LE PAROLE DI DALMAZIO
Ettore e Clotilde Masina
Workshop San Gallicano
22 novembre 2006

Le coincidenze hanno un valore relativo, però talvolta sono significative. Esattamente due anni fa, 22 novembre 2004, padre Dalmazio Mongillo tenne, alla “sua” università, l’Angelicum dei Domenicani, la sua ultima lectio magistralis. Parlò sul tema “Sanità e santità”. I rapporti fra psiche, mondo esterno e malattia, dunque i temi cari agli Workshop del San Gallicano, avevano per lui un grande fascino. Fosse ancora vivo, avremmo potuto incontrarlo facilmente in questo convegno.
Chi lo ha conosciuto sa con quanto interesse (diremmo persino: appassionata e insaziabile curiosità) questo discepolo di San Tommaso d’Aquino seguisse il cammino delle scienze umane. Egli vi ritrovava ad ogni incontro illustrata quella bellezza della Creazione che rendeva smisurato il suo deliziato stupore; o, anche, ne mutuava una ulteriore conoscenza dei delicati o tragici meccanismi per cui la vicenda umana, personale o collettiva, continua a soffrire ai piedi della croce del Cristo. Trovavi padre Mongillo ai convegni degli psicologi, dei medici, dei sociologi e persino dei politici. Qualche volta lo costringevano a parlare. Allora dai suoi interventi emergeva non soltanto la sua capacità di comprensione, la vastità della sua cultura ma anche il rispetto profondo che egli portava al lavoro intellettuale altrui, alle altrui competenze e ricerche. Implicitamente o esplicitamente, nei suoi discorsi annunziava il vangelo ma senza invadere campi che non erano suoi, seminando la parola del Cristo con la castità di chi sa che ognuno, anche per quanto riguarda la fede, ha i suoi ritmi vitali, le sue chiamate, le sue strade, il suo kairòs. Per lui non c’era conflitto fra scienza e fede: in una continua interazione e dialettica insieme rispondevano ai grandi interrogativi dell’uomo.
La sua passione per il sapere era così nota che alcuni amici lo avevano soprannominato “Frate Scienza”. Questo avveniva, per esempio, nella comunità dei preti-operai di Viareggio che egli frequentava con la stessa amicizia e solidarietà con la quale un suo grande maestro, padre Marie-Dominique Chenu, aveva sostenuto in Francia l’avventura di questi, come furono definiti in un famoso romanzo di Gilbert Cesbron, “santi scesi all’inferno”: gli ”scomodissimi” sacerdoti che avevano lasciato la tranquillità delle canoniche per annunziare il vangelo fra la tensioni del mondo operaio, tradito dalla Chiesa del XIX secolo. Uno dei membri della comunità di Viareggio ricorda: “Ogni tanto, mentre parlavamo, Dalmazio tirava fuori dalla tasca un piccolo taccuino dove scriveva brevi annotazioni (...). Inizialmente mi meravigliava questo suo desiderio di ascolto (...). Poco alla volta ho capito che i suoi interlocutori privilegiati non erano i “sapienti” e gli “intelligenti”, ma i “semplici”, “la povera gente in presa diretta con la vita”.
Testimonianza preziosa ed esatta: perché Dalmazio scrisse una volta che “l’espressione teoretica di un’esperienza vitale è sempre subordinata ad essa”. E del resto questo concetto di importanza dell’ascolto dei poveri è pura eco del vangelo. Nel capo X di Luca, v.21 (ed è l’unico luogo della Scrittura in cui si parla di un Cristo gioioso) è detto che il Signore “esultò nello spirito” quando comprese che vi erano cose che il Padre aveva nascosto ai dotti e ai potenti della Terra e rivelato ai piccoli.

La fedeltà ai poveri – detentori, dunque, di un prezioso messaggio teologico - egli l’aveva nel sangue sin da bambino. Ci ha colpito, navigando in Internet alla ricerca di un suo documento, la folla di Mongillo in cui ci siamo imbattuti: scienziati, tutti, negli Stati Uniti, nelle più diverse specializzazioni. Dalmazio sapeva di appartenere a una schiatta di poverissimi emigranti e talvolta nel suo viso che, come accade negli uomini corpulenti, aveva lineamenti quasi infantilmente sereni, compariva fuggevolmente un accenno di pianto o perlomeno di malinconia, come di esilio, di un lutto per qulche lontananza. Sì, avrebbe potuto essere il cappellano di quella folla di sradicati che gremisce la stiva e i ponti della nave in rotta per il “Nuovo Mondo” di Crialese. Lo si potrebbe collocare nella scena della violenta tempesta, lui che aveva patito l’orrore di un naufragio nelle acque gelide della Norvegia.
La sua famiglia era davvero poverissima. Una volta Dalmazio ci confidò che quando era bambino accompagnava suo padre, elettricista, nelle case in cui era chiamato per qualche riparazione. Il lavoro era poco: anche se ai giovani di oggi sembra impossibile, non esistevano elettrodomestici, a quell’epoca, soprattutto nel profondo Sud italiano, cui appartenevano i Mongillo - e persino i più rudimentali impianti elettrici erano ben poco diffusi. Il piccolo Antonio, come si chiamava a quel tempo Dalmazio, vedeva il padre soffrire per questa penuria di guadagni e allora nella sua piccola mente concepì a lungo (e forse tentò…) il progetto di sabotarne le riparazioni in modo che il padre fosse presto chiamato per un altro guasto. Con la stessa impetuosa intensità d'affetti lo vedemmo poi, negli anni della maturità, vicino al dolore della vedova, alla depressione del malato, all'amarezza della donna maltrattata dal marito, al giovane scosso da qualche grave inquietudine (anzi: inquietitudine, come il nostro amico amava dire, moltiplicando le sillabe quasi per sottolineare l'importanza di quel sentimento).
Non pochi di noi, in questa sala, potrebbero testimoniare la grandezza e la semplicità di questa sollecitudine di padre Mongillo. Con don Carlo Molari, Liliana Chiale D'Agostino e l'indimenticabile Mario Cuminetti, noi abbiamo avuto la gioia, per quasi due anni, di incontri settimanali con lui per la stesura di alcune "Linee di un catechismo per adulti". Non soltanto Dalmazio si gettò in questa impresa con tutta la sua sapienza di teologo ma anche con la sua capacità d'amicizia. Non tollerava che un seduta di lavoro non si accompagnasse alla mutua confidenza di emozioni e di esperienze. I suoi sentimenti erano esuberanti, fiorivano da un grande cuore e talvolta, da un senso di solitudine che le malattie rendevano più acuto; e anche da una cognizione del dolore provocatogli da quella pia brutalità che non raramente inquina le cosiddette famiglie religiose e, più, le congregazioni vaticane, incaricate di pesare la fede dei teologi sul bilancino di un’ortodossia raggelata nei codici.
La sensibilità empatica di padre Mongillo era così grande che oseremmo dire che egli è stato un teologo della tenerezza e, anche, un mistico della tenerezza. Le sue poesie sull’amicizia offerta da Gesù di Nazareth ai suoi compagni di cammino e le sue pagine sulla circolazione d’amore nella Santissima Trinità sono segnate da questo sentimento di dolcezza, di reverenza ma soprattutto di soavità che egli non soltanto viveva ma cercava di effondere intorno a sé. Dalmazio vedeva nella Chiesa un sacramento di riconciliazione fra gli uomini. Sognava una umanità che si rendesse conto che la grazia di Dio le rendeva possibile lasciarsi abitare dal mistero trinitario, mistero di irradiazione d'amore e dunque di possibile redenzione dei peccati collettivi.

Quando, come si dice, era “entrato in religione”, cioè nell’ordine dei Frati Predicatori, Mongillo aveva ricevuto il nome di Dalmazio. Dalmazio (o Dalmazzo), vissuto nel XIII secolo, catalano, morto in odore di santità, era stato un maestro dei novizi domenicani che poi si era ritirato dal mondo per vivere da eremita in una grotta. Poiché lo si vedeva immerso in una ininterrotta contemplazione del Mistero divino, fu soprannominato dai contemporanei “Frater qui cum Angelo loquitur”, il fratello che parla con un angelo. Omen nomen, anche in questo caso? Che il mistico Dalmazio Mongillo parlasse con un angelo, non mi sento di escluderlo, ma è certo che egli non visse mai in una grotta. Non mi riferisco, naturalmente, all’arredo della sua cella ma al fatto che essa, mentre fu il luogo privilegiato della sua preghiera e del suo lavoro intellettuale, fu aperta a tutte le voci del mondo ferito dall’ingiustizia e dal feroce egoismo dei potenti. Per servire le speranze dei poveri e dei sofferenti, egli lasciò spesso libri e aule, viaggiando dall’Etiopia al Canada, affrontando spesso fatiche e incomprensioni. Volendo definire la vocazione del cristiano nei nostri tempi, egli si spinse a indagare la storia ecclesiastica per riscoprire le parole più pregnanti, incrostate dalle muffe della storia e irrigidite nel linguaggio dei galatei e del buon senso. Di queste parole germinative, Mongillo diceva che nel lungo volgere dei secoli avevano finito per essere lette da una “intelligenza parassita”, perdendo il significato originale o addirittura assumendone uno del tutto contrario. Esemplificava: “prudenza”- e osservava che oggi la parola sta a dire cautela, attenzione a che a un minimo sforzo corrisponda il massimo risultato. Ma non era in questo senso, ammoniva Dalmazio, che “prudenza” era stata considerata una virtù. In origine “prudenza” era la capacità di vedere “da lontano”, nel modo quanto più possibile oggettivo, politicamente, come servire nel migliore dei modi la comunità umana, provvedere ad essa, lavorare per essa. E ancora Dalmazio diceva “obbedienza” e notava che il significato originario della parola non era quello di prona esecuzione di un dispotico potere altrui, un passivo adempimento di norme, ma il mettersi in ascolto della realtà in divenire, un “audire ab alio”, un udire da un altro, verificare percezioni.

Questa appassionata filologia, che era stata anche di padre Chenu, questo tentativo di ridare un senso autentico e dunque pieno alle parole anche più comuni, richiamandoci alla dignità e alla importanza dei mestieri e delle professioni, anche le più umili, Dalmazio l’aveva certamente mutuata dal suo studio incessante, penetrante e amoroso di San Tommaso d’Aquino, ma anche dal proprio carattere e dal grande lavoro psicologico e spirituale cui egli per tutta la vita si sottopose. Il suo pensiero oscillava, incessantemente, fra i vertici più alti di una straordinaria immaginazione spirituale mistica, e le basi concrete, sensoriali ed emozionali del suo essere. In questa oscillazione stava anche la forza della “pastoralità” di Dalmazio, la sua capacità di essere fedele alla missione predicatoria dei figli di san Domenico. Chi lo ascoltava, chi leggeva le sue pagine non rimaneva schiacciato dalle vertigini del suo misticismo perché veniva riportato ben presto alla realtà che lo circondava, e, a sua volta, da un esame dei segni dei tempi, che poteva anche essere angoscioso, richiamato alla speranza contra spem che nasce dalla certezza che Dio ci ama. Mongillo era certamente riconoscibile come un maestro anche perchè si sentiva che egli stesso cercava di elevarsi dalla propria terrestrità, con dolore, con fatica, con l’aiuto di una continua orazione.

Nel suo incessante studio di San Tommaso, Dalmazio vi colse alcuni spunti di straordinaria attualità. Egli riteneva che tutti i tentativi di separare la ricerca di perfezione personale dalla realtà sociale e persino da quella cosmica, di distaccare, per esempio, la riflessione ecologica da quella sulla società e sulla persona, “quasi – citiamo – che esse non siano dimensioni di una stessa orientazione”, questi tentativi falsassero “non solo la realtà, ma la stessa condizione umana” e provocassero “quelle condizioni di isolamento e di difesa che impediscono di orientare se stessi nella via della verità e della pace”.
Per Mongillo ogni uomo è chiamato a perfezionare l’umanità nella progettazione e nella costruzione del bene comune. L’uomo, ogni uomo, è responsabile della storia. Dalmazio citava spesso la preghiera, insieme esaltante e terribile, di san Tommaso: “Signore, fa di me uno strumento del tuo disegno nella storia”.
“Rompere il guscio dell’individualismo e farsi prendere dal Dio che fa nuova la storia”, diceva ancora Mongillo, richiede una conversione personale, una più chiara consapevolezza delle nostre scelte. Perchè per lui, come per Tommaso, la fedeltà a Dio, lo sviluppo della persona, l’apporto attivo e appassionato alla trasformazione dell’umanità nella storia sono armonicamente fusi. Immense sono la responsabilità e la dignità dell’uomo. Mongillo ricordava che nel trattato Contra gentes di Tommaso l’umanità e Dio sono messi sullo stesso piano in una sinergia profonda. Totum ab utroque, dice l’Aquinate, tutto avviene per l’azione dell’uno e dell’altra. L’uomo è visto come con-creatore.

E’ ovviamente impossibile esaminare qui la ricchezza dell’insegnamento di Mongillo ma desideriamo chiudere quest’intervento indicando una’altra sua lezione: la Verità – diceva il nostro amico – è preziosa da chiunque sia detta. La verità viene dallo Spirito Santo, qualunque sia la bocca che la pronunzia: perciò bisogna rimanere in ascolto docile e rispettoso di ogni voce che ci pervenga perchè ogni voce può contenere un messaggio che ci consenta di migliorare l’orientamento del nostro cammino. E in un’epoca in cui i fondamentalisti e i teo-con dichiarano che non v’è verità se non all’ombra delle loro bandiere militari questo ci pare un insegnamento di straordinaria importanza.