LA PROF E IL RAGAZZETTO FASCISTA
Maggio 2008

Ero un ragazzo affidabile - o almeno lo parevo e pensavo di esserlo. Comunque sia, credo di avere “bigiato” le lezioni una sola volta, quando avevo 13 anni. Non ricordo come e perché presi una decisione tanto perversa, come la celai a mia sorella con la quale andavo  a scuola ogni mattina, e se ebbi qualche compagno (penso di sì) nella vergognosa impresa. Non ricordo neppure come riuscii a sanare l’assenza,  il giorno dopo: se confessai la temporanea diserzione alla mia Terribile Madre (figlia di generale, moglie di colonnello, dunque intransigente vestale di militaresca disciplina)  oppure aggravai la mia perdizione  contraffacendone la firma. Quello che ricordo con assoluta delizia è il senso di gioiosa libertà di quelle poche ore trasgressive. Era una splendida mattina di primavera, andai a sedermi in  un luogo abbastanza isolato da consentirmi sicura clandestinità. Nella ex piazza del Mercato, a Varese, c’era un immenso monumento ai caduti che era per me (infame Franti occasionale)  fonte di malizioso divertimento. Lo scultore (Butti, il creatore del Guerriero di Legnano, icona della Lega nel secolo xxi) aveva raffigurato l’Eroe della prima guerra mondiale, completamente ignudo, sebbene con l’elmetto in testa, e intorno, a simboleggiare le asprezze del conflitto, aveva assemblato alcuni massi di granito che nella memoria mi appaiono rosa. Doveva esserci stata qualche protesta  su quella nudità: fatto si è che dalla pietraia riarsa saliva, verso il basso ventre dell’Eroe, un gambo, un viticchio, un vegetale, insomma, di ferro battuto. a ricoprire con qualche timida foglia ciò che sembrava a chissachì disdicevole. Quel ferreo pudore a me sembrava assai buffo.

Seduto nelle propaggini del monumento, fui raggiunto per puro caso da un  liceale, bighellone anch’esso, quella mattina. Era - o a me, piccolotto, sembrava - altissimo e bellissimo, e anni dopo diventammo amici, prima della sua precocissima morte in un incidente stradale. Parlammo poco, quella mattina, e molto guardammo il cielo; a mezzogiorno racimolammo tutte le monete che avevamo in tasca e comprammo un  panino e una piccola confezione di insalata russa. Ho avuto il privilegio, nella mia vita adulta, di gustare il cibo di grandi chef, ma credo che raramente ho ritrovato la beatitudine di quello spuntino.

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Questo che ho appena raccontato è il primo dei ricordi suscitati in me da “Diario scolastico” di Daniel Pennac.

E’ un libro molto bello, anche se contiene qualche ripetizione e, con un’austerità insolita, l’Autore, rifiuta ogni invenzione. Come tutti sanno grazie al battage editoriale, racconta la storia del piccolo somaro Daniele Pennacchioni, Ultimo-della-Classe per vocazione, per resa al giudizio degli adulti e per autoconvincimento: storia dolorosa, dice Pennac, perchè essere colui che “tanto non vuoi capire” è situazione tristissima. Davvero? Mi colpisce il mio dissenso: quelli che bigiavano e poi beccavano cinque in  latino e quattro in greco a me non parevano galeotti condannati al remo: ragazzo affidabile, di quando in quando li invidiavo.

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Subito dopo, tuttavia, si fa vivo in me un ricordo del tutto diverso. Quando entrai in quarta ginnasio, ero circondato dalla fama di grande scrittore: i miei temi erano sempre premiati da un otto e dal sorriso del mio professore. All’improvviso tutto mutò. L’insegnante che mi prese in carico nella classe IV non mi diede mai più di 6 e ½ . Guardavo con amaro stupore i fogli di protocollo sui quali avevo distillato amorosamente sentimenti e conoscenze: neppure un segno blu, neppure un segno rosso. Grammatica e sintassi ineccepibili. Ma allora? Mio padre era partito per la guerra, era in “zona di operazioni” (che voleva dire: in reale pericolo di morte), la nostra casa era un porto di desolazione e quella mia improvvisa decadenza aumentava la mia malinconia (Che dico? La mia voglia di piangere. I miei pianti, la notte).  Un giorno, timidamente,       provai a chiedere perché. La professoressa mi disse che ero “retorico”, senza spiegarmi cosa significasse quell’espressione, lasciandomi intendere; poco intelligente.

Ho impiegato  anni a comprendere la verità. Io ero un piccolo  fascista e la professoressa se n’era accorta subito, avendoci dato un tema sugli spartani e gli ateniesi. La mia ammirazione per quei nazisti avanti Cristo le  era apparsa incondizionata. Lei, invece, la professoressa, era antifascista. Non ebbe mai il coraggio di spiegarmi certe cose. Si limitò a  disapprovare la mia inciviltà, colpendomi nella mia autostima. Più di quel ragazzetto affidato al suo magistero amò la propria consapevolezza e la propria avarizia – o paura. Penso che non fosse obbligata a trovare simpatico un alunno sgradevole, ma avrebbe dovuto amare di più la sua professione. Pennac conclude il suo libro proprio così: la scuola è questione d’amore.

 

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