro.Alice e Mattia sono due piccoli “idioti” dostoievschiani in un mondo che intende qualcosa del loro male segreto e se ne diverte sadicamente o se ne impaurisce. Impauriti o disperati o anche soltanto annoiati sono i genitori, perfidi i compagni di scuola. Paolo Giordano cammina qui per i sentieri ormai antichi di William Golding o su quelli meno epici di Simona Vinci o di Niccolò Ammaniti, la regione dei bambini cattivi, trascinati da peccati più grandi di loro. Non diceva sant’Agostino che i bambini sono angeli decaduti? Anche Giordano sguazza negli acquitrini dei luoghi comuni: i leaders adolescenti del Male, le reginette dell’alcol precoce, del sesso precoce, dell’abbandono a se stesse. Alice e Mattia sono, in più pagine, eccessivi. Lei si sposa con un medico incredibilmente cieco alla sua ventennale anoressia, lui si ferirà intenzionalmente la mano sinistra tanto ripetutamente che il lettore si attende che prima o poi il povero arto si gonfi mostruosamente o si stacchi dal polso o, più semplicemente, rimanga paralizzato; ciò no. n avviene, sul palmo torturato non si aprono stimmate: quasi un anti-miracoloTuttavia se Alice è un personaggio un po’ di maniera, Mattia ha una drammatica caratterizzazione, la sua gelida confusione e i rari fremiti del desiderio hanno i colori della verità. Paolo Giordano è un fisico, Mattia un matematico, si somigliano per le scelte del loro lavoro, ci si domanda se il protagonista de “La solitudine” non abbia qualche notazione autobiografica.Paolo Giordano mostra due caratteristiche inconsuete per un giovane autore. La prima è l’astuzia con la quale ha scelto la trama del suo romanzo e l’ha orchestrata a capitoli brevi in cui la tragedia si approssima ma lui evita di descriverne l’acme, interrompe il racconto, lo riprende soltanto per mostrarne le aspre conseguenze. Si direbbe furbizia di vecchio editor, se editor non ci è stato, chapeau, dottor Giordano.La seconda caratteristica dello scrittore è la fluidità del racconto, la capacità di mantenere vivo l’interesse del lettore anche quando la vicenda tende a sfilacciarsi in qualche eccesso di macerazione interiore. Nella narrativa italiana entra a vele spiegate, subito dopo il varo, il vascello di un nuovo autore. (Sia concesso al vecchio che io sono protestare tuttavia contro la eliminazione dell’imperativo e la sua sciatta riduzione all’indicativo, sciocca resa al malcostume del cosiddetto “linguaggio parlato”; e di insorgere contro un nuovo malcostume, anche più stupido: quello, oltre a tutto strafalcione fonetico, di pretendere che una c’ seguita da apostrofo e dalla vocale a conservi un suono dolce. Come se un “c’avevamo visto bene” non dovesse suonare “k’avevamo…”).
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