Per prima cosa, penso
sia bene riflettere un momento sul significato che diamo a queste parole.
Abitare – mi sembra di poter dire – significa scegliere (o accettare)
un luogo in cui restare per un tempo non breve, durevole sede per noi e
per i nostri cari, base di arrivo o, almeno, tappa fondamentale del nostro
cammino; un luogo, in cui vivere il quotidiano, il cosiddetto “ordinario”
(che poi non è mai tale), trovare rifugio alla nostra stanchezza
o solitudine, luogo, infine, in cui cercare di sviluppare una pienezza di
vita, affrontando il presente e il futuro. Quanto alla marginalità,
penso si possa definirla in prima istanza come una zona periferica, ai bordi
di un’area, dunque zona di frontiera, limite o sutura: in posizione
tanto rischiosa che basterebbe un ulteriore spostamento perché venisse
totalmente espulsa dal contesto.
Ci si potrebbe domandare allora il perché della riflessione che ci
accingiamo a fare: scegliere o accettare di vivere nella marginalità
sembra essere un’ipotesi paradossale, prima ancora che incomprensibile,
una scelta ai limiti del masochismo; perché marginalità nel
significato di periferia significa quasi sempre un’area connotata
da scomodità per mancanza di servizi, devianza sociale etc; e frontiera
significa talvolta (o sempre, nell’immaginario di molti di noi), possibilità
di attacco, di invasione da parte di chi è diverso da noi, o persino
ci ha in odio. Perché dunque affrontare questa ipotesi? La risposta
è: perché noi qui raccolti questa sera pensiamo, come fortunatamente
centinaia di milioni di persone sul pianeta, di non poter evitare questo
confronto. Abitare la marginalità, infatti, è una scelta che
ci è imposta dal sistema in cui viviamo, una sfida di gravità
fatale per ciascuno di noi e per noi tutti insieme. Tanto più che
non si tratta, come vedremo, di affrontare una sola marginalità ma
un incrocio, un intreccio, una compresenza, di marginalità molteplici.
Ormai, tutti gli uomini e le donne che hanno possibilità di una
informazione almeno rudimentale sull’epoca che stanno, che stiamo,
vivendo, sanno che la Terra è oggi connotata da un’ingiustizia
che ha le caratteristiche di una ferocia primordiale; e perciò
sono, siamo, assaliti da una specie di doppia identificazione: una sensazione
o emozione durevole alla quale si può sfuggire soltanto al prezzo
di una regressione psicologica tale da rasentare la spersonalizzazione.
Questa doppia identificazione è scomoda, dolorosa, anzi drammatica,
e ci tiene tutti, che ne siamo consapevoli o no. Da un lato, sentiamo
di appartenere alla categoria dei carnefici, dall’altro di appartenere
alla categoria delle vittime.
E’ quasi banale ridircelo questa sera, fra noi; ma è certo
che nell’intimo delle nostre coscienze di abitatori dei cosiddetti
paesi del benessere noi sappiamo di vivere una vita estremamente più
agevole e “garantita” di quella della enorme maggioranza dei
nostri simili, e già questo non può non inquietarci; ma
poi sentiamo anche (questa sensibilità ha, naturalmente, varie
gradazioni a seconda della lucidità della nostra coscienza e delle
condizioni del nostro apparato psichico) sentiamo che questa nostra condizione
deriva, che noi lo vogliamo o no, dalla sottrazione di risorse appartenenti
ad altri popoli e alle future generazioni; e che questa rapina è
continua e spietata e organizzata da una progettazione di meccanismi che
respingono enormi masse ai margini estremi del sistema in cui viviamo,
li riducono a una vera e propria insi-gnificanza, come scarti della cosiddetta
civiltà, sottouomini o, per usare una terribile definizione presa
dal linguaggio degli economisti, popoli esuberi, superflui o, peggio ancora,
serbatoi da cui trarre manovali di morte, soldati per le guerre imperiali
e regioni da trasformare in enormi discariche di rifiuti tossici. Noi
cerchiamo di assolverci, esibendo una nostra qualche innocenza: nessuno
di noi , ci diciamo, ha chiesto che il sistema economico sia strutturato
in maniera tanto disumana; e tuttavia non ci è difficile comprendere
che noi siamo i consumatori, cioè i beneficiari di questo assetto
mondiale, e del resto finiamo spesso per accettarne come dogmi la sua
ideologia, per la cui attuazione, ogni tre o quattro anni, eleggiamo i
nostri rappresentanti. Né possiamo più ignorare che guerre
lunghissime e feroci travagliano interi subcontinenti in nome della supremazia
del Primo Mondo, al quale apparteniamo, nel dominio delle fonti di energia.
Negli ultimi tempi si è giunti persino a una contiguità
fisica, non solo simbolica, fra il genocidio dei poveri e le nostre potenzialità.
Il cellulare che ciascuno di noi possiede, che ci concede di ricevere
in ogni momento tenerezza o aiuto, di coordinare la nostra professionalità
o di organizzare le nostre assemblee ha in sé le tracce del coltan,
il minerale per il cui possesso sono morti e muoiono milioni di congolesi.
Si può dire che in qualche misura portiamo con noi, nelle nostre
giornate e persino nei nostri amori, un sacramento di Satana.
Questa situazione, che ha tutti i colori di una insensata crudeltà
e che viene invece orgogliosamente definita civiltà da difendere
anche con le armi, coinvolge e travolge l’immensa maggioranza dell’umanità.
Noi siamo dunque attestati in una più o meno beata marginalità.
E però, nello stesso tempo (e con stessa possibilità di
gradazione di identificazione), noi sentiamo di appartenere al gruppo
delle vittime. Dai mutamenti climatici alla distruzione dell’habitat,
da una dura selezione di classe per cui aumenta la distanza fra ricchi
e poveri, dalla parcellizzazione del lavoro alla sua delocalizzazione
verso i paesi dei bassi salari, dalla diffusione della precarietà
nel mondo giovanile alle guerre fra civiltà che ormai travagliano
enormi regioni, alla caduta di senso della vita, di un’etica forte
e di una forte identità che reggevano - o sembravano reggere -
le nostre modalità di esistenza sino a qualche anno fa, noi ci
sentiamo spesso in balìa di un’ epoca che travolge buona
parte del nostro assetto psichico e della nostra libertà. Anche
noi, dunque, finiamo per considerarci vittime; e respinti, pensiamo, in
una penosa marginalità, quella di chi non può essere prota-gonista
del proprio tempo, perché ormai dominato da un sistema politico
e filosofico che lo schiaccia e lo rende impotente. Le nostre stesse velleità
di partecipazione politica, di militanza in partiti o in movimenti che
affrontino la necessità di una migliore giustizia, e i tentativi
di sottrarci alla depressione che sempre connota le marginalità,
ci appaiono, spesso, d’un tratto, illusorie: il centro della storia,
infatti, ci sembra occupato da poteri soverchianti, istituzionali od occulti,
la cui pressione, esercitata con i mezzi più sofisticati, a cominciare
dalle oligarchie dell’informazione e dalle loro capacità
manipolatorie, vanifica ogni nostro impulso e lo riporta, più o
meno soavemente, nell’alveo del conformismo.
Dicevo poc’anzi che vi sono persone che cercano di sottrarsi a
questa doppia identificazione. Queste persone costituiscono, a me pare,
la grande mag-gioranza della cosiddetta opinione pubblica italiana. Sappiamo
bene quanto siano numerose le famiglie che la sera cercano, con uno slalom
fra un canale televisivo e l’altro, di evitare notizie e problemi;
quanti i giovani che temono di apparire troppo intellettuali al loro branco
di riferimento, cioè “pallosi”, noiosi se tentano di
parlare di qualche problema o di qualche libro che hanno letto; come il
quotidiano italiano più diffuso sia la Gazzetta dello Sport; come
sia difficile, persino nelle nostre comunità di fede, ottenere
attenzione su certi argomenti e via dicendo. Una delle esperienze più
dolorose che, ne sono certo, Clotilde ed io condividiamo con alcuni di
voi, è quello dell’accoglienza, anche da parte di amici cari,
al nostro ritorno da qualche incontro con la povertà di massa,
i suoi dolori e i suoi valori. Siamo stati abbracciati, con affetto sincero,
e poi ci siamo sentiti dire: “Dopo ci racconterete”. Ma il
“dopo” non è mai arrivato. Abbiamo capito di sembrare
marginali portatori di messaggi marginali o molesti e inutili seminatori
di angoscia.
Non è una bella situazione, nevvero? E tuttavia questa è
la verità (o almeno una parte della verità), che ci mostra
l’impossibilità di chiamarci fuori, e ci rende necessario,
perché inevitabile, imparare a vivere in situazione di marginalità,
anzi non solo a tollerare questa condizione ma ad abitarla, a scandargliarne
pericoli e possibilità. Perché anche questa è parte
della verità: la marginalità apre inedite prospettive a
chi crede nella causa dell’uomo e ancor più in chi crede
in essa come luogo propizio al kairòs.
Mi pare allora che sia importante, anzi necessario, cercare di dedicare
maggiori attenzioni ai vari tipi di marginalità che ci circondano
per rintracciare il filo rosso che li collega; e domandarci se la nostra
condizione non possa trovarvi maggiore consistenza e speranze. Anche questa
ricerca non è compito facile. Non lo è mai stato, certamente,
ma oggi i progressi (si fa per dire) del sistema capitalista e il suo
trionfo globalizzato hanno complicato ulteriormente ogni immagine. All’epoca
in cui io ero ragazzo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale,
alcuni schemi apparivano chiari. Paesi colonialisti e paesi liberati,
classi padronali e classi subalterne, socialismo e liberismo, stalinismo
e democrazia, Sud e Nord, Est e Ovest…
Tutto si è fatto più sfumato, più confuso, negli
ultimi decenni. Ci accorgiamo che è rimasta la tragica contrapposizione
fra Nord e Sud ma anche nelle nostre cittadelle nordiste si fanno evidenti
molti Sud, se con Sud si intende dire aree di grande povertà. Eravamo
convinti che lo sviluppo fosse una potente locomotiva che avrebbe trainato
una lunga fila di vagoni verso il futuro: certo, i vagoni sarebbero stati
diversi l’uno dall’altro e alcuni sarebbero entrati nelle
stazioni dell’agiatezza prima degli altri; ma anche quelli di terza
classe avrebbero lasciato dietro di sé le regioni della miseria;
e invece la locomotiva trascina vagoni sempre più lussuosi e sempre
meno numerosi: gli altri sono ormai parcheggiati sui binari morti del
commercio internazionale. Altri miti sono crollati, per esempio quello
degli effetti positivi dell’alfabetizzazione per una crescita culturale.
Come aveva visto nitidamente Paulo Freire più di cinquant’anni,
fa c’è invece un’alfabetizzazione al servizio di una
subcultura consumista e nociva alle libertà espressive a causa
del conformismo acritico che semina in tutte le assemblee, a cominciare
da quelle scolastiche. Cultura è ben altra cosa. Clotilde ed io
ricordiamo con ammirazione l’intelligenza e la visione planetaria
che dimostrava già più di trent’anni fa la povera
india semi-analfabeta Rigoberta Menchù, mentre ancora oggi lo statunitense
medio alfabetizzato non sa neppure in quale parte della Terra siano situati
i paesi in cui negli ultimi decenni i suoi figli sono andati in armi:
Vietnam, El Salvador, Nicaragua, Iraq, Afghanistan... Il concetto stesso
di stati democratici è ormai legato assai più alla prassi
che alle istituzioni. Guantanamo e il Patriot Act, la criminale attività
della Cia e l’ignobile supporto dei servizi segreti europei cominciano
a far rivivere nei paesi di vecchia e nuova democrazia subculture che
sembravano per sempre rimosse: se il professor Panebianco, come alcuni
suoi colleghi anglosassoni, restaura sul più importante quotidiano
italiano il diritto degli stati alla tortura è evidente che una
nuova barbarie è alle porte o si è già insediata
fra noi.
In questa confusione abbiamo una sola certezza: che anche ciascuno di
noi, nel suo intimo, alberga (almeno in alcuni momenti) un povero Sud
riarso, fatto di problemi non risolti, di illusioni cadute, di buoni sentimenti
sconfitti, di tempeste di suoni e di luci che aggrediscono incessantemente
le nostre capacità di scelta e di raziocinio e corrompono il nostro
contatto con la natura, cancellando le nostre facoltà poetiche.
Un deserto, dunque, da popolare con amori e amicizie.
Io penso che la speranza sta nella porta della nostra casa. Che cosa
c’è di più marginale, di una porta di casa? Essa sta
esattamente al confine fra il nostro “dentro” e il “fuori”,
fra il nostro abitare un piccolo luogo a-parte, “privato”
e il nostro vivere il pianeta: consente il varco fra il nostro bisogno
di amare e di essere amati e lo stesso bisogno di altri. Non si dà
una abitazione senza porte: una casa-fortezza, una casa-cassaforte, quali
ne vediamo proliferare nel nostro mondo occidentale assomigliano spaventosamente
a una tomba. Possono essere ricche come i sepolcri dei faraoni ma sempre
tombe sono, ricettacoli di morte, sedi di anime morte. Soltanto se il
margine si interrompe, il confine diventa varco, la paura del nuovo, del
diverso, dello “strano” viene scavalcata dal bisogno di amore,
e perciò la porta si apre, soltanto allora i nostri polmoni di
abitatori del tempo e dello spazio possono respirare pienamente.
Se avessimo tempo, mi piacerebbe parlare più a lungo della meravigliosa
funzione della porta e dei simboli cui la sua immagine, la sua marginalità
dentro/fuori si ricollegano. Qui, a quelli di noi che si dicono cristiani
o che comunque guardano con attenzione alla Bibbia, vorrei ricordare due
passaggi delle Scritture che a me sono cari. Il primo, riguarda il brano
dell’Apocalisse sulla Città di Dio. Essa, scrive il libro
del Veggente, ha 12 porte “aperte giorno e notte”, ciò
che significa che per chi crede nel Signore della Storia l’”esterno”
può non essere più visto come nemico né l’oscurità
come ostile. Penso che così dovrebbero essere le porte delle nostre
comunità, chiamate a testimoniare la speranza che è in noi,
ma più spesso chiuse congregazioni di mutuo soccorso.
L’altro brano che mi piace citare è quello della Lettera
agli Ebrei, in cui si dice che vi sono persone le quali, praticando l’ospitalità
(che è il contrario, anche psicologico, di ogni chiusura), senza
saperlo hanno ospitato angeli. E’ un’esperienza, lo dico sommessamente,
che Clotilde ed io crediamo di avere vissuto.
Non si può tentare di abitare serenamente la marginalità
se non si cerca di dar vita a una rete, a un villaggio, a un concerto
di altre convivialità. E qui si aprirebbe il grande tema del dialogo,
sul quale sono state scritte intere biblioteche. Va da sé che questa
sera io non posso che sfiorarlo e allora, da uomo della comunicazione,
lo farò dedicando un cenno di attenzione a due argomenti che mi
sembrano meno frequentemente trattati.
Il primo di essi è quello della dedizione all’ascolto. Purtroppo
il genocidio dei poveri e la triste omogenizzazione delle culture (si
potrebbe definirla cocacolizzazione delle culture) portano ogni giorno
alla scomparsa di idiomi di grandi capacità espressive e di grandissimo
contenuto di valori, ma rimane pur sempre la realtà che noi siamo
circondati e immersi in una pluralità di lessici iniziatici, religiosi,
familiari, di categoria e via dicendo. Ricordo ancora l’emozione
che mi colse quando (ero ormai quindicenne) venni a sapere che nella vastissima
area del mio comune di origine, Breno di Valcamonica, malghesi e mandriani
comunicavano fra loro (forse avviene anche oggi) in un gergo, una lingua
propria, incomprensibile ad altri. Si chiamava “gael”, parola
che vuol dire probabilmente “gallico” perché noi non
abbiamo atteso Umberto Bossi per sapere di essere celti). Cogliere, con
umile attenzione il significato e il valore di tanti linguaggi verbali
e non verbali, alcuni dei quali sono nati da preoccupazioni difensive
di popolazioni spinte alla marginalità dalla violenza dei potenti,
è, io credo, di straordinaria importanza. In passato, infatti,
l’incomprensione fra protagonisti di tentativi di dialoghi è
stata causa di orrendi episodi di violenza. La storia del colonialismo,
anche quello missio-nario, ne è piena. Per introdurre un sorriso
in una trattazione drammatica, lasciatemi ricordare, in quest’anno
saveriano, una terribile gaffe del santo gesuita. Sbarcato sulle coste
del Giappone e avendo pagato un sedicente interprete per poter comunicare
al popolo della città di Hirao un primo appello alla conoscenza
del Dio dei cristiani, Francesco Saverio percorre le strade, suonando
un grande campano e gridando “Dovete credere in Mo Tao”. Pochi
giorni più tardi, tuttavia, egli scopre che Mo Tao è una
divinità feroce, che non ha proprio niente a che vedere con il
Padre Nostro. Allora, coraggiosamente, egli riprende a percorrere le vie
della città, agitando il suo campanaccio e gridando: “NON
dovete credere in Mo Tao”.
Penso che troppo spesso anche noi ci lasciamo sedurre da false interpretazioni
che mistificano il nostro linguaggio o ci fanno apparire sgradevole e
pericoloso quello dei nostri interlocutori. Inutile dire che molte volte
queste interpretazioni sono, a causa del nostro orgoglio di sedicenti
colonizzatori, del tutto inutilmente malevole.
Cerco sempre di ricordare quanto accadde anni fa a me e a Clotilde a Jaroslavl,
una città medievale russa. Tornavamo una sera al nostro albergo,
distante qualche centinaio di metri, quando vedemmo fermarsi davanti ad
esso un pullman e scendervi un gruppo numeroso di persone. Subito ci sembrò
che nella comitiva fosse scoppiata una rissa; non potevamo udirne i suoni
ma vedevamo bene i gesti violenti, le mani levate a mezz’aria quasi
per colpire. Ma quando ci avvicinammo dovemmo ridere di noi stessi. Si
trattava di un gruppo di sordomuti: i loro erano gesti gioiosi, di apprezzamento
per le bellezze del luogo.
Dunque la mia seconda notazione sul dialogo è che la nostra attenzione
al linguaggio verbale e non-verbale dei nostri interlocutori deve essere
improntata a coraggiosa benevolenza, a reale desiderio di comprendere.
Ormai la stessa scienza sperimentale ha acquisito la certezza che i risultati
di una ricerca sono sempre influenzati dal punto di vista del ricercatore,
per quanto egli possa cercare di essere neutrale. Accettiamo questa responsabilità,
anche con un po’ d’umiltà che ci spinga a penetrare
sempre meglio la controinformazione, che è per così dire
la grande sinfonia della marginalità. La controinformazione (resa
ormai possibile a tutti) è indispensabile ai nostri impegni di
vita. Non soltanto ci dà notizie diverse da quelle del monopolio
dell’informazione, ma ripulisce i nostri punti di vista. Vi propongo,
a questo proposito, un nuovo sorriso. In un suo scritto Eduardo Galeano
ritorna sulle insidie del punto di vista; ed esemplifica: per noi un piatto
di spaghetti è un piatto di spaghetti, ma dal punto di vista di
un verme, è un’orgia di massa.
Qualche giorno fa ho compiuto 78 anni. Con l’irragionevolezza dei
vecchi, con la loro ostinazione, ho maturato alcune convinzioni che ritengo
indi-scutibili; e una di esse è che chi accetta di abitare le marginalità,
cioè di spingersi nelle regioni in cui vivono i fuori-casta, i
fuori-potere, i non garantiti, per ribadirne la dignità e i diritti
finisce, prima o poi, per incontrare il grande pellegrino delle marginalità,
Gesù di Nazaret. I poveri, infatti, com’è stato detto
in Concilio, sono il sacramento visibile del Cristo. Io non sono sempre
sicuro di cosa significhi incarnazione ma sono ben certo che in lui si
è rivelata la straordinaria potenza della marginalità come
regione privilegiata della Resurrezione.
Il discorso sulla marginalità mi pare straordinariamente importante
per chi si sforza di essere cristiano. L’evento Cristo, infatti
non si compie nel cuore dell’ecumene romana, non all’ombra
dei grandiosi palazzi di altre civiltà della storia, ma in una
remota periferia dell’impero romano; e neppure nel centro di essa,
la città santa di Gerusalemme, ma nella Galilea degli amaharetz,
il “popolo della terra”, riottoso contro ogni autorità,
chiassoso, intemperante e come tale disprezzato dagli altri figli di Israele.
Tanto meno Gesù nasce nella gloria del tempio: che siano midrash
o verità storiche, i vangeli dell’infanzia insistono sulla
marginalità della nascita di Gesù: fuori delle mura di una
piccolissima città, in una data imprevista, in un antro per senza-tetto.
Nel cielo si muovono gli angeli ma la buona notizia è portata ai
pastori, anch’essi fuor delle mura, accanto a poveri fuochi nel
gelo della notte. Un bambino nella mangiatoia, una piccola famiglia costretta
a farsi profuga dalla violenza d’un tiranno. Una vita nascosta,
umile: quando Gesù si leverà a proclamare il suo vangelo,
la gente si rifiuterà di credergli perchè conosce bene la
povertà di Giuseppe, il carpentiere. Per tutta la sua vita la marginalità
gli peserà addosso: è nato a Betlemme, “il più
piccolo capoluogo di Giuda” e nessuno applica a lui la profezia
messianica di Michea; è cresciuto a Nazaret e “ Che cosa
può venire di buono dalla Galilea?”. Non è un rabbino
famoso: Giuseppe Flavio, il minuzioso storico di Israele, attento, per
esempio, alla predicazione di Giovanni il Battezzatore, non gli dedica
neppure una parola. Gesù è uno straordinario guaritore ma
vi sono giornate in cui non riesce a compiere miracoli. Non ha una sede,
la sua è una cattedra itinerante. Si aggira nei villaggi ai margini
delle città, piuttosto che entrare tra la folla dei centri maggiori.
Prega in luoghi appartati piuttosto che nel Tempio o nelle grandi sinagoghe,
Vi sono persone e popolazioni che non accettano di convertirsi al suo
vangelo, i farisei e gli scribi (molti probabilmente in buona fede) dubitano
di lui, lo sondano, impietosamente. E c’è un momento drammaticissimo
nella storia di Gesù, sul quale si dovrebbe meditare più
di quanto abitualmente si faccia: ed è quando sua madre, colei
che pure tiene in cuore segni misteriosi, cerca di strapparlo alla sua
missione, implicitamente collocandolo nella suprema marginalità
umana, quella dei malati di mente.
Gesù non abbandona mai le strade della marginalità. Qualche
teologo, negli anni passati, ha ritenuto che per un certo periodo egli
abbia fatto parte degli Esseni. Oggi sembra ipotesi improbabilissima:
gli Esseni pensano che le Verità ultime siano riservate ai cuori
puri, alla nobiltà intellettuale e spirituale. Gesù, invece
è seguito da un gruppo di marginali: ex prostitute, iracondi non
ancora domati, ex indemoniati, ex collaborazionisti, possibili rivoltosi
che nascondono armi sotto le vesti, pescatori paurosi, paurosi possidenti,
Quando deve delineare lo stile di un suo apostolo, chiama un bambino che
lo guarda dall’angolo d’una piazza, lo abbraccia e dice: “Siate
come lui”; nella società rurale-patriarcale di quei tempi,
il fanciullo che ancora non lavora non è persona, vive una marginalità
da piccolo animale domestico. Quella di Gesù è una luce
marginale che pare fioca quando si accende; e sembra spegnersi dopo una
sola stagione. Un’estrema marginalità connota la sua morte:
di nuovo fuori dalle porte della Città, abbandonato da molti, da
molti schernito, appeso alla croce degli schiavi, i più marginali
degli uomini. Persino il tempo liturgico in cui si spegne è marginale
per Israele: bisogna che Gesù muoia in fretta, perchè si
è ormai ai margini del Sabato.
Poi, poi è nel margine estremo della periferia di Gerusalemme,
in un luogo di ombre e di abominio, la Valle dei morti, che esplode la
luce della Resur-rezione.
Molte delle più antiche icone russe mostrano Gesù che scende
agli Inferi per liberare le anime dei giusti. In quel tragitto, Gesù
non è solo: lo accompagna, secondo la promessa del Crocifisso il
Buon Ladrone. Veste i panni del servo della gleba, il quasi-schiavo dei
regni dell’Est europeo. Mi sembra una straordinaria immagine del
nesso inestricabile che unisce vangelo e povertà.
iAnche i due riferimenti evangelici sui quali ho tentato di modellare
(ahimé quanto debolmente!) la mia ortoprassi (cioè una fede
che si nutra di comportamenti coerenti) parlano di questo legame. Nel
vangelo secondo Matteo (capo xxv, vv.31-46) Gesù pone con chiarezza
travolgente la sua identificazione con i marginali, i più poveri
dei poveri. Proclama che la salvezza sta nel saperlo incontrare nella
carne dei poveri, cioè nella loro concreta condizione storica.
Quello che viene fatto ai minimi è fatto a lui; gli atei possono
non saperlo ma proprio per questa capacità di condivisione si salveranno.
Quello che non è dato ai minimi non è dato a lui. Questi
avari non si salveranno, dice Gesù. E questa dura lezione oggi
non è più rivolta, a me pare, soltanto ai singoli ma a tutti
i popoli, nella chiara responsabilità collettiva che tutti noi,
cittadini di un pianeta unificato come mai prima dalle conquiste e dalle
distorsioni della tecnica, abbiamo davanti all’oggi e forse più
ancora davanti alle future generazioni. Mi pare di poter dire che viviamo
in un immenso peccato mortale collettivo quando leggiamo cifre spaventose
come quella di più di 750 miliardi di dollari all’anno per
spese militari (quasi 1000 miliardi se si calcola il cosiddetto indotto),
o come quella, incommensurabile, degli enormi capitali investiti non già,
come potrebbero essere, in un reale miglioramento della qualità
della vita del genere umano ma soltanto nella sterilità, quando
non nella nefandezza, degli egoismi individuali e collettivi. Considerazione
che io credo vada proposta con forza ai credenti e li richiami al dovere
strettissimo di fare politica e una politica coraggiosa. Vorrei ricordare
in proposito che nella sua enciclica Benedetto xvi ha ripreso da sant’Agostino
la dura definizione di un potere che non promuove la giustizia: “Una
grande banda di ladri”.
Il secondo brano è presente nel vangelo di Matteo (capo xi, vv.25-26)
ma anche, e in una versione che a me pare straordinariamente più
pregnante, nel vangelo di Luca (capo x, v. 21). Recitano egualmente i
due brani: “Gesù disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del
Cielo e della Terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti
e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Ma il vangelo
di Luca contiene un’affermazione che non finisce di emozionarmi.
Luca riferisce che, dicendo quelle parole, Gesù “esultò
nello Spirito Santo”. Questa gioia mi colpisce perchè ben
raramente gli apostoli ci lasciano intendere che Gesù abbia sorriso;
ed è quasi impossibile trovare nell’arte sacra traccia di
questa emotività.
Dunque, ne sono convinto, non possiamo leggere il vangelo nella sua profondità
– è l’intuizione fondamentale della Teologia della
Liberazione – senza l’aiuto dei poveri. La nostra teologia
professorale è astratta e pietosamente amputata se non si arricchisce
del magistero dei poveri. E’ nella loro marginalità più
che nelle grandi cattedrali che il messaggio del Cristo risuona nella
sua interezza. Nel riso di Gesù ritroviamo quello di fanciulla
della Vergine Maria nel giardino di Ain Karem: il luogo in cui due creature
ancora non nate danzano con lei in onore del Dio che rovescia i potenti
dai loro troni e pone in cattedra i miseri, traendoli dalla loro marginalità
e ponendoli al centro della storia.