ABITARE LA MARGINALITA’
Celle Ligure, 8 settembre 2006
Per prima cosa, penso sia bene riflettere un momento sul significato che diamo a queste parole. Abitare – mi sembra di poter dire – significa scegliere (o accettare) un luogo in cui restare per un tempo non breve, durevole sede per noi e per i nostri cari, base di arrivo o, almeno, tappa fondamentale del nostro cammino; un luogo, in cui vivere il quotidiano, il cosiddetto “ordinario” (che poi non è mai tale), trovare rifugio alla nostra stanchezza o solitudine, luogo, infine, in cui cercare di sviluppare una pienezza di vita, affrontando il presente e il futuro. Quanto alla marginalità, penso si possa definirla in prima istanza come una zona periferica, ai bordi di un’area, dunque zona di frontiera, limite o sutura: in posizione tanto rischiosa che basterebbe un ulteriore spostamento perché venisse totalmente espulsa dal contesto.
Ci si potrebbe domandare allora il perché della riflessione che ci accingiamo a fare: scegliere o accettare di vivere nella marginalità sembra essere un’ipotesi paradossale, prima ancora che incomprensibile, una scelta ai limiti del masochismo; perché marginalità nel significato di periferia significa quasi sempre un’area connotata da scomodità per mancanza di servizi, devianza sociale etc; e frontiera significa talvolta (o sempre, nell’immaginario di molti di noi), possibilità di attacco, di invasione da parte di chi è diverso da noi, o persino ci ha in odio. Perché dunque affrontare questa ipotesi? La risposta è: perché noi qui raccolti questa sera pensiamo, come fortunatamente centinaia di milioni di persone sul pianeta, di non poter evitare questo confronto. Abitare la marginalità, infatti, è una scelta che ci è imposta dal sistema in cui viviamo, una sfida di gravità fatale per ciascuno di noi e per noi tutti insieme. Tanto più che non si tratta, come vedremo, di affrontare una sola marginalità ma un incrocio, un intreccio, una compresenza, di marginalità molteplici.

Ormai, tutti gli uomini e le donne che hanno possibilità di una informazione almeno rudimentale sull’epoca che stanno, che stiamo, vivendo, sanno che la Terra è oggi connotata da un’ingiustizia che ha le caratteristiche di una ferocia primordiale; e perciò sono, siamo, assaliti da una specie di doppia identificazione: una sensazione o emozione durevole alla quale si può sfuggire soltanto al prezzo di una regressione psicologica tale da rasentare la spersonalizzazione. Questa doppia identificazione è scomoda, dolorosa, anzi drammatica, e ci tiene tutti, che ne siamo consapevoli o no. Da un lato, sentiamo di appartenere alla categoria dei carnefici, dall’altro di appartenere alla categoria delle vittime.
E’ quasi banale ridircelo questa sera, fra noi; ma è certo che nell’intimo delle nostre coscienze di abitatori dei cosiddetti paesi del benessere noi sappiamo di vivere una vita estremamente più agevole e “garantita” di quella della enorme maggioranza dei nostri simili, e già questo non può non inquietarci; ma poi sentiamo anche (questa sensibilità ha, naturalmente, varie gradazioni a seconda della lucidità della nostra coscienza e delle condizioni del nostro apparato psichico) sentiamo che questa nostra condizione deriva, che noi lo vogliamo o no, dalla sottrazione di risorse appartenenti ad altri popoli e alle future generazioni; e che questa rapina è continua e spietata e organizzata da una progettazione di meccanismi che respingono enormi masse ai margini estremi del sistema in cui viviamo, li riducono a una vera e propria insi-gnificanza, come scarti della cosiddetta civiltà, sottouomini o, per usare una terribile definizione presa dal linguaggio degli economisti, popoli esuberi, superflui o, peggio ancora, serbatoi da cui trarre manovali di morte, soldati per le guerre imperiali e regioni da trasformare in enormi discariche di rifiuti tossici. Noi cerchiamo di assolverci, esibendo una nostra qualche innocenza: nessuno di noi , ci diciamo, ha chiesto che il sistema economico sia strutturato in maniera tanto disumana; e tuttavia non ci è difficile comprendere che noi siamo i consumatori, cioè i beneficiari di questo assetto mondiale, e del resto finiamo spesso per accettarne come dogmi la sua ideologia, per la cui attuazione, ogni tre o quattro anni, eleggiamo i nostri rappresentanti. Né possiamo più ignorare che guerre lunghissime e feroci travagliano interi subcontinenti in nome della supremazia del Primo Mondo, al quale apparteniamo, nel dominio delle fonti di energia. Negli ultimi tempi si è giunti persino a una contiguità fisica, non solo simbolica, fra il genocidio dei poveri e le nostre potenzialità. Il cellulare che ciascuno di noi possiede, che ci concede di ricevere in ogni momento tenerezza o aiuto, di coordinare la nostra professionalità o di organizzare le nostre assemblee ha in sé le tracce del coltan, il minerale per il cui possesso sono morti e muoiono milioni di congolesi. Si può dire che in qualche misura portiamo con noi, nelle nostre giornate e persino nei nostri amori, un sacramento di Satana.
Questa situazione, che ha tutti i colori di una insensata crudeltà e che viene invece orgogliosamente definita civiltà da difendere anche con le armi, coinvolge e travolge l’immensa maggioranza dell’umanità. Noi siamo dunque attestati in una più o meno beata marginalità.

E però, nello stesso tempo (e con stessa possibilità di gradazione di identificazione), noi sentiamo di appartenere al gruppo delle vittime. Dai mutamenti climatici alla distruzione dell’habitat, da una dura selezione di classe per cui aumenta la distanza fra ricchi e poveri, dalla parcellizzazione del lavoro alla sua delocalizzazione verso i paesi dei bassi salari, dalla diffusione della precarietà nel mondo giovanile alle guerre fra civiltà che ormai travagliano enormi regioni, alla caduta di senso della vita, di un’etica forte e di una forte identità che reggevano - o sembravano reggere - le nostre modalità di esistenza sino a qualche anno fa, noi ci sentiamo spesso in balìa di un’ epoca che travolge buona parte del nostro assetto psichico e della nostra libertà. Anche noi, dunque, finiamo per considerarci vittime; e respinti, pensiamo, in una penosa marginalità, quella di chi non può essere prota-gonista del proprio tempo, perché ormai dominato da un sistema politico e filosofico che lo schiaccia e lo rende impotente. Le nostre stesse velleità di partecipazione politica, di militanza in partiti o in movimenti che affrontino la necessità di una migliore giustizia, e i tentativi di sottrarci alla depressione che sempre connota le marginalità, ci appaiono, spesso, d’un tratto, illusorie: il centro della storia, infatti, ci sembra occupato da poteri soverchianti, istituzionali od occulti, la cui pressione, esercitata con i mezzi più sofisticati, a cominciare dalle oligarchie dell’informazione e dalle loro capacità manipolatorie, vanifica ogni nostro impulso e lo riporta, più o meno soavemente, nell’alveo del conformismo.

Dicevo poc’anzi che vi sono persone che cercano di sottrarsi a questa doppia identificazione. Queste persone costituiscono, a me pare, la grande mag-gioranza della cosiddetta opinione pubblica italiana. Sappiamo bene quanto siano numerose le famiglie che la sera cercano, con uno slalom fra un canale televisivo e l’altro, di evitare notizie e problemi; quanti i giovani che temono di apparire troppo intellettuali al loro branco di riferimento, cioè “pallosi”, noiosi se tentano di parlare di qualche problema o di qualche libro che hanno letto; come il quotidiano italiano più diffuso sia la Gazzetta dello Sport; come sia difficile, persino nelle nostre comunità di fede, ottenere attenzione su certi argomenti e via dicendo. Una delle esperienze più dolorose che, ne sono certo, Clotilde ed io condividiamo con alcuni di voi, è quello dell’accoglienza, anche da parte di amici cari, al nostro ritorno da qualche incontro con la povertà di massa, i suoi dolori e i suoi valori. Siamo stati abbracciati, con affetto sincero, e poi ci siamo sentiti dire: “Dopo ci racconterete”. Ma il “dopo” non è mai arrivato. Abbiamo capito di sembrare marginali portatori di messaggi marginali o molesti e inutili seminatori di angoscia.

Non è una bella situazione, nevvero? E tuttavia questa è la verità (o almeno una parte della verità), che ci mostra l’impossibilità di chiamarci fuori, e ci rende necessario, perché inevitabile, imparare a vivere in situazione di marginalità, anzi non solo a tollerare questa condizione ma ad abitarla, a scandargliarne pericoli e possibilità. Perché anche questa è parte della verità: la marginalità apre inedite prospettive a chi crede nella causa dell’uomo e ancor più in chi crede in essa come luogo propizio al kairòs.
Mi pare allora che sia importante, anzi necessario, cercare di dedicare maggiori attenzioni ai vari tipi di marginalità che ci circondano per rintracciare il filo rosso che li collega; e domandarci se la nostra condizione non possa trovarvi maggiore consistenza e speranze. Anche questa ricerca non è compito facile. Non lo è mai stato, certamente, ma oggi i progressi (si fa per dire) del sistema capitalista e il suo trionfo globalizzato hanno complicato ulteriormente ogni immagine. All’epoca in cui io ero ragazzo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, alcuni schemi apparivano chiari. Paesi colonialisti e paesi liberati, classi padronali e classi subalterne, socialismo e liberismo, stalinismo e democrazia, Sud e Nord, Est e Ovest…
Tutto si è fatto più sfumato, più confuso, negli ultimi decenni. Ci accorgiamo che è rimasta la tragica contrapposizione fra Nord e Sud ma anche nelle nostre cittadelle nordiste si fanno evidenti molti Sud, se con Sud si intende dire aree di grande povertà. Eravamo convinti che lo sviluppo fosse una potente locomotiva che avrebbe trainato una lunga fila di vagoni verso il futuro: certo, i vagoni sarebbero stati diversi l’uno dall’altro e alcuni sarebbero entrati nelle stazioni dell’agiatezza prima degli altri; ma anche quelli di terza classe avrebbero lasciato dietro di sé le regioni della miseria; e invece la locomotiva trascina vagoni sempre più lussuosi e sempre meno numerosi: gli altri sono ormai parcheggiati sui binari morti del commercio internazionale. Altri miti sono crollati, per esempio quello degli effetti positivi dell’alfabetizzazione per una crescita culturale. Come aveva visto nitidamente Paulo Freire più di cinquant’anni, fa c’è invece un’alfabetizzazione al servizio di una subcultura consumista e nociva alle libertà espressive a causa del conformismo acritico che semina in tutte le assemblee, a cominciare da quelle scolastiche. Cultura è ben altra cosa. Clotilde ed io ricordiamo con ammirazione l’intelligenza e la visione planetaria che dimostrava già più di trent’anni fa la povera india semi-analfabeta Rigoberta Menchù, mentre ancora oggi lo statunitense medio alfabetizzato non sa neppure in quale parte della Terra siano situati i paesi in cui negli ultimi decenni i suoi figli sono andati in armi: Vietnam, El Salvador, Nicaragua, Iraq, Afghanistan... Il concetto stesso di stati democratici è ormai legato assai più alla prassi che alle istituzioni. Guantanamo e il Patriot Act, la criminale attività della Cia e l’ignobile supporto dei servizi segreti europei cominciano a far rivivere nei paesi di vecchia e nuova democrazia subculture che sembravano per sempre rimosse: se il professor Panebianco, come alcuni suoi colleghi anglosassoni, restaura sul più importante quotidiano italiano il diritto degli stati alla tortura è evidente che una nuova barbarie è alle porte o si è già insediata fra noi.
In questa confusione abbiamo una sola certezza: che anche ciascuno di noi, nel suo intimo, alberga (almeno in alcuni momenti) un povero Sud riarso, fatto di problemi non risolti, di illusioni cadute, di buoni sentimenti sconfitti, di tempeste di suoni e di luci che aggrediscono incessantemente le nostre capacità di scelta e di raziocinio e corrompono il nostro contatto con la natura, cancellando le nostre facoltà poetiche. Un deserto, dunque, da popolare con amori e amicizie.

Io penso che la speranza sta nella porta della nostra casa. Che cosa c’è di più marginale, di una porta di casa? Essa sta esattamente al confine fra il nostro “dentro” e il “fuori”, fra il nostro abitare un piccolo luogo a-parte, “privato” e il nostro vivere il pianeta: consente il varco fra il nostro bisogno di amare e di essere amati e lo stesso bisogno di altri. Non si dà una abitazione senza porte: una casa-fortezza, una casa-cassaforte, quali ne vediamo proliferare nel nostro mondo occidentale assomigliano spaventosamente a una tomba. Possono essere ricche come i sepolcri dei faraoni ma sempre tombe sono, ricettacoli di morte, sedi di anime morte. Soltanto se il margine si interrompe, il confine diventa varco, la paura del nuovo, del diverso, dello “strano” viene scavalcata dal bisogno di amore, e perciò la porta si apre, soltanto allora i nostri polmoni di abitatori del tempo e dello spazio possono respirare pienamente.

Se avessimo tempo, mi piacerebbe parlare più a lungo della meravigliosa funzione della porta e dei simboli cui la sua immagine, la sua marginalità dentro/fuori si ricollegano. Qui, a quelli di noi che si dicono cristiani o che comunque guardano con attenzione alla Bibbia, vorrei ricordare due passaggi delle Scritture che a me sono cari. Il primo, riguarda il brano dell’Apocalisse sulla Città di Dio. Essa, scrive il libro del Veggente, ha 12 porte “aperte giorno e notte”, ciò che significa che per chi crede nel Signore della Storia l’”esterno” può non essere più visto come nemico né l’oscurità come ostile. Penso che così dovrebbero essere le porte delle nostre comunità, chiamate a testimoniare la speranza che è in noi, ma più spesso chiuse congregazioni di mutuo soccorso.
L’altro brano che mi piace citare è quello della Lettera agli Ebrei, in cui si dice che vi sono persone le quali, praticando l’ospitalità (che è il contrario, anche psicologico, di ogni chiusura), senza saperlo hanno ospitato angeli. E’ un’esperienza, lo dico sommessamente, che Clotilde ed io crediamo di avere vissuto.

Non si può tentare di abitare serenamente la marginalità se non si cerca di dar vita a una rete, a un villaggio, a un concerto di altre convivialità. E qui si aprirebbe il grande tema del dialogo, sul quale sono state scritte intere biblioteche. Va da sé che questa sera io non posso che sfiorarlo e allora, da uomo della comunicazione, lo farò dedicando un cenno di attenzione a due argomenti che mi sembrano meno frequentemente trattati.
Il primo di essi è quello della dedizione all’ascolto. Purtroppo il genocidio dei poveri e la triste omogenizzazione delle culture (si potrebbe definirla cocacolizzazione delle culture) portano ogni giorno alla scomparsa di idiomi di grandi capacità espressive e di grandissimo contenuto di valori, ma rimane pur sempre la realtà che noi siamo circondati e immersi in una pluralità di lessici iniziatici, religiosi, familiari, di categoria e via dicendo. Ricordo ancora l’emozione che mi colse quando (ero ormai quindicenne) venni a sapere che nella vastissima area del mio comune di origine, Breno di Valcamonica, malghesi e mandriani comunicavano fra loro (forse avviene anche oggi) in un gergo, una lingua propria, incomprensibile ad altri. Si chiamava “gael”, parola che vuol dire probabilmente “gallico” perché noi non abbiamo atteso Umberto Bossi per sapere di essere celti). Cogliere, con umile attenzione il significato e il valore di tanti linguaggi verbali e non verbali, alcuni dei quali sono nati da preoccupazioni difensive di popolazioni spinte alla marginalità dalla violenza dei potenti, è, io credo, di straordinaria importanza. In passato, infatti, l’incomprensione fra protagonisti di tentativi di dialoghi è stata causa di orrendi episodi di violenza. La storia del colonialismo, anche quello missio-nario, ne è piena. Per introdurre un sorriso in una trattazione drammatica, lasciatemi ricordare, in quest’anno saveriano, una terribile gaffe del santo gesuita. Sbarcato sulle coste del Giappone e avendo pagato un sedicente interprete per poter comunicare al popolo della città di Hirao un primo appello alla conoscenza del Dio dei cristiani, Francesco Saverio percorre le strade, suonando un grande campano e gridando “Dovete credere in Mo Tao”. Pochi giorni più tardi, tuttavia, egli scopre che Mo Tao è una divinità feroce, che non ha proprio niente a che vedere con il Padre Nostro. Allora, coraggiosamente, egli riprende a percorrere le vie della città, agitando il suo campanaccio e gridando: “NON dovete credere in Mo Tao”.
Penso che troppo spesso anche noi ci lasciamo sedurre da false interpretazioni che mistificano il nostro linguaggio o ci fanno apparire sgradevole e pericoloso quello dei nostri interlocutori. Inutile dire che molte volte queste interpretazioni sono, a causa del nostro orgoglio di sedicenti colonizzatori, del tutto inutilmente malevole.
Cerco sempre di ricordare quanto accadde anni fa a me e a Clotilde a Jaroslavl, una città medievale russa. Tornavamo una sera al nostro albergo, distante qualche centinaio di metri, quando vedemmo fermarsi davanti ad esso un pullman e scendervi un gruppo numeroso di persone. Subito ci sembrò che nella comitiva fosse scoppiata una rissa; non potevamo udirne i suoni ma vedevamo bene i gesti violenti, le mani levate a mezz’aria quasi per colpire. Ma quando ci avvicinammo dovemmo ridere di noi stessi. Si trattava di un gruppo di sordomuti: i loro erano gesti gioiosi, di apprezzamento per le bellezze del luogo.
Dunque la mia seconda notazione sul dialogo è che la nostra attenzione al linguaggio verbale e non-verbale dei nostri interlocutori deve essere improntata a coraggiosa benevolenza, a reale desiderio di comprendere. Ormai la stessa scienza sperimentale ha acquisito la certezza che i risultati di una ricerca sono sempre influenzati dal punto di vista del ricercatore, per quanto egli possa cercare di essere neutrale. Accettiamo questa responsabilità, anche con un po’ d’umiltà che ci spinga a penetrare sempre meglio la controinformazione, che è per così dire la grande sinfonia della marginalità. La controinformazione (resa ormai possibile a tutti) è indispensabile ai nostri impegni di vita. Non soltanto ci dà notizie diverse da quelle del monopolio dell’informazione, ma ripulisce i nostri punti di vista. Vi propongo, a questo proposito, un nuovo sorriso. In un suo scritto Eduardo Galeano ritorna sulle insidie del punto di vista; ed esemplifica: per noi un piatto di spaghetti è un piatto di spaghetti, ma dal punto di vista di un verme, è un’orgia di massa.

Qualche giorno fa ho compiuto 78 anni. Con l’irragionevolezza dei vecchi, con la loro ostinazione, ho maturato alcune convinzioni che ritengo indi-scutibili; e una di esse è che chi accetta di abitare le marginalità, cioè di spingersi nelle regioni in cui vivono i fuori-casta, i fuori-potere, i non garantiti, per ribadirne la dignità e i diritti finisce, prima o poi, per incontrare il grande pellegrino delle marginalità, Gesù di Nazaret. I poveri, infatti, com’è stato detto in Concilio, sono il sacramento visibile del Cristo. Io non sono sempre sicuro di cosa significhi incarnazione ma sono ben certo che in lui si è rivelata la straordinaria potenza della marginalità come regione privilegiata della Resurrezione.
Il discorso sulla marginalità mi pare straordinariamente importante per chi si sforza di essere cristiano. L’evento Cristo, infatti non si compie nel cuore dell’ecumene romana, non all’ombra dei grandiosi palazzi di altre civiltà della storia, ma in una remota periferia dell’impero romano; e neppure nel centro di essa, la città santa di Gerusalemme, ma nella Galilea degli amaharetz, il “popolo della terra”, riottoso contro ogni autorità, chiassoso, intemperante e come tale disprezzato dagli altri figli di Israele. Tanto meno Gesù nasce nella gloria del tempio: che siano midrash o verità storiche, i vangeli dell’infanzia insistono sulla marginalità della nascita di Gesù: fuori delle mura di una piccolissima città, in una data imprevista, in un antro per senza-tetto. Nel cielo si muovono gli angeli ma la buona notizia è portata ai pastori, anch’essi fuor delle mura, accanto a poveri fuochi nel gelo della notte. Un bambino nella mangiatoia, una piccola famiglia costretta a farsi profuga dalla violenza d’un tiranno. Una vita nascosta, umile: quando Gesù si leverà a proclamare il suo vangelo, la gente si rifiuterà di credergli perchè conosce bene la povertà di Giuseppe, il carpentiere. Per tutta la sua vita la marginalità gli peserà addosso: è nato a Betlemme, “il più piccolo capoluogo di Giuda” e nessuno applica a lui la profezia messianica di Michea; è cresciuto a Nazaret e “ Che cosa può venire di buono dalla Galilea?”. Non è un rabbino famoso: Giuseppe Flavio, il minuzioso storico di Israele, attento, per esempio, alla predicazione di Giovanni il Battezzatore, non gli dedica neppure una parola. Gesù è uno straordinario guaritore ma vi sono giornate in cui non riesce a compiere miracoli. Non ha una sede, la sua è una cattedra itinerante. Si aggira nei villaggi ai margini delle città, piuttosto che entrare tra la folla dei centri maggiori. Prega in luoghi appartati piuttosto che nel Tempio o nelle grandi sinagoghe, Vi sono persone e popolazioni che non accettano di convertirsi al suo vangelo, i farisei e gli scribi (molti probabilmente in buona fede) dubitano di lui, lo sondano, impietosamente. E c’è un momento drammaticissimo nella storia di Gesù, sul quale si dovrebbe meditare più di quanto abitualmente si faccia: ed è quando sua madre, colei che pure tiene in cuore segni misteriosi, cerca di strapparlo alla sua missione, implicitamente collocandolo nella suprema marginalità umana, quella dei malati di mente.
Gesù non abbandona mai le strade della marginalità. Qualche teologo, negli anni passati, ha ritenuto che per un certo periodo egli abbia fatto parte degli Esseni. Oggi sembra ipotesi improbabilissima: gli Esseni pensano che le Verità ultime siano riservate ai cuori puri, alla nobiltà intellettuale e spirituale. Gesù, invece è seguito da un gruppo di marginali: ex prostitute, iracondi non ancora domati, ex indemoniati, ex collaborazionisti, possibili rivoltosi che nascondono armi sotto le vesti, pescatori paurosi, paurosi possidenti, Quando deve delineare lo stile di un suo apostolo, chiama un bambino che lo guarda dall’angolo d’una piazza, lo abbraccia e dice: “Siate come lui”; nella società rurale-patriarcale di quei tempi, il fanciullo che ancora non lavora non è persona, vive una marginalità da piccolo animale domestico. Quella di Gesù è una luce marginale che pare fioca quando si accende; e sembra spegnersi dopo una sola stagione. Un’estrema marginalità connota la sua morte: di nuovo fuori dalle porte della Città, abbandonato da molti, da molti schernito, appeso alla croce degli schiavi, i più marginali degli uomini. Persino il tempo liturgico in cui si spegne è marginale per Israele: bisogna che Gesù muoia in fretta, perchè si è ormai ai margini del Sabato.
Poi, poi è nel margine estremo della periferia di Gerusalemme, in un luogo di ombre e di abominio, la Valle dei morti, che esplode la luce della Resur-rezione.
Molte delle più antiche icone russe mostrano Gesù che scende agli Inferi per liberare le anime dei giusti. In quel tragitto, Gesù non è solo: lo accompagna, secondo la promessa del Crocifisso il Buon Ladrone. Veste i panni del servo della gleba, il quasi-schiavo dei regni dell’Est europeo. Mi sembra una straordinaria immagine del nesso inestricabile che unisce vangelo e povertà.
iAnche i due riferimenti evangelici sui quali ho tentato di modellare (ahimé quanto debolmente!) la mia ortoprassi (cioè una fede che si nutra di comportamenti coerenti) parlano di questo legame. Nel vangelo secondo Matteo (capo xxv, vv.31-46) Gesù pone con chiarezza travolgente la sua identificazione con i marginali, i più poveri dei poveri. Proclama che la salvezza sta nel saperlo incontrare nella carne dei poveri, cioè nella loro concreta condizione storica. Quello che viene fatto ai minimi è fatto a lui; gli atei possono non saperlo ma proprio per questa capacità di condivisione si salveranno. Quello che non è dato ai minimi non è dato a lui. Questi avari non si salveranno, dice Gesù. E questa dura lezione oggi non è più rivolta, a me pare, soltanto ai singoli ma a tutti i popoli, nella chiara responsabilità collettiva che tutti noi, cittadini di un pianeta unificato come mai prima dalle conquiste e dalle distorsioni della tecnica, abbiamo davanti all’oggi e forse più ancora davanti alle future generazioni. Mi pare di poter dire che viviamo in un immenso peccato mortale collettivo quando leggiamo cifre spaventose come quella di più di 750 miliardi di dollari all’anno per spese militari (quasi 1000 miliardi se si calcola il cosiddetto indotto), o come quella, incommensurabile, degli enormi capitali investiti non già, come potrebbero essere, in un reale miglioramento della qualità della vita del genere umano ma soltanto nella sterilità, quando non nella nefandezza, degli egoismi individuali e collettivi. Considerazione che io credo vada proposta con forza ai credenti e li richiami al dovere strettissimo di fare politica e una politica coraggiosa. Vorrei ricordare in proposito che nella sua enciclica Benedetto xvi ha ripreso da sant’Agostino la dura definizione di un potere che non promuove la giustizia: “Una grande banda di ladri”.

Il secondo brano è presente nel vangelo di Matteo (capo xi, vv.25-26) ma anche, e in una versione che a me pare straordinariamente più pregnante, nel vangelo di Luca (capo x, v. 21). Recitano egualmente i due brani: “Gesù disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del Cielo e della Terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Ma il vangelo di Luca contiene un’affermazione che non finisce di emozionarmi. Luca riferisce che, dicendo quelle parole, Gesù “esultò nello Spirito Santo”. Questa gioia mi colpisce perchè ben raramente gli apostoli ci lasciano intendere che Gesù abbia sorriso; ed è quasi impossibile trovare nell’arte sacra traccia di questa emotività.
Dunque, ne sono convinto, non possiamo leggere il vangelo nella sua profondità – è l’intuizione fondamentale della Teologia della Liberazione – senza l’aiuto dei poveri. La nostra teologia professorale è astratta e pietosamente amputata se non si arricchisce del magistero dei poveri. E’ nella loro marginalità più che nelle grandi cattedrali che il messaggio del Cristo risuona nella sua interezza. Nel riso di Gesù ritroviamo quello di fanciulla della Vergine Maria nel giardino di Ain Karem: il luogo in cui due creature ancora non nate danzano con lei in onore del Dio che rovescia i potenti dai loro troni e pone in cattedra i miseri, traendoli dalla loro marginalità e ponendoli al centro della storia.