BENGASI : LA CITTÀ COLONIALE DI “SPINA”. E’  LA MIA
Maggio 2007

Se in questo periodo vado segnalando così poche novità editoriali, è perché sono concentrato nella lettura di un libro di 1240 pagine. Il titolo è: “I confini dell’ombra”, l’editrice è la Morcelliana e l’autore usa lo pseudonimo di Alessandro  Spina. Questo massiccio volume, che consiglio vivamente ai lettori capaci di fedele costanza, mi colpisce per varie ragioni, la prima delle quali è la storia della sua pubblicazione. Benché, infatti, i romanzi e i racconti qui riuniti siano già stati editi negli anni passati, ciò è avvenuto, per volontà dell’autore, così discretamente da non essere notato da quella disordinata falange di lettori, confusionari ma appassionati, alla quale appartengo. Una vicenda editoriale, dunque, che sembra l’esatto contrario di ogni altra: l’”industriale” che preme e lo scrittore che si ritrae quasi pudicamente, una pubblicazione, si direbbe, contra publicum! Anche in questa occasione, del resto, l’Opera Omnia di “Alessandro Spina” è stata affidata non a un “grande” editore di opere narrative ma a una casa tra le migliori in Italia per la sua specializzazione in testi di teologia e spiritualità cristiane. E’ una scelta dovuta ai rapporti d’amicizia fra il non più giovane autore (mio coetaneo) e la famiglia animatrice dell’impresa - ma sottolinea anche la passione etica che vibra nelle pagine de “I confini dell’ombra”.

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La seconda ragione del mio coinvolgimento è che i racconti e i romanzi di “Spina” si svolgono tutti nella colonia italiana della Libia e più specificatamente della Cirenaica e, quasi tutti, nella città di Bengasi. Ora la mia famiglia ha avuto in quella regione avventure liete (vi nacque un mio fratello) o dolorosissime (un giovane ufficiale ucciso, due assai meno giovani caduti in prigionia) e a Bengasi (e a Derna) io stesso ho abitato per tre anni. Ero un bambino ma quell’esperienza mi ha segnato al punto che i miei ricordi sono impressionantemente vivi (ed esatti, come ho potuto constatare in un viaggio di qualche anno fa). Ritrovo adesso, nelle pagine di “Spina”, il bambino che fui e lo vedo muoversi in luoghi amati: la nostra casa di fronte al liceo, con gli ufficialetti in trepida attesa dell’uscita delle studentesse; i capanni sulla immensa spiaggia della Giuliana (che oggi non esiste più), roccoli di chiacchiere di signore interrotti dall’arrivo dalla città dei mariti in divisa bianca di lino, desiderosi di mettersi in costume da bagno; il Circolo Ufficiali dove imparai a “tirare” (goffamente) di scherma e dove il barbiere, mentre mi tagliava i capelli canticchiava languidamente “Suona solo per me/

oh violino tzigano/,forse pensi anche tu/a un amore laggiù/sotto

un cielo lontano”.

E vi ritrovo le grotte alle foci di un fiume sotterraneo pomposamente chiamato Lete; il Bosco  del Littorio, paludato in immensi mantelli di ginestre: un giorno memorabile, lottando con centinaia di altri balilla lì congregati, vi cercai, inutilmente, di avere una carezza dal Duce, venuto in Libia a sfoderare una fasulla “spada dell’Islam”. Rivedo l’Albergo Italia con la sua orchestrina di signore che si proclamavano tutte, orgogliosamente, viennesi; le sfilate militari, per la festa dello Statuto, sul lungo mare, con gli ascari eritrei a cavallo, i carabinieri col pennacchio sul cappello da boy-scout, gli ufficiali dei meharisti col turbante, inerpicati sui loro altissimi dromedari...

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Una guida del Touring stampata in quegli anni ’30 dice che gli abitanti di Bengasi erano allora 20 mila, ma non spiega se nel computo sono compresi i libici. In Libia (e soprattutto in Cirenaica) l’apartheid era rigidissima; la lunga, difficile riconquista italiana della regione, dopo che la prima guerra mondiale vi aveva minato la nostra sovranità, era finita da tre o quattro anni, quando io vi abitai; certamente non s’era ancora spenta l’eco delle atrocità compiute da Graziani e quindi i rapporti fra italiani e indigeni erano inesistenti, o peggio: da un lato i “nostri”, dall’altro i “loro”, in mezzo gli zaptiè (i carabinieri libici, con il loro giubbetto ricamato e l’alta fascia rossa a stringere la vita), una piccola  comunità israelitica, qualche indiano, armeno o levantino nel suk, qualche libanese nel commercio o nelle industrie; credo che la famiglia di “Spina” appartenesse a quest’ultima categoria, borghese, ricca, italianizzante o addirittura italianizzata. (L’apartheid non riusciva a impedire, tuttavia, che nascesse e si rinsaldasse qualche riluttante legame d’affetto fra  “servi” e “padroni”, soprattutto quando essi fossero bambini: il fenomeno delle mammies, del resto, è diffuso  in tutta la letteratura “coloniale” anglosassone, francese e di altri paesi: vedi Karen Blixen).

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I miei ricordi cozzano, invece, con i personaggi di “Alessandro Spina”. Per qualche sua fascinazione infantile, suppongo, egli affida dialoghi e sentimenti raffinati e profondi (uno dei pregi più alti di quest’opera) soprattutto agli ufficiali, la cui presenza era così folta a Bengasi. L’ambiente coloniale, le necessità coloniali li rendevano, secondo lui, un corpus a parte, guardato dai civili con deferente sospetto. Nelle pagine de “I confini dell’ombra” alcuni di questi militari appaiono – un  po’ come il tenente Drogo del “Deserto dei Tartari” – quasi crociati “laici”, membri di una congregazione guer-riera; altri ricordano, nelle loro inquietudini e nelle loro pulsioni di morte, gli  eroi di certi film dell’epoca (“Sotto due bandiere”, “La bandera” , “Lo squadrone bianco”) ed altri ancora i nobili turbamenti e le dolenti rigidità dei militari dell’Europa Asburgica.

Bambino curiosissimo e indiscreto, e figlio e nipote di ufficiali, io  ho differenti ricordi. La vita di colonia, in una città che era un villaggio di colonnelli e di subalterni, la noia greve che nasceva dal vivere in una estrema periferia culturale, spingevano al gusto della maldicenza, all’ossessione delle carriere, al proliferare del gioco d’azzardo e alle avventure extraconiugali. Le voci si abbassavano e  le teste si riavvicinavano  in continuo in veri e propri bollettini di guerra. Mia madre, giovane e bella, era disgustata da certi baciamani che sembravano avances, dalla sfrontatezza di  alcune donne, indegne, secondo lei, di chiamarsi “signore”...  C’era, naturalmente, anche della gran brava gente; e alcuni di quegli ufficiali andarono poi a battersi in guerra, con onore; e non pochi con dignità morirono; ma la maggior parte di loro fu descritta con verosimiglianza da Tobino e da Monicelli.

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Moltissimi sono i pregi de “I confini dell’ombra”. Vi ritrovo, fra l’altro, la spiegazione di certe atmosfere, sospetti, paure che rendevano precaria e provvisoria la vita “di colonia”,  e mi parvero allora incomprensibili. Questa spiegazione la appresi soltanto da adulto e certamente molti nostri compatrioti continuano a ignorarla. “Spina” inserisce con frequenza, nei suoi racconti, i documenti, orribili per crudeltà o per vile ipocrisia, sui quali la colonizzazione e la ri-colonizzzione infransero per sempre il mito degli “italiani, brava gente”: le spietate repressioni, con l’istituzione di veri e propri “lager”, le impiccagioni, le deportazioni, le violazioni della parola data, la concessione di autonomie subito dopo cancellate. La inevitabile brutalità del colonialismo è presente nelle pagine dell’opera “spiniana”, anche da questo punto di vista preziosa.

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Forse perchè il nostro “Impero” durò poco più che l’espace d’ un matin, la narrativa “coloniale” italiana, a differenza di quella delle altre Potenze ma anche della cinematografia fascista, è scarsa per quantità e qualità: affidata a cantori del nazionalismo, implicitamente razzista o del regime, che razzista esplicitamente fu, non soltanto contro gli ebrei; o pervasa di quell’orientalismo che Edward Said ha esemplarmente smascherato e che finiva anch’esso nella trappola del razzismo. “Popoli metà dèmoni e metà bambini” diceva Kipling dei sudditi dell’Uomo Bianco. “Alessandro Spina”, che ha molto a lungo abitato fra i libici, non ha ceduto alle perversioni più o meno  inconsapevoli del colonialismo. Il suo rapporto con la cultura islamica, con la fierezza araba e con il dolore arabo è fatto di rispettosa attenzione. Due popoli separati dalla violenza rimangono, nella mente e nel cuore dello scrittore, una umanità sola in cerca di speranza. C’è niente di più attuale?