CAMILLO E I SUOI FRATELLI
In margine a “Sulla frontiera”
dicembre 2006

Sarà che i vecchi aumentano percentualmente nella popolazione italiana e cercano libri in cui ritrovare schegge dei loro ricordi o sarà che i libri di molti quarantenni e cinquantenni risultano poco gradevoli e poco interessanti e quelli di sedicenti giovani appaiono largamente inquinati da furbetti del mestiere, fatto sta che l’editoria sta conoscendo il boom dei Grandi Vecchi: Ingrao, Rossanda, Bocca, De Piaz, Biagi... Del libro di Ingrao (Volevo la luna, Einaudi ) vi ho parlato la volta scorsa (v. scheda in ARCHIVIO. Omaggio a un vecchio testardo), del libro di Rossana R. (La ragazza del secolo scorso, Einaudi; bellissimo, nella sua prima parte) conto di parlarvi quanto prima; adesso, dopo tanto tempo dalla sua prima lettura, devo assolutamente segnalarvi un libro di grande interesse per chi voglia ricordare ( o informarsi su) gli anni che vanno dal 1950 in poi, a Milano e non solo. L’autore è Giuseppe Gozzini, il titolo Sulla frontiera, il sottotitolo spiega: Camillo De Piaz, la Resistenza, il Concilio e oltre. Editore: Libri Scheiwiller, Milano. Purtroppo è un libro che non sfugge all’odierna avarizia con la quale gli editori evitano di pubblicare l’indice dei nomi citati: scelta, oltre a tutto, suicidaria, se si pensa che, come ogni buon libraio sa, proprio quell’elenco orienta spesso la scelta del possibile lettore; e più che mai questa mancanza è spiacevole perché la storia che “Sulla frontiera” racconta non è solo una biografia, ma il ricordo vivo e puntuale, austero e commosso, di un grande (in tutti i sensi) e variegato gruppo di amici che si raccolsero intorno a un frate : il quale seppe tesserne la rete con la sua fede non clericale, la sua chiarità morale e intellettuale, la sua capacità di ascolto, la sua fedeltà alle grandi scelte dell’epoca.
Accade, per fortuna non raramente, anche nelle metropoli, che vi sia un personaggio che diventa polo d’attrazione per chi non vuole arrendersi al materialismo dei benpensanti e riesce a creare un cenacolo in cui anche il cosiddetto non-credente si sente accolto come un fratello e riconosciuto nella sua piena dignità. Nella Milano della Resistenza e degli anni che seguirono, quell’uomo fu padre Camillo De Piaz, valtellinese, ancora vivo oggi, vitale e lucidissimo nella ricchezza sapienziale dei suoi 88 anni. La sede della sua accoglienza fu la Corsia dei Servi, il convento dell’ordine dei Servi di Maria cui padre Camillo appartiene: centro culturale e di irradiazione evangelica a due passi dal Duomo e dalla via Montenapoleone, la via più chic di Milano e forse d’Italia.
La Corsia fu, prima, cenacolo di Resistenza: insieme con Camillo e con padre Davide Turoldo vi si raccolsero cattolici coraggiosi come Mario Apollonio ed Ezio Franceschini, Dino Del Bo e Angelo Romanò, che nel nazismo e nel fascismo vedevano una forza malefica, distruggitrice della dignità dell’uomo; lavorarono spesso in contatto con altri giovani, di diversa matrice ideale come Gillo Pontecorvo e l’asceta rivoluzionario Eugenio Curiel, assassinato poi dai fascisti.
Dopo la Liberazione, la Corsia divenne luogo di esperienze religiose e sociali come Nomadelfia e la Messa della carità; vi fu fondata una libreria fra le migliori di Milano; pubblicato un bollettino in cui le riflessioni sulla politica erano accompagnate da un appassionato interesse per le novità che andavano emergendo nella Chiesa. La traduzione italiana di uno dei documenti fondamentali della nouvelle théologie fu opera di padre Camillo (il quale, anni dopo, su richiesta di Papa Montini approntò la traduzione italiana dell’enciclica Populorum Progressio). Dibattiti vivacissimi e disponibilità all’accoglienza fecero della Corsia uno dei centri vitali della cultura milanese, non soltanto religiosa. La frequentarono Elio Vittorini e Luigi Santucci, Giovanni Testori e Corrado Stajano, Rossana Rossanda e Giuseppe Lazzati , Camilla Cederna e Grazia Cerchi; e vi approdavano spesso, per tenervi conferenze o anche soltanto per stare insieme, da amici, don Primo Mazzolari e Felice Balbo, Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, Danilo Dolci e il giovanissimo Ernesto Balducci; e molti molti altri. Fra loro l’autore di Sulla frontiera, Giovanni Gozzini, che fu il primo cattolico ad essere condannato per obiezione di coscienza e che ora torna su “quei giorni” con rigore di storico ma anche con cuore partecipe.
Come avviene troppo spesso, uomini come padre De Piaz vengono talvolta illuminati da una luce riflessa, in questo caso dalla sua amicizia con padre Davide Turoldo. Che errore! Vi sono pagine del Poeta che testimoniano tutta la propria gratitudine all’amico. “Se non ci fosse stato accanto a me un uomo come Camillo, avrei fatto ben poco di buono” ha detto più volte Turoldo. Ma il libro di Gozzini testimonia la statura del monaco che fu quasi tanto silenzioso quanto Davide gridò, rise e pianse. Qualcuno ha parlato di questi due frati come di un non sprovveduto don Chisciotte e di un raffinato Sancio Pancia. Noi, loro amici, li vedemmo, io credo, come protagonisti di una dialettica conventuale: Davide, un eterno “novizio”, nello stupore infantile con cui guardava al Mistero, nei suoi prorompenti eccessi di irruenza, nella violenza di certe invettive e nel candore di certi abbandoni; e Camillo, il “maestro dei conversi”, con la solidità del montanaro, la capacità di incanalare la tumultuosa energia dell’amico senza interromperne il fluire, l’accortezza di una sapiente mediazione che non era mai resa al compromesso, l’obbedienza ecclesiastica a schiena diritta. E, naturalmente, questa integrazione fra i due, che li rendeva così “produttivi”, irritò profondamente la ottusa incultura di non pochi superiori e Davide e Camillo furono strappati alla Corsia. Pur ritornandovi quando potevano come alla sede dei loro affetti, trasportarono altrove le loro doti e il loro impegno.
Per dire la tempra dei due, la loro fedeltà ai valori della Resistenza, voglio citare, in chiusura, alcune righe scritte da Rossana Rossanda a proposito del movimento di solidarietà con l’insurrezione algerina, anno1960: “Alla Corsia portavamo gli insoumis (=ribelli) e gente del Fln (Fronte di liberazione nazionale) che ci arrivava dalla Francia; Camillo e Davide li ospitavano, documenti o no. Approdò alla Corsia, giovanissimo, il poeta Kateb Yacine, mentre Jeanne Modigliani, figlia di Amedeo, portava in un valigione da Parigi il foglio del Maf (Mouvement anticolonialiste français)... La Corsia aiutava a sistemare i rifugiati, a far partorire qualche madre senza carte, a diffondere la stampa. Turoldo e De Piaz erano di poche parole e grande efficienza...”.
Ma in questo libro c’è dentro anche tanto della mia storia e dunque spero di poterne scrivere ancora.