Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, Piemme

 

Quarantasette edizioni, garantisce la Piemme. Ma allora è scandaloso dire che questo libro mi ha deluso? Spero di no, e mi spiego. Mi ha irritato innanzi tutto (questa non è colpa dell’autore) la scarsità di curatela dell’opera, basta vedere la mancanza di traduzione delle parole afgane contenute in queste pagine. Il libro comincia con una dedica a due bambini (credo) i quali – dice lo scrittore – “sono noor dei miei occhi”, e si conclude con un  ringraziamento alla moglie “Roya jan”. Noor e jan sono due termini afgani che ricorrono incessantemente nel libro. “Jan”, par di capire, vale per “caro” o “cara”. “Noor” rimane un mistero. Rimangono un mistero anche “zakat”, “mubarak”, “naan”, “tandoor”, “chatti” e un’altra manciata  di vocaboli disseminati nel testo. Ora è evidente che se un autore usa parole straniere è perché gli sembrano particolarmente significative. Allora, perché non domandargli cosa vogliono dire? (Apro una parentesi: il problema delle traduzioni ha sempre risvolti inquietanti. Per esempio, negli ultimi anni a me è capitato che traducessero quattro miei libri: due in serbo-croato, uno in greco e uno – lo giuro! – in coreano. I nomi dei personaggi (le uniche parole che riesco a leggere nelle lingue europee, per quella asiatica il buio è totale) sono conservati tali e quali io li ho decisi ma tutto il resto, chissà. Nutro dubbi allarmati: il mio romanzo tradotto in greco racconta l’amore di un ladino per una ragazza india di un villaggio andino. Ma la copertina mostra un David Crockett dalla faccia rubizza sotto il berretto di pelliccia con coda di scoiattolo accanto a una giovane pellerossa con una piuma fra i capelli).La seconda fonte di delusione è, ne “Il cacciatore di aquiloni”, la mancanza quasi totale di paesaggi. Il giovane protagonista e suo padre emigrano in Pakistan in una fuga rischiosa attraverso le zone tribali di confine. Tutte le fotografie o i filmati che abbiamo potuto contemplare in questi ultimi anni confermano il fascino di certe emozionate descrizioni dell’Afganistan stese da viaggiatori, da Kipling a Chatwin; mostrano paesaggi che sembrano modellati da giganti, montagne ocra, grotte, piccole strade sospese su abissi da tregenda, passi montani che sono  poco più che feritoie in immense muraglie rocciose. Tutto quello che Hosseini è capace di dirci di questo mondo e selvaggio è che le curve e i tornanti delle strade lo fanno vomitare.Il terzo difetto di questo libro sta, a mio avviso, in un eccesso di furbizia. Per rendere ancora più abominevole il mondo dei talebani (come se ce ne fosse bisogno!) lo scrittore inventa  un personaggio incongruo: un ragazzo da Hitlerjugend diventato fondamentalista islamico, e dunque portatore di due ferocie accumulate in una terribile mostruosità cui si aggiunge anche quella della pedofilia. La nazificazione del nemico è un vecchio trucco: si veda l’ex ufficiale delle SS che in”Exodus” fa uccidere uno sceicco amico degli israeliani. Mi ha deluso, infine, il modo in cui questo scrittore (di quasi inesistente biografia sui risvolti di copertina) liquida la “piccola patria” degli afgani profughi negli Stati Uniti. E’ descrivendo questi gruppi di emigranti disperatamente attaccati al passato ma anche disperatamente speranzosi di un futuro “altro” che molti scrittori hanno dato il meglio di sé. Penso per tutti ai tanti italo-americani e alle loro “Little Italy”, penso al Saroyan degli armeni. Ma Hosseini, anche in questo caso, va di fretta e le sue ragazze passano prontamente, senza traumi, dai veli ai blue-jeans.*Dico francamente che mi sono domandato più volte se questa storia non sia stata inventata a tavolino e non mi meraviglia che, secondo l’editore, Steven Spielberg abbia acquistato i diritti d’autore per farne un film. (Avremo un Indiana Jones in più). Una cosa, tuttavia, mi sembra confermarne l’autenticità ed è la mancanza quasi totale di donne fra i personaggi del libro. Quelle che compaiono sono poco più che figurine marginali. E’ una dissonanza nella sapiente orchestrazione del best-seller -e  dunque un indice di verità. Come ci mostrano le immagini che arrivano da Kabul, i burqa sono rimasti, e non soltanto nelle strade.