AQUILONI SUL CIELO DELLE GUERRE
Jesus, settembre 2009
Non gli enormi draghi di mille colori che una sera di tanti anni fa vidi fluttuare nel cielo di un sobborgo di Pechino in festa; non le aeree geometrie di sapientissimi artigiani che ai primi di settembre, da più di cent’anni, s’innalzano sul Monte delle Cesane a Urbino, per una gara che rimase nei ricordi più cari di Giovanni Pascoli, e neppure i ferocissimi velivoli infantili dell’Afghanistan di Khaled Hosseini che si aggrediscono e cercano di lacerarsi a vicenda: gli aquiloni che oggi contemplo sulla fotografia di un giornale sono poveri fogli di carta velina, colorati a pennarello. Mani bambine li stringono, quasi timorose di lasciarli volare sulla spiaggia di Gaza, dove ben altre ali si sono dispiegate mesi fa. Tremila ragazzini palestinesi, recita la didascalia, cercano di raggiungere un primato da Guinness: sinora una manifestazione del genere aveva radunato su una costa californiana 750 persone.
Naturalmente il significato di questo raduno va ben oltre l’importanza dell’occasione. Chi ha viaggiato in luoghi di povertà e di guerra sa bene che, dovunque, i bambini di quelle regioni e città cercano di fabbricare aquiloni e farli volare in alto, in alto, quasi per evadere da brutali confini punitivi, vincendo una tragica clausura impostagli dalla follia degli adulti, o forse per pregare un Signore nascosto nei cieli, di cui i padri parlano come di un potente misericordioso ma di cui, con i loro atti, non documentano mai, o quasi, l’amore; o anche per esorcizzare paure che in quell’azzurro (o nelle tenebre che sopravvengono nelle notti o nel divampare di alte fiamme) trovano spesso origini e consistenza.
Mi è capitato di vedere, nei miei viaggi di cronista, i quaderni di bambini vietnamiti e nicaraguensi, palestinesi e sudafricani, serbi e salvadoregni. Vi ho sempre contemplato un cielo raccontato come patria di aquiloni ma anche come incubo: al movimento ascendente di quella specie di lettere inviate al futuro, corrisponde quello discendente degli elicotteri: terribili uccelli di metallo dalle cui viscere escono soldati dal volto tinto di nero, che portano via i papà o i fratelli maggiori e bruciano le case o le devastano. E i bambini, in un angolo, a occhi sbarrati non hanno neppure il coraggio di chiedere perché.
Dal cassetto in cui conservo ritagli di giornali con notizie o immagini che mi hanno colpito, cerco un documento che mi pare orribile. Un gruppetto di ragazzini scrive insulti su missili che saranno lanciati contro il Nemico, e una maestra sorride incoraggiante. Nessun adulto è accanto ai bambini degli aquiloni. È possibile concludere che siamo noi “grandi” a sporcare il cielo dell’infanzia, a profanarlo con la nostra incapacità di costruire messaggi di pace?