NON DIMENTICARE LE GUERRE “PERIFERICHE” |
Vi sono momenti in cui mi pare che la storia abbia luoghi senza speranza. Non parlo di quelli tanto enormi e minacciosi anche per l’Europa che la cronaca non può non darne notizia: per quelli, i politici delle cosiddette Grandi Potenze, sono almeno costretti a mostrare di occuparsene per non perdere del tutto la faccia, se non l'hanno già del tutto perduta; il Medio Oriente, naturalmente, é la maggiore di queste desolazioni. Parlo, invece, di regioni e di popoli che la geopolitica considera di “periferia”, dunque ininfluenti o quasi sull’assetto della Terra. “Privi di importanza”, eppure uomini donne e bambini inchiodati a sofferenze che non sono minori di quelle della gente portata in TV. Ho conosciuto alcuni di questi luoghi e càpita che ne ritrovi il nome in qualche piccola notizia pubblicata su un giornale, si direbbe, come riempitivo. Mi accade oggi per l’Ogaden, zona di frontiera fra la Somalia e l’Etiopia. La notizia dice che un numero incalcolabile di profughi non può essere soccorso dall’UNRWA, l’agenzia dell’ONU, perché le truppe etiopiche, da sempre in lotta con le popolazioni somale della zona, impediscono ogni flusso di aiuti. La capitale, per così dire, dell’Ogaden si chiama Beled Weyn. Beled Weyn vuol dire “Grande Città”, in realtà è un agglomerato di capanne e di fatiscenti case in mattoni, in cui, secondo le più recenti fonti ufficiali, vivono 20 mila persone. Vi giunsi nel febbraio del 1986. Un precario armistizio era stato concordato fra Mogadiscio e Addis Abeba, capitali ben più consistenti ma che qui parevano lontane anni-luce. Scrissi sul mio diario: “Le autorità locali dicono che in questa zona si accalcano ormai 215 mila profughi cacciati dai loro pascoli; mancano acqua, viveri e combustibile per la cottura del cibo”. Sono passati 21 anni, il dittatore somalo Siad Barre è fuggito, l’Etiopia ha nuovi dirigenti, la Somalia è implosa, l’esercito “regolare” di Mogadiscio si è trasformato, nell’Ogaden in Fronte di Liberazione: ma l’ONU descrive la situazione dei miseri con le stesse parole che io scrissi ventun anni fa… Molte sono le ragioni della tragedia dell’Ogaden ma la principale è quella del commercio delle armi. Le industrie belliche di Stati Uniti, Cina, Giappone ed altre “civili” nazioni fanno, anche in quella terra disperata, lauti affari e perciò - spesso con la complicità più o meno evidente dei loro governi, - attizzano i fuochi dei conflitti locali. Ventun anni fa vidi bambini che avevano perso i piedi per essere saltati su mine di fabbricazione italiana, imparzialmente vendute ai due eserciti. La Terra è piena di “ogaden”; ma contro il commercio delle armi sembra levarsi soltanto la voce del Papa. |