LA PICCOLA SIGNORA DEGLI OSSIMORI Aprile 2009. Prefazione a “L’Era della debolezza” di Angela Mac Donald Altieri
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Lorsignori se ne rendano conto: in questo momento hanno il privilegio di stringere nelle loro mani un ossimoro. Non temano. Anche in me, sino a pochi anni fa, la parola ossimoro suscitava preoccupazione, sembrandomi alludere, per qualche misteriosa ragione, a un animaletto peloso, con dentini aguzzi e occhietti maligni. Adesso l’ho imparato: dicesi ossimoro, dal greco oxùs (acuto) e moròs (sciocco), una figura retorica che consiste di due termini in forte antitesi tra loro, quasi incompatibili. Esempi: urlo silenzioso, brivido caldo, disgustoso piacere, eloquente silenzio.Anche se gli esempi di cui sopra riguardano espressioni verbali, dunque impalpabili, in realtà ossimoro può anche essere un oggetto solido. Che ne dite di un libro fatto di blog? Di un campione del genere sto parlando. Si potrebbe chiamarlo bloggy-book o booky-blog. Comunque sia, il collegamento fra libro e blog è un indubbio ossimoro. Un libro, infatti, è un oggetto solido, fatto di carta, cartone, inchiostro (“opera d’inchiostro” lo definiva Ludovico Ariosto); se anche si spegne la luce, la solidità del libro non muta, l’oggetto rimane dove l’hai messo, puoi toccarlo, sfogliarlo, soppesarlo anche nel buio; il blog, invece, è un testo virtuale, informatico, internautico, dunque fatto di ombre senza spessore. Se “salta la corrente”, come si dice nel caso di un black-out, un blog svanisce dallo schermo, sprofondando nelle oscure viscere della “rete”. Un libro è, in genere, il prodotto di lunghi tempi di ricerche, riflessioni, tentativi di scrittura, estenuati rifacimenti, conclusioni giudicate dal Pensatore frettolose, incomplete e dunque a lungo da lui stesso trascinate sul banco degli imputati, costrette più volte a cambiare. L’Autore di un libro, in genere, esita a pubblicarlo per timidezza, incertezza, disperato bisogno di piacere, terrore di critiche malevole. Assomiglia a quelle madri dei romanzi inglesi del primo Ottocento, le quali, dovendo presentare le figlie in società, le costringevano a ore di prove di sartoria o di parrucchiere, le obbligavano a mutare all’ultimo momento guanti o cappellino e mentre, alla fine, le vedevano entrare nella sala da ballo, si domandavano con orrore se fossero proprio tanto belle quanto gli erano, fino a quel momento, sembrate. Un libro contiene in sé qualche pretesa di definitività. Il blog, invece, è un diario in pubblico, sul web, cioè in rete. Blog vuol dire traccia e vuol dire quotidiano, dunque un documento destinato a durare l’espace d’un matin; impetuoso come le emozioni che avvenimenti grandi o piccini ti rovesciano improvvisamente addosso e che ti fanno piangere o ridere o gridare di paura o cantare di gioia; è l’espressione quasi immediata, “in tempo reale”, di un giudizio sulla creazione dell’universo o sull’amabilità del gatto di casa, sul delitto di Erba, sulla fatica di essere una madre-che-lavora, sulla personalità di Obama, sulla strage di Gaza o sui pettegolezzi che riguardano Filiberto di Savoia… Può squittire di svampita leggerezza o avere la violenza disarmata (ecco un altro ossimoro) di certe lacrime. “Dopo”, la ragione, al caso, subentrerà alla voglia di dire, ma l’emozione ha la precedenza. Non so se sbaglio, del resto, ma mi pare che la maggior parte dei blog che ho visitato sia opera di signore, signorine e ragazze. Se è vero, si conferma la mia convinzione di vecchio marito, padre e nonno che le donne (a differenza dei maschi, assai più lenti, cinici e antipaticamente sospettosi) abbiano bisogno di condividere con altre donne notizie, problemi, sensazioni. E lo debbano fare subito.Questa necessità crea con immediatezza reti autentiche di consonanza costruttiva: non il bla bla fumoso degli uomini che vogliono esibire saggezza e cautela, ma il coraggio di non tacere, della sacrosanta imprudenza, del mostrarsi come si è, di trovare consentaneità e quindi, magari senza saperlo, di tessere reti politiche, contro-culture, sentimenti diversi dalla banalità imperante su altri media. Ha ragione Saramago quando dice che il mondo, ogni giorno, viene salvato dalle “chiacchiere” delle donne.Munito di figli che frequentano serenamente il computer (salvo esplodere, di quando in quando, in furie micidiali o gemiti strazianti a causa di qualche errore o guasto: del provider, del server, della ”macchina”, adorata e temuta come una amante bellissima di scarsa fedeltà) e rallegrato da nipotine virtuose di soft e hardware per me sideralmente incomprensibili, mi è stato offerto più volte di aprire un blog. Ho rifiutato con un brivido: l’impegno quotidiano e la subitaneità dell’intervento da esprimere, mi ricordavano (e continuano a ricordarmi) certe angosciose esperienze della mia vita da “inviato”. Le chiamate capitavano in genere quando stavo per andare a letto con la mia Dolcissima, più raramente di mattina: in questo caso, sempre, quando erano arrivati i miei genitori da un’altra città o c’erano da vaccinare i bambini. Quasi mai avevo il tempo di fare la valigia. In treno, in aereo o, peggio, su un’automobile guidata da un pazzo con vocazioni apertamente suicide (“ Vedrà, dottò, come faremo in fretta”!) guardavo e riguardavo le due righe della notizia che “sul posto” avrei dovuto trasformare in articolo: il cuoco cingalese che aveva strangolato la padrona, la guida di Courmayeur dispersa da cinque giorni, la caduta di una mongolfiera, il parto trigemino a San Bonifazio (a quei tempi tre gemelli facevano notizia)... Arrivavo in paesini arroccati su montagne ispide o quasi annegati in paludi mai bonificate, nelle cucine di un albergo o in una caserma di carabinieri, nello studio di un editore massacrato (sangue persino sul soffitto,) più spesso nelle corsie d’un ospedale. Dovevo convincere a rispondermi poliziotti, giudici, medici che ostinatamente tacevano, operai che si esprimevano a monosillabi, mungitori che si esprimevano a muggiti. Visto/i i/l cadavere/i, l’assassino o il testimone in stato di choc, dovevo cercare una sedia in un bar rumoroso, una panchina, o un paracarro per scribacchiare il mio pezzo su un taccuino. Poi veniva il peggio del peggio, il momento in cui mettevo a rischio cuore e corde vocali. Era il momento della trasmissione dell’articolo al giornale in attesa. Ecco, lo so, vi sembra impossibile, ma allora non c’era il computer: bisognava trovare un telefono, ottenere una comunicazione veloce (due cose difficili; e non sto parlando del medioevo) e poi dettare ciò che avevo scritto a uno stenografo che invariabilmente non capiva il testo che volevo trasmettere. Ricordo una volta che -ero ad Assisi- sentii davvero che stava per venirmi un accidente: cercavo di raccontare la visita di papa Giovanni alla città del Poverello, urlavo nel telefono e da Milano un dannato continuava a chiedermi: “Masina, ma non puoi parlare più forte?” In attesa di usare il mio stesso telefono, vedevo Pierpaolo Pasolini, e Attilio Bertolucci, anche loro “sul posto”, guardarmi con pietà e con paura di dover fare la medesima esperienza… Finii di dettare e soavemente svenni.Ma anche quando non c’era di mezzo un viaggio mi ossessionava quel dovere esprimere immediatamente un commento su una tragedia epocale, un’enciclica del papa, una sciagura ferroviaria… Provo ancora un brivido se rammento la volta in cui, mentre ero “in onda” per un telegiornale e mentre scorreva un servizio da una mostra di bestiame, mi avvisarono dalla cabina di regìa: “Prepàrati. Sembra che abbiano ucciso Ted Kennedy”).Ho raccontato questi ricordi personali per dire che oggi, mentre, da bravo (si fa per dire!) vecchietto, mi barrico in un ben meno rischioso “sito”, ho una sconfinata ammirazione per i blogger che riescono a fare una “produzione” di alta classe, e fra tutti per Angela Mac Donald Altieri. Leggo su Wikypedia (la venerata enciclopedia informatica) che il primo web-log (= traccia in rete) fu “postato” negli Stati Uniti da tale Jorn Barger il 23 dicembre del 1997. In Italia il blog sarebbe apparso nel 2001. Nel 2006 entra in campo la nostra Eroina: “In quell’anno – racconta – ero in Brianza e un’amica di Monza, una blogger di nome Valentina, mi ha aperto una pagina dicendomi: scrivi perché la tua scrittura parla al cuore”.A quell’epoca - lo dico per vanto – la scrittura di Angela parlava al mio cuore già da tempo. L’avevo conosciuta quattro anni prima, a Collevecchio Romano, presso una comunità di amici cui avevo raccontato di monsignor Romero. Mi ero subito innamorato di lei, naturalmente: tutti si innamorano immediatamente di Angela, appena la conoscono. Diventammo ben presto pen-friends, come dicono Charlie Brown & Co. Lei, infatti, viveva in un villaggio inglese, Buntingford, nel distretto dello East Hertfordshire, insomma dalle parti di Cambridge. La famiglia Mac Donald aveva una piccola deliziosa casa, con un portoncino verde, una veranda, un giardino, e vicini con piccoli prati che sembravano curati con la forbicina delle unghie, arricchiti di piante esotiche. A Buntingford c’erano case in stile georgiano, un grande parco, un pub, una chiesa cattolica e una anglicana. Quando vi arrivammo, Clotilde ed io vi ritrovammo la grazia di certi film degli anni ’40 con Greer Garson e Walter Pidgeon o Gary Grant e Joan Fontaine. Un paradiso per un anno, due, tre; un piccolo, grazioso, confortevole ergastolo (occhio all’ossimoro) per un tempo più lungo.Perché l’Inghilterra? Sul blog, Angela si descrive così: “Romana, insegnante di italiano per scuole medie, poi di lingua per stranieri, abbandono l'insegnamento per un anno sabbatico tra volontariato ospedaliero e passeggiate contemplative sulle colline umbre, torno a lavorare in un collegio per stranieri, mi innamoro e sposo un dolce ragazzo di Bath, James. Emigro in Inghilterra…”. La vita a Buntingford , mi raccontano le lettere di Angela, è per lei fonte continua di contraddizioni , dovrei dire ossimori? Sotto i riccioli biondi di Alice, intravvede la Regina di Cuori di certe grettezze: malevolenza per gli stranieri, forse soprattutto per gli italiani, considerati, se non altro, malati di nostalgia e dunque ipocondriaci (e difatti l’insorgenza di un tumore sarà considerata spleen), la cordialità come sottile vernice sopra un solido strato di diffidenza, la comunità cattolica incline a confondere vangelo e galateo, il Concilio evento lontanissimo nel tempo e nello spazio. Non tutto, naturalmente è sgradevole, ma dalle lettere di Angela, prima, e poi dal suo blog ,ho l’impressione che ciò che le rende Buntingford abitabile e più avanti fonte addirittura di nostalgia siano, assieme alla serena bellezza dei luoghi, persone un po’ squilibrate agli occhi dei compaesani: figure di vedove o zitelle che sembrano uscite dai libri di Evelyn Waugh o addirittura di Graham Greene. Le pagine di Angela dedicate a questa Inghilterra sono, come vedrete, fra le più belle del blogbook.“Dopo dieci anni mi ammalo e torno con marito e figlie a girovagare in Italia…”. Le figlie si chiamano Emily e Giulia e sono fra le più belle bambine che io conosca (mi affretto ad aggiungere: come le mie nipotine). Il marito – già s’è detto – si chiama James. Sono convinto che Angela condivida appassionatamente il parere delle sue antenate che quando videro gli schiavi portati a Roma da Oltre Manica, mormorarono. “Non angli sed angeli”. Un po’ angelo, del resto, James lo è davvero, o, almeno una figura di quelle che vivono nel vangelo. Un “rovente destino” (come lo definisce la nostra Arciblogger) lo ha trasformato negli ultimi anni in un paziente Giuseppe, sempre pronto a curare le molte “fughe” della famiglia in Egitti nostrani (Brianza, Roma, Castel Gandolfo). Necessità di cure e necessità di lavoro spingono a separazioni, traslochi, penose solitudini, difficoltà nel lavoro dell’una e dell’altro ma questi due Mac Donald, nonostante tutto, conservano la candida poesia dei fidanzatini di Peynet.“Mi ammalo e torniamo in Italia… “. La malattia si chiama cancro. Orribiie parola, nonostante l’avanzare della scienza. Ma, voglio dirlo subito, a me sembra che sarebbe fare gravissimo torto alla statura di Angela, a ciò che la rende importante per i suoi lettori, niente sarebbe dunque più odioso che il marcare le sue pagine con il timbro di una cartella clinica. Cancro è uno dei comprimari della vicenda di Angela ma non il Padrone; la condiziona ma non la domina: “Il cancro è stato una porta aperta verso l’inedito. Ora, mi interessa più la porta o invece il paesaggio su cui apre, l’immagine di ciò che vedo oltre quel limite?”. Angela si unisce ad altre donne malate che non si arrendono, parla loro (e di loro) con tenerezza, il suo blog nasce anche nelle sale d’attesa degli ospedali, lei va persino a parlare di lotta al male in una trasmissione televisiva di Gad Lerner, ma puntualizza: “Il cancro non è l’appuntamento con il dolore o la fine, viene ad essere, semmai, un passaggio forte verso un’altra fase della propria vita”. E se arriva l’ora della inevitabile paura, lei si (e ci) ammonisce: “Bisogna resistere in nome di tutti coloro che resistono (…). Come risposta al fantasma minaccioso, andrò a cercarmi il coraggio tra le file degli esclusi, e mi ricorderà che le paure personali se gettate nella patena del mondo diventeranno comunione e unione con il sangue di tutti”. Dal luogo invisibile ma vicinissimo in cui oggi si trova, padre Davide Turoldo certamente sorride a questa alunna: di lui che vedeva il “suo” cancro come metafora del parassitismo del Capitale.Non è per un cancro che queste pagine vengono pubblicate. Il coraggio di Angela ce la rende più cara ma “L’era della debolezza” sarebbe importante anche se l’autrice godesse di ottima salute. Questo libro presenta infatti una giovane donna capace di scuoterci con le sue convinzioni. Esse sono: che la storia vada vista con gli occhi dei poveri altrimenti è una velenosa menzogna dei potenti e dei loro servi laureati, che la pace debba essere festa dei poveri che hanno ottenuto giustizia o è soltanto una crudelissima beffa politica; e la certezza che Gesù di Nazareth vada cercato nelle regioni dei poveri con i quali ha voluto immedesimarsi piuttosto che nelle istituzioni ecclesiastiche, appesantite da beni materiali, da prudenze mondane, da mondanissime paure. L’egoismo omicida dei patriottismi o, peggio, dei localismi, il materialismo dei consumi, il bigottismo fondamentalista– dice il blog angelico – non soltanto mettono in pericolo la vita del pianeta ma prima ancora quella psichica dell’umanità.La lotta di Angela non è quella donchisciottesca contro i mulini a vento, generica e astratta. Si rinvigorisce di nomi, cifre, documenti. È innanzi tutto una battaglia condotta in nome delle sue bambine contro quella che Hannah Arendt definiva “la banalità del male” e che allunga i suoi viscidi tentacoli sino al mondo dell’infanzia: “Per paura che le mie bambine restassero e crescessero con turbe psichiche, ho impedito loro di assistere alla kermesse di Miss Italia con la motivazione che se avessero creduto che il bello e il buono potesse essere racchiuso nelle chiappe di quelle veline, di notte avrebbero sognato di diventare bistecche…”. Questo come si vede è un parlare “ruvido”, confidenziale, quasi da madre a madre in attesa che le bambine escano da scuola. Ma ln queste pagine la voce di una piccola donna diventa spesso alta e terribile, raggiunge l’intensità di quella di certe mistiche, sfiora quella dei profeti. “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei tuoi canti; il suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto, e la giustizia come un torrente perenne”. Questo brano di Amos, il “profeta proletario” nelle pagine di Angela è qualcosa di più di una citazione, è una professione di fede. Se la religione è esteriorità, galateo o, peggio, conservazione del presente, se diventa parola senza spirito, fondamentalismo senza amore, cerimoniale senza vangelo, se la Chiesa guarda al potere piuttosto che ai crocifissi degli infiniti Golgotha della Terra, se Dio viene ridotto a un logos senza passione, allora Angela preferisce dichiararsi atea. Come, certamente, direbbe di sé il suo Gesù .“Non sapevo nulla sui blog, né tantomeno andavo in giro a sfrugugliare le pagine altrui. Anzi mi intimoriva la questione dell'aggiornamento, delle foto, dei links...Non ho mai creduto di superare i cinque lettori, peraltro nessuno di loro lasciava commenti”. Invece, obbligata da una amorosa prepotenza a “postare” i suoi sentimenti, un poco alla volta Angela si è sentita prendere per mano da molti. Siamo diventati tanti a ricorrere a lei, né politologa né teologa laureata, per verificare, ricomporre o incanalare le emozioni che ci colgono per l’uno o l’altro avvenimento che ci colpisce al di là della spessa nebbia di indifferenza o di banalità della società in cui viviamo. Scopriamo allora, sempre, che Angela si esprime con ossimori che chiariscono la limpidezza della sua coscienza e la ricchezza della sua intelligenza. Si esprime con saggezza bambina, furia amorosa, invettive senza odio, gratitudine senza resa, misericordia senza correità. Lascia che festa e dolore convivano senza che il dolore sbiadisca la festa e la festa avveleni il dolore. Ci ricorda incessantemente che fuori dalla porta della nostra casa un mondo ferito, di dannati della Terra, grida chiedendo rispetto, dignità, nutrimento, libertà, ma la casa deve essere luogo di tenerezza, di sorrisi, di sogni; e che la casa deve essere luogo in cui si cresce, ognuno essendo il maestro dell’altro, ma non può essere la caverna elettronica e super-accessoriata in cui la famiglia consumista si barrica inutilmente. Dice Rigoberta Menchù, la piccola campesina guatemalteca Nobel per la pace. “Il Sud dei poveri comincia al di là dello zerbino della vostra casa”. E Angela: “Denunciare il male sì può ma senza perdere la consapevolezza della vita che è più forte, perché se così non fosse, non riusciremmo ad alzarci ogni giorno, riprendere ad amare, andare a scavare nel pozzo per tirarne fuori un senso. Ed io oggi sono in pace perché dell'amore posso parlare, raccontarlo alle mie figlie, spezzarlo come pane e mangiarlo alla tavola dell'incontro”. Alla quale, ogni giorno, chiediamo ad Angela di essere ammessi ^^^^^^“L’era della debolezza” è stampata in proprio. Per acquistare il libro, rivolgersi al blog “Angela esiste?”
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