IL SULTANO CURIOSO(E IL LETTORE CONFUSO)
Agosto 2008

 

E’ possibile colluttare con  un   libro? Vengo da un’esperienza del genere, una specie di amore tempestoso. Ci siamo sfidati più volte, io accusandolo sprezzantemente di annoiarmi con lungaggini,  ripetizioni ed eccesso di cultura,   lui (il libro, Libro Nero) lasciandomi intendere che ero un lettore incapace di ammirare certe finezze: gonfiava il torace (pardon: la copertina) ed esibiva il Nobel attribuitogli l’anno scorso dai Saggi scandinavi. Il dubbio che lui potesse avere ragione mi spingeva a riprendere la lettura ed ecco che improvvisamente mi addentravo in pagine di altissima poesia, incanti orientali distendevano il loro oro sui miei sbrigativi giudizi, li piegavano in indocile ammirazione. Accusavo l’Autore, Oran Pamuk, di mostrare evidenti sudditanze, ora nei confronti del Kafka del “Processo”, ora del Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e lui,  ridendo, si nascondeva nei panni del dissoluto e mirabile Omar Kayyan, di santi sufi, di imperatrici bizantine, di mamelucchi; o, anche, nelle tuniche ascetiche di ufficiali ataturkiani, ormai da un secolo spietate sentinelle della laicità della loro patriaHo comprato “Il libro nero” di Oran Pamuk perché non conoscevo la narrativa del suo paese e perché l’autore era accusato dai nazionalisti connazionali di eccessive tendenze occidentalizzanti e di eccessiva difesa dei   diritti umani. Le mie virtuose intenzioni sono  risultate ambiziose. La prima difficoltà di lettura l’ho incontrata nei nomi dei personaggi: rimango ignorantissimo della storia dei popoli asiatici e africani perché non riesco a ricordare neppure quelli dei “Grandi”. Poi mi sono sperduto nelle complicazioni della saga d’una famiglia di antica e perduta ricchezza. Ho trovato irritante la moltiplicazione di personaggi di secondaria importanza; ed anche, poiché il libro pretendeva di essere un “giallo”, il nascondimento, truffaldino, di indizi: tanto per dire, il personaggio di una giovane sposa, femme fatal intorno a cui ruota il romanzo, prima si sparire dalla sua casa, lascia una lettera di 19 parole; quattro o cinque,  suggerisce l’autore, scritte per assicurare che darà presto sue notizie. E le altre?Incredibile mi è sembrato anche l’altro Personaggio del Libro, anzi il Demiurgo, il Deus ex machina, il Burattinaio della vicenda. E’ uno scrittore che pubblica una rubrica su uno dei principali giornali turchi; e i “pezzi” di questa rubrica, zeppa (forse) di messaggi segreti e certamente di profezie apocalittiche, costituiscono non poche né brevi pagine dell’opera di Pamuk. Ora è ben vero che i columnist sono alla base del giornalismo moderno, ma nessun quotidiano pubblicherebbe mai testi così lunghi e scritti in un linguaggio così ricercato. Tanto più che lo scrittore ha, racconta Pamuk, uno straordinario successo popolare. E però che so io dei giornali turchi? Tanto più che la storia si svolge , non nei nosri anni ma negli anni’80 del secolo scorso, in una Turchia avvelenata dalle meschinità dell’Occidente: manie divistiche, giornali semi-pornografici, ideologie ormai rantolanti etc.Hanno ragione i suoi accusatori? Pamuk è davvero un oppositore del regime militare? Solo le ultimissime pagine contengono chiare allusioni alla struttura poliziesca e all’uso “normale” della tortura da parte dei regimi che si susseguono in un paese che da anni chiede di entrare nell’Unione europea.Forse la causa più profonda dell’odio suscitato da Pamuk nei nazionalisti è però nella descrizione  quasi da grande Corte dei miracoli che lo scrittore fa di Istanbul, la seconda Roma trasformata in tenebroso angiporto. E’ vero, buona  parte del romanzo contiene immagini da “Mille e una Notte”: partono per chissà quali avventure minuscoli galeoni governati da ciurme di nani; messaggeri cavalcano  giorni e notti per portare gli ordini del sultano sino agli estremi confini dell’impero, carnefici e vittime si scambiano doni; sovrani si aggirano travestiti nelle vie della città per sapere cosa pensino i cittadini del loro governo; poeti trascorrono anni a “limare” una canzone d’amore; ma tutto questo è remoto passato; la Istanbul di Panuk è una città decaduta e lugubre: i suoi marciapiedi sono fangosi, fangose le scarpe delle signore, fangoso persino il fondo prosciugato del Bosforo, come lo immagina il giornalista-profeta. Tra palazzo e palazzo, immondi cavedi conservano il guano dei colombi e l’odore pestilenziale delle  loro deiezioni; le trombe delle scale dei grandi caseggiati  sono anguste, buie e puzzano di povere minestre; vuote le moschee e inutili ormai i richiami alla preghiera che i muezzin lanciano dall’alto dei minareti; corrotti o fasulli gli “importanti intellettuali” cittadini. Nelle antiche case di legno dei nobili decaduti soltanto le vecchie domestiche a conservano (e talora impongono) le tradizioni del mondo  antico.Cos’è rimasto del glorioso passato? Forse anche questa domanda e la  risposta dello scrittore sono tra i capi di imputazione rivolti dai militari a Pamuk. Egli racconta che nel sottosuolo della città, al termine di profondissime gallerie sono conservate le immagini dei bizantini imperiali; e altre gallerie conservano migliaia di manichini che effigiano i turchi, nella varietà dei costumi folkloristici, delle professioni, delle età. Queste sembianze (non statue artistiche ma prodotti  artigianali) utilizzate in origine da eleganti negozi sono forse fuori-legge? Pamuk non lo dice chiaramente ma lo lascia pensare. Questa Turchia si vergogna delle proprie origini? Topkapi, Corno d’Oro, Santa Costanza, le meraviglie promesse ai turisti sono ormai scomparse, come gli eroi di Pamuk che verranno ritrovati soltanto dopo una morte sanguinosa.