LA GUERRA DEI 180 MILA LAGHI

JESUS, ottobre 2009

Nell’inverno artico le tenebre si scioglievano in lampi di luce che duravano  una manciata di minuti: albe che si mutavano subito in tramonti e poi, di nuovo, in oscurità. In quelle lunghissime notti, se non c’era la luna o se la neve cadeva senza fine, si movevano silenziosamente gruppi di sciatori. Arrivavano nei pressi degli accampamenti degli invasori, qualcuno accendeva un faro che portava sul petto e cominciava una strage. I combattenti erano vestiti di bianco per rendersi invisibili sui 180 mila laghi ghiacciati della regione, sui dossi e tra gli abeti innevati. Fu così la breve guerra fra finlandesi e sovietici, della quale in questo mese ben pochi ricordano il settantesimo anniversario.

Fu una guerra per molti versi singolare. Innanzi tutto, per così dire, “appartata”. Un mese prima era cominciata, nel cuore dell’Europa, quella che sarebbe diventata la seconda guerra mondiale. Eserciti immensi, di nazioni che erano stati (od erano tuttora) imperi, si affrontavano in regioni fitte di città, di fabbriche, di fortezze. Per l’opinione pubblica mondiale, la Finlandia era un piccolo stato di tagliaboschi, di poca storia nazionale, per secoli estrema provincia svedese o russa. L’Unione Sovietica, che stava ridisegnando il proprio sistema difensivo, nel settembre 1939 chiese imperiosamente al governo di Helsinki di poter installare basi militari oltre confine. La risposta fu negativa, allora Stalin mosse le sue divisioni. Il minuscolo esercito finlandese, guidato da un generale di 75 anni, il barone Mannerheim, le contrastò eroicamente per un’intera stagione.

Ho ricordi vivissimi di quel conflitto. Avevo undici anni ma leggevo già “Il Corriere della Sera” e “La domenica del Corriere”. (Ogni tanto mio padre gridava scandalizzato a mia madre: “Tuo figlio legge la cronaca nera!”). Sulla “Domenica”, contemplavo, come milioni di altri italiani, le accuratissime tavole a colori del grande Achille Beltrami che, per mezzo secolo, ebbero la stessa importanza che avrebbe avuto, quindici anni più tardi, la prima televisione: i volti e i colori dell’umanità e i volti e i colori delle nostre feste paesane e delle nostre tragedie nazionali.  Sul”Corriere” leggevo gli articoli dei grandi inviati.  Ricordo un’intervista del giovane Indro Montanelli al generale Mannerheim. Terminava con un dettaglio che non seppi come considerare: il giornalista aveva scoperto che l’eroico generale-barone portava il busto come le signore eleganti…

Ero, naturalmente, ope legis, un balilla e un sabato fascista (il pomeriggio settimanale dedicato al nostro indottrinamento), mentre stavo “nei ranghi”, partecipai, non so proprio perché, al capo-manipolo tutta la mia ammirazione per i combattenti dell’estremo Nord. Fui zittito, con un brontolìo: “Tu sei sempre il solito rompiscatole” (Ho usato un eufemismo). Compresi più tardi il perché di quel rimbrotto. Il conflitto russo-finnico poneva ai fascisti un grosso problema di linea. Mannerheim e il suo popolo si battevano contro il comunismo ed erano dunque, in qualche misura, dei “nostri”. Ma pochi mesi prima c’era stato il patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione dell’Europa. I sovietici erano improvvisamente diventati amici della Germania e dunque un po’ anche nostri; e perciò i finlandesi erano da guardare, se non altro, con distacco. Ero un ragazzino ma credo che cominciai allora a rendermi conto non soltanto che la politica era una cosa difficile da comprendere ma che torto e ragione, eroismo e sopraffazione non possono essere definizioni automatiche, di parte, e soltanto sentimentali ed emotive, richiedono verifiche attente, chiamano in gioco razionalità, etica, riflessione. E che la guerra è sempre e comunque un fatto di follìa.


A “I lettori denunciano”

Dovendo percorrere il percorso piazzale Jonio-piazza Capri, sia all’andata che al ritorno, si è inevitabilmente costretti a transitare per qualche tratto sulla corsia preferenziale riservata agli autobus. Ciò dipende dal fatto che ad ogni ora del giorno  numerosissime auto private parcheggiano lungo i marciapiedi  in seconda e terza fila, rendendo inevitabile la trasgressione di chi voglia transitare. Ho ricevuto già due multe per questa ragione. Perché i vigili urbani non rendono possibile  il rispetto della segnaletica?

Clotilde Buraggi Masina

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