CERTIFICATO DI ESISTENZA IN VITA

(Micromega, 29  giugno 2007)         

Il testo che segue è un mio intervento sollecitato dalla rivista, a proposito di una lettera  aperta del professor Mauro Pesce .

Caro Professore,

nella Sua “lettera aperta”, documento davvero profondo nella sua concisione, anche Lei, come altri da qualche tempo a questa parte, osserva che “ciò che caratterizzava le tendenze rinnovatrici del cattolicesimo era la capacità di esprimere pubblicamente le proprie opinioni e le proprie decisioni etc. (...). Di tutto questo mi sembra che oggi resti poco”. Lei ha ragione: ma il mio ammaccato narcisismo sussulta per una semplice constatazione: molti sono ovviamente morti, dei compagni di quella bella stagione (ormai cronologicamente lontana), qualcuno ha cambiato bussola, ma molti anche, fra i  tuttora viventi, sono stati “perduti di vista” (è un eufemismo) proprio dai “laici” che avevano guardato loro con interesse. Faccio un esempio, il mio: negli ultimi dieci anni  ho pubblicato tre libri per manifestare le mie convinzioni in ordine al deperimento della spinta evangelica nella Chiesa italiana, alla deriva conservatrice e revisionista del Vaticano, alla ripresa del potere da parte di una Curia romana alla quale Giovanni XXIII e Paolo VI sembravano avere tolto l’egemonia  ecclesiastica. Di quei libri Lei ha mai sentito parlare? Non una riga sui maggiori quotidiani o settimanali; eppure non sono (o non ero)  un ignoto. Neppure quando un mio libro di narrativa è entrato nella terna finale di un Viareggio, quel silenzio si è incrinato. La cosa divertente, si fa per dire, è che a presentare in pubblico i miei libri sono stati lettori come Pietro Ingrao e Giuseppe de Rita, Marco Politi e Simonetta Fiori, Rosetta Loy e Gina Lagorio, Giampaolo Salvini, direttore di Civiltà Cattolica, e Bernardo Valli, Pietro Scoppola e Filippo Gentiloni, Maurizio Chierici e Carlo Castellaneta...

Il mio non è davvero un caso isolato. Sui giornali “laici” si onorano giustamente (di tanto in tanto) i cattolici che occupano cattedre di prestigio (gli Scoppola, gli Alberigo, gli Allegretti...) ma appaiono ormai dimenticati molti altri superstiti coraggiosi tessitori del movimento conciliare e di quello ecumenico. Nessuna tragedia, per carità, ma certamente uno spreco di  energie davanti alla necessità di costruire dialoghi che riparino le macerie provocate dalla rozzezza dei fondamentalisti. Sgraditi al cattolicesimo “ufficiale”, i vecchi “conciliari” sembrano adesso ai “laicisti” poco interessanti proprio perchè “non contano più”. Meritoria e gradita è dunque la sponda che oggi ci offre Micromega: una specie di certificato di esistenza in vita.

 

Desidero ripeterlo: condivido quasi completamente il quadro che Lei ha delineato. Tuttavia sono  meno pessimista per quanto riguarda il “dissenso taciturno”, il “ritrarsi nel privato (...) della maggioranza della gente” di cui Lei parla. Io credo che siamo ancora fortunatamente lontani dalla  evaporazione di una presenza critica  - anche se fedele al Cedo - nell’interno della Chiesa italiana. Chi volesse (e sapesse) addentrarsi nella fitta boscaglia informatica dei siti e dei blog si accorgerebbe che la trama del cattolicesimo critico non è dissolta. Quando il papa cade nelle trappole delle Ratisbone bavaresi o brasiliane, quando Ruini nega a Welby i funerali religiosi o Bagnasco ritira la sua pensione da generale di corpo d’armata, ventate di indignazione evangelica soffiano nella “rete”, e dall’una all’altra cento e cento mailing-list si ritrasmettono lezioni conciliari e pagine scritturistiche. Non è questione soltanto di mutuo soccorso consolatorio, riguarda anche iniziative propositive: l’appello di Giuseppe Alberigo alla CEI contro la Nota dei vescovi a proposito dei DICO, diffuso quasi in via “casalinga” e certamente senza alcun impianto organizzativo, ha raccolto in poche ore migliaia di firme. Notizie sulla vita ecclesiale nei paesi di frontiera, mai (o raramente) pubblicate dai “grandi” giornali, giungono dai siti e dai blog di oltre oceano e vengono metabolizzate in italiano. Le traduzioni  dei libri di Jon Sobrino sono andate a ruba appena è stata pubblicata la Nota della Congregazione per la dottrina  della Fede, con il nuovo attacco alla superstite teologia della Liberazione.

 

Il cattolicesimo critico italiano è oggi certamente  diverso da quello di un tempo: meno vistoso e clamoroso nelle sue obiezioni di  coscienza, meno bisognoso di rassicurazioni ecclesiastiche (cercate, magari, in  modi aggressivi), teologicamente assai più preparato, condensato in gruppi più piccoli e forse per questo più disponibili a integrarsi fra loro, senza le pretese ideologiche degli anni ’70 e ’80. Vi sono luoghi in cui stabilmente (Bose) o periodicamente (Assisi, Camaldoli, Città di Castello, Trevi...) i cattolici critici si incontrano, si riconoscono, studiano insieme, insieme scrutano i segni dei tempi. Morti quasi tutti i grandi maestri “conciliari”, i superstiti (Arturo Paoli, Carlo Molari, Enzo Bianchi, Alberto Maggi, Achille Rossi..) si trovano di fronte a vere e proprie folle di ascoltatori. Anche qui, in carenza di organizzazione, provvedono i tam tam informatici: se il cardinale Martini, di passaggio  a Milano, celebra messa in Sant’Ambrogio, ecco l’antica basilica riempirsi di gente commossa.

Anche nel settore politico-palamentare sembrano lentamente accentuarsi scelte che si rifanno al Concilio.

 

Popolo o gruppo, si tratta di un settore della Chiesa che porta stimmate di sofferenza. Fra il cattolicesimo critico e l’arroganza trionfalistica di quei “movimenti” ecclesiali che continuano a gonfiarsi perché offrono maternages rassicuranti a chi teme il nuovo - e il dubbio che ne consegue - , i  rapporti sono di reciproco sospetto; e la rete delle parrocchie è posta in crisi  dalla mancanza di dialogo fra l’una e l’altra parte:  i parroci tentano invano generose mediazioni ma finiscono quasi inevitabilmente per  accettare che i movimenti garantiscano loro un generoso (ma monopolistico) supporto organizzativo e una consolante assistenza liturgica.

Forse anche peggiori, sono i rapporti fra vescovi e gruppi critici. Alla stagione feconda dei dibattiti, anche aspri, di un tempo è subentrato il gelo di  una penosa lontananza. In “Non disse nemmeno una parola” Heinrich Böll racconta come un reduce dalla seconda guerra mondiale, ascoltando la predica di un vescovo, si accorga, quasi con dolente stupefazione, che quel discorso è soprattutto noioso. Così appaiono a molti di noi gli atti di magistero di non pochi “pastori”: generici, celebrativi,  lontani dai nostri problemi e dai nostri sentimenti. Impegnato in una comunicazione a livello mondiale, Giovanni Paolo II ha lasciato per anni mano libera alla Curia vaticana e a Ruini nella nomina dei vescovi: il risultato è, a parte alcune belle eccezioni, un gruppo di timidi moralisti, nostalgici della DC e dunque bisognosi di rassicurazioni politiche (che trovano, ovviamente, a destra) e, i più, di incerta cultura. La loro inerte diffidenza, per esempio, nei confronti del movimento per la pace, che pure raduna decine di migliaia di giovani appare davvero sorprendente.

 

Del resto, i cattolici critici hanno ormai imparato a prendere posto silenziosamente nelle scelte politiche “profane”. Se i loro gruppi, un tempo, esprimevano pubblicamente opzioni (scomode...) di fede come presupposti di impegno in campo politico, adesso il loro inserimento nei gruppi politici non è più caratterizzato da dichiarazioni “religiose”: la fede spinge tacitamente a un impegno che riconosce la laicità del processo storico. Per questo, hanno perso  di visibilità, ma non - ne sono convinto - di vitalità. Si potrebbe forse dire che a una vistosità di tipo predicatorio (domenicano?) è subentrata una testimonianza silenziosa del tipo dei Piccoli fratelli di Charles De Foucald che vivono silenziosamente nelle periferie).

 

La mia opinione è dunque che esistano già (o ancora), benché non organizzati, e siano operanti, alcuni dei gruppi “progressisti” dei quali Lei spera il sorgere. Molti, come dimostra almeno il referendum sulla Costituzione,  vivono, magari in maniera contraddittoria, la consapevolezza della necessaria laicità delle istituzioni pubbliche.

I Comitati Dossetti, che con tanto impegno hanno lavorato in difesa della nostra Carta fondamentale, sono stati animati soprattutto da cattolici conciliari.

 

Mi sembra, invece, impossibile o almeno assai azzardato rispondere alle altre  Sue domande, perchè troppi fattori concorrono alle mutazioni ecclesiastiche, a cominciare dalla questione del papato. Benché gli stessi Montini, Wojtyla e Ratzinger, davanti al lento ma incessante progredire del movimento ecumenico, si siano trovati a ripensare le funzioni del primato pontificio, la sovranità del vescovo di Roma ha ancora enorme importanza. Basta pensare a come sarebbe cambiata la storia della Chiesa se Pio XI fosse vissuto un anno di più, promulgando la sua enciclica contro il nazismo, se Pio XII davanti al genocidio ebraico avesse scelto la profezia invece della prudenza, se al posto di papa Roncalli fosse stato eletto Siri o al posto di Montini Lercaro... Ora i SE sono gli hobbies degli storici ma per quanto riguarda il futuro i SE sono semi (chiedo scusa per il gioco di parole). Nella storia ecclesiale, come Lei ci insegna, natura facit saltus: non per niente la Chiesa, secondo i suoi credenti è nata dal grande trauma  della Resurrezione.

 

Di fronte alla sfida che i fondamentalismi ci pongono  e che Lei sottolinea così fortemente, è difficile indicare rimedi. Quello sovrano è certamente una maggiore consapevolezza e promozione dei valori comuni: dal rispetto dei diritti umani a quello della difesa dell’ambiente planetario con l’elaborazione, di fatale urgenza, di un’agenda politica per obbligare i poteri statali a passare dal riconoscimento della drammaticità della crescente devastazione a una legislazione che imbrigli le ciniche insensatezze del Mercato e quelle lietamente suicide, per insipienza, della società consumista

E’ su questo difficile cammino che si può realizzare quello che a molti di noi cattolici critici piace chiamare “macroecumenismo”, cioè una fraternità allargata a tutti gli uomini e le donne “di buona volontà”, solidali nel tentativo di costruire una società più giusta e più sicura.

Naturalmente la vitalità di un macroecumenismo richiede un salto culturale di grande importanza: non si può lavorare insieme se gli uni pensano che la religiosità degli altri sia una forma di psicosi e se i cristiani sono convinti che non possa esistere  un’etica a-religiosa. Richiede dunque un impegno comune di dialogo . E per esso non possiamo ritagliarci contraddittori di comodo ma dobbiamo accettare come compagni quelli che troviamo sulle incerte strade delle testarde speranze. E’ da questo cammino solidale, dalle sue tappe, e non da programmi conchiusi in formule, che potrà sorgere la lieta convinta laicità di cui Ella parla.

 

Mi permetta un’ultima considerazione. Ho tentato di rispondere alle sue domande con una specie di autobiografia o autoritratto di gruppo. Tuttavia se dovessi discutere della Sua inchiesta con i miei compagni sottolineerei un altro problema. E’ stato il grande teologo luterano Jürgen Moltmann a scrivere che la Chiesa  può (e deve) scegliere fra la risonanza (l’evidenza sociale delle strutture, l’importanza del suo potere mondano etc.) e la significanza (cioè il risultato di una sempre più profonda fedeltà al vangelo). Se è così possiamo e dobbiamo, come ci  esorta a fare l’apostolo Pietro, rispondere a chi ci chiede ragione della nostra identità, ma tra noi dobbiamo ricordare che il nostro peculiare contributo alla società, dev’essere quello  di sperderci nella massa come  sale e lievito piuttosto che cedere alla tentazione di trasformarci in indigeribili blocchi di lievito o di sale.

La ringrazio per la Sua fatica e la Sua comprensione

Ettore Masina

Significativi appaiono la riluttanza o addirittura il rifiuto di alcuni gruppi “ufficiali”, cioè riconosciuti come tali dalla gerarchia di partecipare al Family Day.

E, naturalmente, un difficile esodo dall’analfabetismo religioso che contraddistingue tutti i settori culturali italiani. Da questo punto di vista è facile pensare all’importanza di una sostituzione della cosiddetta “ora di religione” con un serio insegnamento di storia delle religini, la rifondazione di cattedre di teologia nelle università “laiche”, una più ferma opposizione alla cosiddetta “religione civile”, una maggiore “castità” nei mass-media a proposito delle informazioni vaticane, una maggiore consapevolezza, da parte degli informatori, sull’importanza reale, dal punto di vista teologico e “disciplinare” dell’uno o dell’altro intervento ecclesiastico etc.