Forse capita a molti che sono vecchi come me e hanno, come me, la gioia di una famiglia unita, di ripensare ai banchetti natalizi del passato come a un’unica allegra riunione, in cui, quasi silenziosamente, mutano i commensali: i vecchi se ne vanno, uno ad uno, e nuovi bambini arrivano a movimentare la festa. Un grande scrittore americano, Thornton Wilder, ha scritto, tanti anni fa, una commedia intitolata appunto “Il lungo pranzo di Natale”, in cui quattro generazioni di una famiglia si alternano attorno alla tavola imbandita e il vero protagonista è il tempo col suo fluire.
Tuttavia tra il lieto brusìo festivo accade si faccia viva la memoria di qualche Natale “altro”; e in queste settimane a me torna il ricordo di come, settant’anni fa, scoprii gli orrori delle guerre, proprio in un’ occasione del genere. Abitavo in una città del Nord in cui c’era una piccola “colonia” tedesca, un gruppetto di una decina di famiglie di addetti a un’industria chimica. Con alcune di esse la mia era entrata in buona amicizia e nel 1938 mia sorella ed io eravamo stati invitati a una festa di Vigilia in casa di un dirigente. Era stata un’esperienza meravigliosa: in una grande sala dalle pareti rivestite di legno e riscaldata da un’enorme stufa di ceramica dai colori vivaci stava un immenso albero, ricoperto di finta neve, splendeva di palle colorate, luci, babbinatale di cioccolata, piccoli regali per gli ospiti. Gli altri bambini ci insegnarono a cantare, senza parole perché non sapevamo il tedesco, un inno che diceva: “O tannembaum”, e lodava l’abete, ci spiegarono, per la sua capacità di conservare verdi le fronde anche nei più rigidi inverni. Ci furono girotondi e tartine e deliziosi dolcetti di panpepato. Tutto esprimeva cordialità, calore.
L’anno seguente, a settembre, la Germania entrò in guerra, mentre l’Italia si manteneva, per il momento, neutrale. Non eravamo sicuri che l’invito sarebbe stato rinnovato, invece arrivò con un grazioso biglietto. Era, come l’anno precedente, una festa per soli bambini. Fummo accolti dal signor W. e da sua figlia, una ragazza sulla trentina. Non vedemmo la padrona di casa, che, ci fu detto, era leggermente indisposta. Cantammo anche questa volta le lodi dell’abete e cantammo anche “O Stille Nacht, Heilige Nacht”. Spogliammo lietamente l’albero delle sue squisitezze. A un certo punto lasciai la sala per andare in cucina a bere un po’ d’acqua e improvvisamente, nonostante il lieto vociare dei miei coetanei, sentii quello che mi parve il lamento di un piccolo cane. Incuriosito, trovai il coraggio di aprire una porta e vidi che la signora W. stava piangendo accanto alla fotografia di un bellissimo giovane in divisa di aviatore. Mi guardò con un povero sorriso e mi disse. “Bambino mio, non c’è più posto per il Natale. Questa è la festa di Erode”. Sentii alle mie spalle il padrone di casa che mi spinse dolcemente fuori dalla stanza: “Il nostro Reinhart è morto in guerra, la settimana scorsa, ma dillo soltanto ai tuoi genitori; adesso lascia che i tuoi amici si godano la festa”.