LA FRETTOLOSA CRUDELTA’ DI CERTE PAROLE
Jeus, settembre 2008


Vi sono  parole che spesso pronunziamo senza pensare. Parole sciatte, per lo più, “comuni”, dette per indicare qualcosa senza importanza, o di importanza relativa; e invece, a prestarvi attenzione, pesano come macigni, e mostrano la gravità di certi limiti della nostra cosiddetta civiltà e anche delle nostre personali sensibilità
Scrivo queste righe avendo davanti a me una mazzetta di quotidiani italiani, di varie tendenze politiche. Raccontano tutti di un’ennesima tragedia nel Mediterraneo. In un barcone di disperati verso Lampedusa, dicono. sono morti di stenti due bambini. I giornali scrivono: i genitori li hanno buttati in mare.
“Buttare” nell’italiano che parliamo significa gettare cose senza importanza, delle quali ci si libera volentieri.
Penso allo strazio di quei genitori. Tanto il Vangelo quanto il Corano sono luminosi di pietà per la fragilità dei i bambini e, del resto, tutte le persone che hanno cuore non possono immaginarsi dolore più grande di quello di vedere morire (e in quali condizioni!) una creatura cui hanno data la vita. Hanno davvero “buttato”, questi bambini, i loro genitori? Hanno dovuto seppellirli in mare, questa è la parola giusta e anche questa circostanza aggiunge strazio al dolore.
Mi è tornata alla mente una pagina di Giuseppe Giusti, grande scrittore dell’800 scioccamente esiliato dalle nostre scuole. Racconta quel che accadde in un paesino della Toscana quando preoccupazioni igieniche spinsero il Granduca a ordinare che venisse aperto in ogni comune un cimitero e non fosse più consentita la tumulazione dei defunti nelle cripte delle parrocchie. Il popolino si disperò: gli sembrava che i morti deposti nel cuore delle chiese potessero continuare a essere vicini ai propri cari e a pregare con loro. Ma la legge è legge, facevano sapere i gendarmi. Il primo a morire dopo la promulgazione dell’editto fu un bambino e un giorno sua madre sparì. La cercarono ovunque. Alla fine la  trovarono. Pioveva furiosamente, lei stava quasi sdraiata sulla tomba del figlio, cercando di ripararla con un ombrello.
“Buttàti”? Quanta inconsapevole crudeltà in queste parole. I piccoli cadaveri deposti nell’immensità del mare, antiche leggende di mostri e di inferni acquatici, devono avere tormentato quei genitori. Nelle storie dei nostri primi emigranti verso le “Meriche”, quando sui vascelli dei rispettabili negrieri italiani, la mortalità era persino del 25 per I00, i morti venivano seppelliti nelle onde  ma con un minimo di solennità – e legati a pesi che non li lasciassero galleggiare sulle acque quasi a rendere più difficile il congedo. Ma su un barcone non vi sono imam né sacerdoti né pesi “inutili”. E, del resto, quale futuro avrebbero avuto i piccoli clandestini se fossero riusciti a sbarcare sulle coste di Lampedusa?  Forse il loro destino era proprio quello di essere “buttati”?