Nelle sale dell’Ambasciata brasiliana a Rom

a ho presentato il romanzo di Marcelo Barros

intitolato “La magia del cammino”

Storia brasiliana in Italia

5 marzo 2007

Signor ambasciatore, sono certo che l’amico Marcelo non me ne vorrà se prima di dire qualcosa del suo libro mi rivolgerò a Lei per ringraziarla dell’ospitalità. Questo  luogo ha per me e per non pochi altri presenti in questa sala uno straordinario valore. Per noi della Rete Radiè Resch l‘ambasciata brasiliana a Roma è stata, in anni ormai lontani ma indimenticabili, il simbolo di un regime brutale e perverso contro il quale cercavamo di batterci con la tenerezza e la forza della solidarietà. Furono tempi in cui il Brasile che lottava contro la dittatura militare fu per molti italiani una specie di patria ideale. Pur nelle grandi differenze che connotavano i due movimenti, vi rintracciavamo lo spirito della nostra Resistenza. Il Tribunale Russell II, voluto da Lelio Basso, grande animatore di giustizia e libertà, fu l’espressione più alta e solenne di questo impegno; ma Roma e l’Italia furono anche, emotivamente, politicamente, culturalmente e persino religiosamente segnati dall’afflusso temporaneo o duraturo di grandi personaggi brasiliani, profughi fra noi. Noi imparammo a considerare la rozzezza anche estetica del governo militare da Murilo Mendes, straordinario poeta; ma poi imparammo a leggere  il tormento della saudade imposta dall’esilio negli occhi di Miguel Arraes, di Paulo Freire, di Chico Buarque de Hollanda, di Carlos Prestes, di Apolonio de Carvalho, di Tullo Vigevani e della sua Maria do Socorro, di Luìs del Rojo, oggi senatore della  Repubblica italiana. Ascoltavamo e diffondevamo le coraggiose denunzie di dom Helder Camara contro il regime della tortura e le terribili testimonianze di dom Marcelo Carvalheira sugli orrori del carcere Tiradentes di Sâo Paulo; nello sguardo ferito di Dario Canale riconoscevamo la ferocia di orrendi carnefici; e poi venivamo qua, signor ambasciatore, con altri gruppi come la Comunità di San Paolo a urlare la nostra indignazione per le violazioni dei diritti umani o a portare petizioni per una legge di amnistia sulle quali avevamo raccolto migliaia di firme, ma sempre trovavamo il portone sbarrato e ci rispondeva soltanto l’intimazione ad andarcene, gridata da qualche commissario della polizia italiana. E’ commovente per noi entrare adesso in questa sede, diventata rappresentanza di un grande stato democratico.

E’ anche un’occasione per manifestare la nostra gratitudine. Noi siamo oggi qui per un evento culturale ma non dimentichiamo che in quegli anni fummo arricchiti dalla cultura dei resistenti brasiliani: quelli consapevoli e quelli che forse del tutto consapevoli non erano, ma nei loro scritti e nelle loro canzoni combattevano, se ne rendessero conto o no, la bestialità della dittatura. Scoprivamo le allusioni “sovversive” in certe impec-cabili poesie di Carlos Drummond de Andrade; leggevamo come un prolungamento degli Atti degli apostoli le lettere che Frei Betto riusciva a far uscire da quelli che definiva “i sotterranei della storia”; mettevamo in  scena “Morte e vida severina” di Joâo Cabral di Melo Neto, Con molta faziosità giudicavamo frivola la tastiera di Jorge Amado e al Grande Bahiano preferivamo il giovane Joâo Ubaldo  Ribeiro  e il suo “Sargento Getùlio”. Nel secolo XIX il Brasile era  entrato nell’imma-ginario degli italiani come una magica terra, un paese in cui ci si poteva arricchire, ma negli anni ‘70 e ’80 del secolo XX sco-primmo un grande popolo sofferente e teimoso , un   aggettivo che imparammo ad amare. Guardavamo allora il Brasile come portando gli occhiali di Miguilim, il bambino del grande Guimarâes Rosa, le lenti che svelano la realtà nuda e difficile: dietro il cosiddetto “milagre brasileiro” vantato dai generali, vedevamo il Nordeste dei retirantes e dei coroneis, del “quadrilatero della fame” e le grandi città devastate dalle favelas e dagli squadroni della morte. Intorno a questo Brasile, alla sua tragedia, si creavano nuovi legami fra noi. Quelli che eravamo cristiani organizzavamo liturgie perchè Dio donasse pace all’anima di frei Tito de Alençar, che aveva scelto la morte per essere libero, e mentre pregavamo ci accorgevamo di avere accanto, silenziosi ma commossi, i compagni che in altre occasioni si dichiaravano atei; insieme con loro leggevamo le eroiche profezie dei vescovi del Nordeste i quali, vent’anni prima del Social Forum di Porto Alegre, proclamavano che “outro mundo è possivel”. Insieme avevamo imparato a cantare la canzone di Thiago de Melo che dice: “Si fa scuro ma io canto”.

 

Signor ambasciatore, care amiche, cari amici, in questo mio lungo preambolo, non mi sono allontanato molto, anche se poteva sembrarlo, dall’occasione che qui ci riunisce. E’ infatti nel contesto storico della lotta al regime militare che ho conosciuto Marcelo Barros. Fu nell’agosto del 1985. Erano i giorni esaltanti della “tancredizzazione”, i generali erano costretti a rimettere nel fodero le loro sciabole, si aprivano le porte delle carceri, si coglievano i frutti dei grandi scioperi paulisti animati da Lula, la dittatura si trasformava, come diceva l’ironia popolare, in “democradura”, gli esiliati e i profughi rientravano in patria; e da tutti i nostri corrispondenti brasiliani, non pochi dei quali avevano conosciuto l’intimità della nostra casa, arrivò a me e a mia moglie Clotilde, l’ingiunzione a  fare subito quel viaggio in Brasile che io avevo dovuto rimandare perché sul “Correio do Povo” un eminentissimo cardinale si era degnato di fare il mio nome come quello di un pericoloso bolscevico. Partimmo, dunque, e una delle primissime tappe del nostro viaggio non-turistico, autentica romeria nella Chiesa dei poveri, fu la città di Goiania ove si svolgeva la V assemblea nazionale della Com-missâo Pastoral da Terra. Fu per noi un’esperienza indimenti-cabile: nelle stanze e nelle aule del  seminario si accalcavano cento e più campesinos, militanti della lotta per la riforma agraria e per i diritti umani; e fra loro, vestiti come loro e privi di qualunque seigneurerie, vescovi e preti, pastori protestanti e suore. Quanto quell’impegno fosse pericoloso era dimostrato da un grande cartello che stava nell’aula magna alle spalle del tavolo della presidenza. Portava la scritta “Os nossos martires” e l’elenco di 253 persone uccise negli ultimi 12 mesi dai fazendeiros o dalla polizia. Chiudeva la lista il nome di Ezechiele Ramin, un comboniano di Padova, assassinato qualche settimana prima, ma quella lista sarebbe stata riaperta ben presto per aggiungervi il nome di un altro prete che si moveva per quelle stanze, scampato a due attentati, sicuro di dover morire entro breve tempo, ma pronto a farlo per il vangelo di  giustizia. Si chiamava Josimo Tavares.

Nel mio resoconto di quel giorno trovo scritto: “Conversammo con  dom Marcelo, il benedettino che aveva presieduto la liturgia della sera precedente, un uomo dolcissimo, limpido e colto, ma ancor più sapiente. Gli domandai cosa avesse provato quando, al momento dell’Offertorio, un gruppo di campesinos aveva portato solennemente in mezzo all’assemblea una bandiera degli Stati Uniti e l’aveva bruciata. Sorrise e rispose che personalmente non avrebbe compiuto un gesto del genere ma che aveva pensato che forse, nello stesso momento, in qualche altra parte del mondo, come troppo spesso avviene, un prete o un vescovo stava benedicendo,  secondo liturgie canonicamente approvate, una bandiera militare; e non aveva osato redarguire quei poveri che nel vessillo di Reagan, dell’ ITT e dell’United Fruit Company vedevano, e non torto, un simbolo della guerra di classe che da tanti secoli i ricchi combattono contro di loro”.

Da allora Marcelo ed io (anzi Marcelo e la Rete Radiè Resch) ci siamo spesso incontrati sinché abbiamo finito per camminare insieme sui sentieri della Chiesa dei poveri, della difesa dei poveri, del magistero teologico dei poveri; e mentre approfondivo la sua conoscenza, io andavo comprendendo che dom Marcelo è non soltanto un uomo geniale ma, per così dire, polivalente. Mi sembra normale oggi considerarlo teologo, antropologo, polito-logo e poeta; e sono  certo che un giorno ci troveremo a parlare di un suo libro di versi e magari di qualche sua canzone. Tuttavia debbo dire che mai avrei pensato che egli scrivesse un romanzo. Più o meno lecitamente, anch’io, infatti,  oso definirmi un romanziere e so bene che questa forma letteraria necessita di concentrazione, di silenzio, vorrei dire di ”stanzialità”. I personaggi di un romanzo non sono entità che si possono abbandonare di quando in quando, tenendoli in freezer o richiamandoli frettolosamente in vita per qualche ora, non sono inerti  manichini da rivestire o spogliare di sentimenti o, peggio ancora, di ideologie secondo i propri umori del momento. Il romanziere li vive come sue proiezioni, meglio come sue incarnazioni, molteplici e nello stesso tempo contemporanee; per questo gli è richiesta una concentrazione che non può prescindere da una certa clausura. Per una lunga stagione politica ho seduto sui banchi di Montecitorio accanto a Natalia Ginzburg, forse la deputata più attenta alla necessità di presenze in aula e certamente una rigorosa produttrice di arte letteraria. In quei dieci anni Natalia scrisse due soli libri; e a me parve spesso lacerata da due diverse contemporanee responsabilità, fra le quali non era possibile erigere divisioni. Ora Marcelo è l’uomo meno sedentario che io conosca: lo cerchi a Goiàs Velho e scopri che è a Bolzano, a Porto Alegre ma ti dicono che è appena partito per la Francia, poi passa qualche giorno e leggi che a Brasilia è stato picchiato da un poliziotto. La settimana scorsa era a Nairobi, stamattina a Valencia... e stasera eccolo qui!

Ma io attesto (sia chiaro, però, che io non  sono un critico letterario  ma soltanto un collega) che “La magia del cammino” ha una grande solidità di impianto; la  quasi totalità dei personaggi risulta autentica; e, cosa che mi pare straordinariamente importante, il messaggio religioso contenuto nel libro non appesantisce il racconto. Da questo punto di vista parlerei di arte “pastorale”, come per il romanzo, anch’esso ambientato a Sâo Paulo, pubblicato anni fa in Italia da un altro caro amico, Frei Betto, e intitolato “Un allucinato suono di tromba” o, dello stesso autore, il ben più maturo “Hotel Brasil” , ancora inedito in Italia.

Come si concilia, allora, il pio vagabondaggio di Marcelo con la sua capacità di romanziere? Io credo che una prima risposta sia: a ragione dell’appassionato interesse che il nostro amico porta a ogni persona e ogni ambiente che gli capita di visitare. Marcelo non dimentica mai che ciascuno di noi è responsabile dei propri fratelli, è nell’altro che troviamo qualche lineamento di Dio e dunque lo sguardo che gli rivolgiamo deve concentrarsi sulla globalità del suo essere.

Dire che “La magia del cammino” non ha soltanto una valenza letteraria ma si tratta anche di un documento pastorale, cioè ha un significato anche propositivo e maieutico in  campo religioso, significa dire che Marcelo ha accettato di correre grandi rischi. L’apologetica (cattolica, protestante ma anche illuminista)  soprattutto quella del secolo XVIII è fitta di tentativi abortiti  di catechesi nascosta in documenti falsamente narrativi i quali svelano la pretestuosa ispirazione artistica naufragando nella noia dei lettori. Il nostro amico, invece, è riuscito nell’impresa. C’è  una pagina magistrale de “La magia del cammino” (pag. 66) che  descrive il Joâo Kenedy nordestino atterrito dal traffico della Paulicéia desvairada, la Sâo Paulo allucinata. Il giovane mulatto finisce per  rinunziare alla sfida che gli propone l’attraversamento di una grande arteria automobilistica ma quest’altro mulatto, il nostro amico qui,  ha accettato la sfida di attraversare il flusso dei cattivi esempi e c’è riuscito.

Non riassumerò la trama del libro ma voglio dire cosa è rimasto in me dopo la lettura. Una volta capitò a mia moglie ed a me di andare a Pancasan, nel cuore del Nicaragua, dove i sandinisti celebravano il decennale di una battaglia  contro la Guardia di Somoza. Ci parve allora di vivere in un presepio: uomini; donne e bambini scendevano i crinali delle colline, in fila  indiana, per una grande varietà di sentieri che confluivano in una vasta radura; e ciascuno di loro portava una corona di fiori di carta, che insieme alle altre avrebbe poi trasformato in giardino la landa desolata scelta come spazio della cerimonia,. “La magia del cammino” vive di una pluralità di  personaggi ciascuno dei quali (il grosso avvocato battista, la sua madre cattolica, il piccolo mulatto nordestino legato al candomblé, la psicologa che non  dimentica la fede della nonna guaranì, il fisico nucleare che si è ritirato in Bolivia in un monastero ecumenico, una moglie adultera che venera la luna), ciascuno dei quali dovrebbe definirsi, come dice la canzone di Milton Nascimento, eu, caçador de mim . Tutti, infatti, sono alla ricerca della propria   autenticità e tutti,  o quasi, sono alla ricerca di un Dio che non  riescono a trovare, stando ai margini di religioni e soprattutto di istituzioni che non riescono a dare loro se non qualche passeggera consolazione. Questa incapacità di abbandonarsi  a Dio, nella libertà di suoi figli, imprime al libro una strana malinconia, che non è ricordo  di un passato che non tornerà ma rimpianto per una realtà che potrebbe essere più gioiosa (e persino erotica – che sorpresa trovare una volta tanto Barros e Ratzinger d’accordo! -), se tutti sapessero mettere in comune il cammino verso Dio, portando ciascuno i fiori della propria tradizione. Questa tensione e questa speranza sono uno  dei grandi sogni di Marcelo: un macroecumenismo che sappia rispondere alla proposta d’amore che Dio rivolge a ciascuno di noi parlando le infinitamente varie della storia. Non un generico  sincretismo che confonde le fedi individuali in nuvole d’incenso più o meno liturgiche ma un arricchimento reciproco, un procedere insieme nel cammino verso l’Infinito, l’Indicibile.

 

Vorrei concludere con un’immagine che spero non sia sgradita all’autore. Nel suo libro ha rilievo l’amabile figura di una madre, una vecchia signora borghese, un po’ malata, implacabile maestra di buon senso e di galatei, che cerca di comprendere il figlio ma senza riuscirci; tuttavia nel momento della tragedia è lei a scoprire la verità perché coraggiosamente entra nel mondo dei poveri, nelle loro baracche, dove crescono i loro sogni carnali, espressioni del loro testardo sforzo di sopravvivere. E allora mi vien fatto di pensare a quanto sarebbe bello che, di fronte alle tragedie planetarie, un’altra mater et magistra, invece di pretendere di governarci politicamente o di inabissarsi negli anfratti della storia per scoprirvi l’abominio dell’anticristo, ci invitasse a salire con lei i sentieri di tutte le favelas della Terra, ci facesse scoprire il riso di Gesù che ringrazia il Padre perchè ha svelato ai poveri cose che ha nascosto ai ricchi e ai potenti.

 

= testardo

= miracolo

= pellegrinaggio

Masina E., El nido de oro, Marietti, 1989, pag. 33

= io, cacciatore di me stesso.