I NOMI SUI PALAZZI
GRIDANO AIUTO?
Jesus, agosto 2008

 

In estate ti accorgi di quanto, nelle altre stagioni, dedichi poca attenzione all’aspetto della città. Quando il traffico si assottiglia,  si fa un po’ meno imperioso, puoi attraversare la strada senza sentirti un eroe, e persino guardarti in giro e addirittura guardare in alto, scopri i contorni di alberi, che chissà da quanti anni stanno lì ma tu di solito non li vedi o l’intera facciata di un palazzo del quale sei  abituato a scorgere soltanto il primo piano. Oggi mi ha colpito proprio la parete di un condominio accanto al mio: e vedo che i  taggers, negli ultimi tempi, sono arrivati più in su.

Taggers (cioè : quelli che si fanno rincorrere) si definiscono gli sciagurati ragazzi che vanno in giro la notte, armati di bombolette, per lasciare sui muri la loro firma, clandestina cioè illeggibile: talvolta un lungo arzigogolo non privo di eleganza, talvolta un segno brutale nella sua elementarità. In tutti i casi vandali arroganti e non soltanto imbrattamuri: ho visto piangere, una volta, un giovane commerciante che s’era appena comprato un furgoncino bianco e in una notte i taggers glielo avevano ridotto una schifezza.

Se parli con loro, i taggers ti danno risposte penose: sfregiano i muri per sfida al potere, dicono, o per prorompente impulso artistico. Sono legati fra loro da società segrete, ma non troppo, dato che hanno giornali e siti web – e un mercato con fornitori che in questo momento stanno cercando di convincerli a passare dalle bombolette ai laser. Hanno anche un ordinamento gerarchico: il tagger che riesce a   mostrare la vastità delle sue imprese può salire al grado di writer, cioè di disegnatore su ampi spazi, muri bianchi – e dunque “tristi”, secondo i “graffitari”.

Vi sono molti modi di considerare questo fenomeno ed uno è quello della pericolosità sociale. Non parlo di danni all’ambiente cittadino, ma dei rischi di questa moda. Temo sia cominciata anche in Italia, come in altri paesi, la gara fra taggers a chi riesce a porre la propria firma più in alto. Mi ricordo di avere visto in Brasile, anni fa, palazzi sfregiati sino al quinto o sesto piano: decine di ragazzi – mi disse un sociologo di Sâo Paulo - morivano  ogni anno in questo tentativo. Io guardo quelle firme, portate così in alto e così rischiosamente, nella solitudine delle notti, e mi sento il cuore pieno di tristezza: mi sembrano grida di aiuto lanciate in una lingua incomprensibile.

Torno a rileggere l’Apocalisse: al debole che non ha rinnegato il nome del Signore è promesso un nome nuovo.
Ma intanto quale nome stanno scrivendo questi ragazzi? Il Suo? Il loro? O il nostro, di gente che guarda altrove?