L’Inviato e l’Agenzia
recensione, Ottobre 2008

 

 A proposito di “Ancora un giorno” di Ryszard Kapuschinski. Il grande “inviato” polacco vi racconta con la consueta mirabile capacità letteraria i giorni che precedettero l’indipendenza dell’Angola e la cacciata dei colonialisti portoghesi.Due notazioni. La prima: un giornalista eccellente si rivela tale anche (e talvolta soprattutto) nei giorni in cui non c’è niente da raccontare ma il suo redattore capo gli raccomanda di mandare un “pezzo”. Essendo stato un microcollega di Kapuschinski, conosco  bene quelle occasioni, per lo  più domenicali. Improvvisamente gli eventi per i quali sei stato spedito in un luogo della Terra lontano da casa sembrano svaniti: il probabile serial killer si aggira con il volto tumefatto da un ascesso dentale, il bancarottiere di cui ci si attende la fuga siede in un bar con gli amici superstiti, il vescovo che doveva fulminare una scomunica fa visita a una parrocchia di periferia, gli assedianti paiono addormentati appena fuori dal perimetro delle mura, le manifestazioni sindacali destinate a sfociare in tumulti sono state rinviate, lo scandalo sessuale non ha più segreti, etc. etc. Sembra di vivere in una di quelle bocce di vetro che, se le scuoti, inscenano una minuscola bufera di neve. Silenzio, noia, solitudine. Neppure una goccia di adrenalina in circolo. Voglia di tornartene a casa. Senso di inutilità. Certo, Remarque ha mostrato da par suo quali mondi, avvenimenti, tragedie, orrori, ingenue speranze si nascondano dietro una frase come: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Ma Remarque era Remarque... Beh, Kapuschinski è Kapuschinski, leggete con quanta intensità descrive i giorni  della sua attesa, i minimi accadimenti, l’odore di putrefazione che si sparge quando una quiete velenosa subentra al frastuono delle armi.Seconda notazione: un inviato è se stesso ma è anche il giornale o l’agenzia da cui dipende. Io, per esempio, reggevo ben poco alla frustrazione del “Finito tutto? Sì, forse, però...”, e quindi rientravo in redazione (e a casa, naturalmente) Angelo Rozzoni, vice  direttore del “Giorno” (il quotidiano per cui lavoravo), nel linguaggio calcistico che gli era caro mi definiva un’ala tornante. Altre volte, invece, mostrava di non comprendere le ragioni per le quali chiedevo spazio sul giornale e suggerivo di rimanere sul posto (tutto il periodo del Concilio fu contrassegnato da questa dialettica fra me e lui). Penso che se qualcuno vorrà, come spero, scrivere una biografia di Kapuschinski ci debba raccontare qualcosa dell’agenzia PAP che gli consentì una così vasta pluralità di esperienze. Negli anni fra  il 1945 e la caduta del muro di Berlino, la PAP era considerata nel mondo giornalistico occidentale una piccola agenzia legata al governo di Varsavia, e dunque inaffidabile. Quanto a Kapuschinski, per via della “guerra fredda”, era del tutto sconosciuto. Nei luoghi in cui si addensavano per qualche avvenimento “inviati” di tutto il mondo, quelli che venivano dai paesi dell’Est vivevano quasi sempre in un gruppo a parte, diffidente e oggetto di diffidenza.Scrivendo quello che ha scritto (o quello che di lui abbiamo letto), R.K. non era certamente un comunista sovietizzante; nè la Polonia poteva permettersi di avere una politica estera disgiunta da quella di Mosca. Chi dunque ha permesso all’autore di tanti libri straordinari di muoversi dall’Honduras all’Angola all’Iran, a decine di altri paesi? Chi ha sostenuto presso le autorità d Varsavia l’importanza dei suoi viaggi e il loro  finanziamento? Su quali giornali venivano poi pubblicati i suoi reportages? Se si paragona l’attività di Kapuschiski a quella dei giornalisti italiani negli stessi anni, bisogna riconoscere che egli fu un  grande ma ebbe datori di lavoro altrettanto eccezionali.

 

 

TORNA