|
VIOLENZA E NON |
Ettore – Vorrei fare una premessa. Nell’estate del 1991 mi trovavo in Nicaragua con mia moglie Clotilde. Viaggiavamo su una colonna militare e, a un certo punto, sembrò che fossimo caduti in un’imboscata dei contras che in quella zona erano particolarmente attivi e feroci. Fu un momento altamente drammatico durante il quale mi domandai: “Se sono davvero i contras, che devo fare? Chiedere un’arma o no? “. Fortunatamente l’allarme era ingiustificato ma io decisi allora che non avrei mai più giudicato il comportamento di chi vive certe situazioni. In quell’occasione io avevo sentito non soltanto il mio diritto alla legittima difesa ma anche il desiderio di rispondere violentemente alla violenza altrui. Diana – Con questo vuoi dire che la nonviolenza non è affatto una questione di precetti… Ettore – Dico che non è solo questione di precetti. Aggiungo che, soprattutto, mi infastidiscono le discussioni sui comportamenti altrui. Proprio ieri ricordavo con un amico che quando ci fu il golpe in Cile, dopo una mia relazione, a Viareggio, mi capitò di assistere a una discussione molto accesa sul comportamento che ti portuali italiani avrebbero dovuto tenere se fosse arrivata una nave cilena. Poiché il dibattito si faceva più aspro, a un certo momento, domandai quante navi cilene arrivavano a Viareggio, e mi fu risposto che a memoria d’uomo non s ne ricordava nessuna... Diana – Tu come hai iniziato? In una delle tue ultime lettere leggevo che deprecavi fortemente la presenza di tanti “profeti di sventura”, così come il fatto che sono in molti a pretendere di rilasciare una sorta di “garanzia” o “bollino” per la speranza, per avere speranza, come se questo sentimento non potesse più esistere in sé, nutrito solo di sé. Il tuo impegno come è nato? O esisteva una speranza particolare, come facevate a fare le cose guardando il futuro? Ettore – Mah, forse guardavamo il presente! Il futuro è contenuto nel presente. Però sì, l’importante per noi era esprimere la speranza che le cose potessero cambiare e migliorare. Pochi lo sanno , ma “un altro mondo è possibile”, il motto dei Social Forum è compare in un documento dei vescovi del nord-est brasiliano pubblicato nel 1973, l’anno più terribile della dittatura. Al termine di una lunga vita, posso dire che certe speranze nascono anche nel buio delle notti peggiori. Diana – Dalle tue parole (ma non solo le tue, bensì da molto amici della nonviolenza) si induce che il grande sommovimento degli anni successivi (il ’68 e tutto il resto) avesse avuto quasi origine da questo movimento promosso dalla Chiesa… Ettore – Guarda, quando ero ragazzino, sentivo parlare dei missionari in due occasioni: quando mangiavo i cioccolatini perché si doveva mettere da parte la carta stagnola per i missionari, così si diceva (forse la fondevano per ricavarne dello stagno) e poi perché pagando una certa cifra si poteva scegliere il nome di un negretto da battezzare: una volta ero innamorato di una ragazza di nome Cristina e pagai perché una neonata fosse battezzata con quel nome. Eravamo figli del colonialismo, non avevamo idea che il Terzo mondo potesse rappresentare qualcosa di importante dal punto di vista politico e culturale – e meno ancora dal punto di vista religioso. Il Concilio ci ha scardinato le porte, mostrandoci che c’era al di là dell’Europa un mondo grande e vitale che non potevamo ignorare e che in quel mondo una grande quantità enorme di poveri e poverissimi attendevano giustizia. Di più: che questi poveri erano immagine del Cristo e portatori di un vero e proprio magistero. Gesù dice, e gioisce dicendolo – è l’unico punto nel vangelo in cui si parla di una gioia di Gesù - “Grazie, Padre perché queste cose le hai rivelate ai piccoli”. C’è un’investitura che il Padre dà ai poveri affinché annuncino il vangelo. Noi non avevamo idea di queste cose. Per me è cambiata radicalmente la vita quando Paolo VI ha deciso di fare un viaggio in Palestina: innanzitutto, con questa iniziativa, egli ribadiva il il cristocentrismo della Chiesa, non più una religione spicciola che andava seguendo solo i santi; in secondo luogo ha costretto noi giornalisti a vedere la povertà di massa, che noi non conoscevamo. Da ragazzo, a Varese, avevo lavorato con la San Vincenzo degli universitari e conosciuto tanti poveri, ma essi erano, per così dire, marginali, sottoproletari che aspettavano da noi il chilo di zucchero, che non ci baciavano la mano perché noi non lo permettevamo, ma l’atteggiamento era quello. Quando io sono arrivato in Palestina ho trovato che ad essere povera era la grande massa, su 100 persone che incontravo ce n’erano 99 che vivevano in assoluta miseria; e grazie soprattutto ai vescovi del Concilio scoprii che così era in tanti luoghi della Terra. E i vescovi che venivano da lì ci diedero anche un’altra consapevolezza. Dicevano: “Badate che questi non erano poveri originariamente, sono diventati così, li abbiamo impoveriti noi europei, con la violenza delle nostre strutture capitaliste e colonialiste”. Ci veniva posta la necessità di una radicale conversione. Tornato dalla Palestinna, io dissi a mia moglie che non potevo continuare a vivere come se non avessi visto certe cose. Lei ha preso i pochi risparmi che avevamo e li abbiamo mandati a Paul Gauthier, un prete ftancese che viveva a Nazareth facendo il falegname come Gesù, perché li desse a una famiglia araba. Lui, invece di risponderci: “Oh ma che bravi!”, ci scrisse che se avevamo capito qualcosa, e cioè che i poveri erano nostri fratelli e che il Cristo era presente in loro, non potevamo cavarcela con un’offerta una tantum ma dovevamo rivedere la nostra vita. E ci suggerì di fondare un’associazione che aiutasse non un generico pauperismo, ma dei gruppi di poveri in lotta pacifica per liberarsi dall’oppressione. Così è partita la Rete Radiè Resch che oggi ha più di 40 anni. Diana – Sei stato sempre cattolico? Ettore – Io vengo da una famiglia cattolica quasi soltanto di nome. Religione e galateo andavano a braccetto e mi pare che prevalesse il secondo. Mio padre aveva conosceva ben poco del catechismo, aveva una fede candida nella misericordia di Dio, per il resto era un anticlericale, teneva molto alle feste religiose come occasioni per rinsaldare la vita della famiglia. Era un militre di acrriera 8come i miei due nonni), aveva combattuto die guerre, temo spietatamente. Da vecchio cercò, e trovò, l’aiuto della Chiesa. Mia madre, come spesso le donne della Valcamonica, era molto generosa ma si negava l’espressione dei sentimenti, tanto da apparire dura. Credeva in un Dio terribile che andava blandito con preghiere e sacrifici. Quanto a me, nella mia infanzia e poi nella mia adolescnza ho avuto qualche esperienza che forse si può definire mistica. Quando avevo 16 anni, attraverso un mio compagno discuola, sono entrato in contatto con una piccola comunità giovanile. Ho letto allora il vangelo e ho imparato a pregare. Più tardi sono stato “convertito” alla causa de poveri dalla lettura del libro della grande Simone Weil sulla condizione e di un romanzo di Steinbeck intitolato “La battaglia”. Era un libro su uno sciopero dei coltivatori di mele in California e Steinbeck era un grande autore americano bravo che poi
Diana – La maggior parte dell’impegno tuo successivo è stato con la Rete per il Terzo mondo. E per quanto riguarda l’Italia cosa dicevate? E di Moro, per dire? Masina – Io non ero moroteo, consideravo Moro troppo moderato, anche se apprezzavo il suo tentativo di “aprire” a sinistra. Non ero nella redazione politica del giornale ma proponevo inchieste su temi che avevano rapporti con la politica Ho fatto quella che s potrebbe defnire una grande+ inchiesta sulla scuola italiana, sul fatto che i professori stessero facendo una levata di scudi per il fatto che arrivavano alla scuola media i figli dei poveri. Poi mi sono occupato a fondo dell’immigrazione interna, contro il razzismo dei settentrionali. Poi (1964) è venuto anche l’impegno della Rete, e lì si può dire che il mio interesse fosse prevalentemente .religioso, il vangelo come animazione della società. La Rete fu molto attiva, a favore dei profughi palestinesi, contro le ditature latino-americane e soprattutto contro la tortura, che io considero la più vergognosa vioenza dell’uomo sull’uomo.. Anche questo lavoro mi avvicinò alla sinistra come matrice di reistenze. Finii per essee cconsiderato comunista (essere comunista, in quegli anni, in Italia era molto scomdo) e questo mi costò molto nella RAI. Nella RAI io ero entrato su loro richiesta e ho avuto ache posti di responsabilità ma mai avuto né una promozione né un aumento di stipendio. Il PCI mi offrì una cadidatura una prima volta già nel 1976, ma io rifiutai perché preferivo fare il giornalista. Poi però nel 1982 i craxiani mi “fecero fuori”. Era già accaduto nel 1974 per volere del Vaticano e a causa della mia posizione a favore del mantenimento del divorzio nella legislazione italiana. Quela volta rimasi 7 mesi senza tornare al video, fino a che il direttore generale Bernabei non se ne andò, e questo mi stroncò la carriera. Poi ci fu la divisione in due parti del TG, con la creazione del TG1, democristiano e del TG2 di centrosinistra e io passai lì. Poi però io difesi il direttore Barbato, considerato troppo comunista, e il risultato fu che i socialisti hanno fecero fuori me. Allora quando i comunisti mi offrirono di nuovo di candidarmi (era il 1983) accettai, ponendo però alcune condizioni: non mi sarei iscritto al PCI e,se eletto, sarei entrato nella Commissione Esteri per verificare da vicino la politica italiana di cooperazione internazionale. In effetti il PCI lasciò sempre una piena libertà agli indipendenti eletti nelle loro liste e che avevano dato vita a un gruppo parlamentare a parte. Soltanto una volta, i loro drigenti protestaronocon noi: quando noi votammo contro il concordato di Craxi mentre i comunisti si astenevano e si sentirono per questo scavalcati a sinistra. Diana – Perché non volevate? Ettore – Perché ci sarebbe stato un bilanciamento di poteri per cui uno avrebbe aiutato l’altro (lo Stato la Chiesa e viceversa) e dunque la laicità dello Stato sarebbe andata a farsi benedire Diana – Allora oggi è difficile fare quello che si è fatto negli anni Ottanta… Ettore –Credo che il lavoro di quegli anni (IX e X in parlamentosia stato il massimo che si sia potuto fare: per esempio, abbiamo fatto leggi discrete su problemi di grande importanza come il commercio delle armi, la cooperazione internazionale, l’obiezione di coscienza e abbiamo avviato una riflessione sulle possibilità di riconversione dell’industria bellica, di definizine del reato di tortura etc. Poi ci sono stati degli errori drammatici. Te ne dico due: il primo è stato quello che ha portato al fenomeno eversivo della Lega, il secondo l’adesone alla prima Guerra del Golfo. Io sono stato eletto, nel 1983, nela circoscizione Varese-Como-Sondrio e Brescia-Bergamo; poi, nel 1987, di nuovo nella circoscrizioe Brescia-Bergamo. Sono, come vedi, le culle della Lega”. Già dagli inizi mi sembrava evidente la crscita di n malcontento nei confronti della burocrazia romane, i suoi errori, le sue stupidità. Il PCI, che non partecipava al governo centrale avrebbe potuto guidare quella protesta, ma non lo fece, forse per qualche ideologia statalista. Il secondi errore dell’opposizione fu anche più grave: il non avere compreso che la parteciazione dell’Italia alla guerra contro Saddam avrebbe prvocato una specie di mutazione antropologica della politica italiana. La logica della guerra prevaleva sulla cosstituzione. In quel momento anche Giovanni Paolo Secondo levò la sua voce contro la vilenza insensata del conflitto, ma la sinistra fu incapace di sollevare nel paese (o non volle) una grande ondata di protesta. Diana – Oggi forse però l’inazione è dovuta anche al ricatto costante di una vittoria della destra di nuovo e di Berlusconi, che paralizza molte attività e soprattutto molte possibili opposizioni. Ettore – Questo è un problema gravissimo, perché Berlusconi sarà rieletto, suppongo, e avrà in mano tutti i mass media. Colpa, naturalmente, di una mancata legge sul conflitto di interessi e di una mancata revisione della legge elettorale. Prodi, poi si è ritrovato con un governo quasi minoritario e di una composizione variegata come la veste di Arlecchino . Diana – Per esempio uno dei temi emersi dalle conversazioni fatte con altre persone è stato quello dell’immigrazione, tema su cui da dire c’è ancora qualcosa, forse tutto, le questioni essenziali. Ettore – Secondo me il problema principale che ha l’Italia è quello della scuola. La integrazione degli immigrati, il loro trattamento, la caduta dei pregiudizio, il riconoscimento che il pluralismo culturale può arricchire la nostra identità tutto ciò dipende massimamente dalla scuola: se l’immgrazione trova una scuola che, come vorrebbe la Moratti, discrimina fra bambini o che, come avviene in certi istituti, permette che alcuni bulli si accascano contro i compagni che vengono dal cosiddtto Terzo Mondo, allora è inevitabile che si formino ghetti e centri di violenza. La seconda grande istituzione che in certe zone potrebbe e dovrebbe fare di iù è, naturalmente, la Chiesa, dominta dall’ossessione islamica allo stesso mdo in cui un tempo era dominata dall’ossessione comunista. Da questo punto di vista è ben doloro che abbiamo perso in questi anni tanti maestri. E’ morto Balducci, è morto Turoldo, (anche lui era un grande amico: nel 1945, quando i fascisti lo cercavano è stato nascosto in casa di Clotilde, quando ci siamo sposati io e Clotilde lui commentava le varie fasi della messa), è morto Tonino Bello, il più grande santo che ci sia stato in Italia dopo il Concilio, adesso è morto Giuseppe Alberigo, è morto Pietro Scoppola... Però, nonostante tutto, io mi irrito quando i giovani mi dicono che non hanno maestri. Neanche noi, nella nostra adolescenza ai margini del fascismo, abbiamo avuto maestri. Noi i nostri maestri li abbiamo trovati in biblioteca; è stato leggendo i grandi libri russi, Tolstoi, Dostojevski, i libri francesi, americani che abbiamo scoperto i moti dell’anima. poi attraverso loro siamo stati portati a conoscere anche altro, a vedere cosa diceva chi questi libri li aveva letti prima di noi; e questi fratelli maggiori ci insegnavano che non tutte le eclissi sono sempre fatali. Però, ritornando alla scuola, il problema è di enorme importanza. Se la gente non è alfabetizzata civilmente e emotivamente allora, come si dice a Roma, avvengono “le peggio cose”. cavoli acidi. Pensa ai ragazzi che fanno i teppisti: si lasciano guidare da emozioni che non sono in grado di controllare e che non conoscono. A Roma, quando un giovane tifoso è stato ammazzato da un poliziotto, siamo stati a un passo dalla guerra civile, hanno assaltato le caserme della polizia come se ci fosse un complotto preparato da tempo e non è escluso che ci fosse qualcuno a tirare le fila di tutto. Questi ragazzi non resistono alle emozioni. Diana – E come mai non resistono alle emozioni? Ettore – Io penso che ci fosse più tensione quando io ero giovane.. Pensa a cos’era il mondo operaio: in fabbrica, se c’era uno sciopero indetto dall’una o dall’ altra sigla sindacale, capitava che un ragazzo di 18, 20 anni, politicamente solo in quel reparto, avesse il coraggio di incrociare le braccia e bloccare per due o tre ore la catena di montaggio. Molte volte rischiava il licenziamento, qualche volta rischiava la pelle. Ebbene, uno così, capace di padroneggiare le sue emozioni, era un esempio, una forma di identità talmente forte che trascinava con il suo gesto altra gente. Oggi invece i giovani trovano pochi testimoni di valori e di coraggiosa coerenza. Allora non erano pochi. Penso,per esempio, all’emarginazione che pativano tanti comunisti. Ettore – Fare il comunista, era una cosa che mi impressionava, anche se io non sono mai stato iscritto al partito,. Il ragazzo che la domenica mattina andava a vendere l’Unità casa per casa dava un esempio a quelli che andavano al bar. C’erano delle testimonianze che ti chiamavano in causa. Poi qualcuno poteva dire che erano dei fanatici, lo erano talvolta, ma adesso mi sembra peggio. I ragazzi d’oggi vivono fra scuola, piscina, pallavolo, stadio, internet e telvisione, una specie di marmellata ideologica che confonde il virtuale con il reale, il necessario con il superfluo, il valore con la griffe. Sino a che sono studenti hanno ben pochi problemi pratici da risolvere, poche responsabilità, quasi nessun dovere.Una situazione della quale non hanno colpa e che certamente non genera felicità. Diana – Pensi che oggi la partita si giochi ancora sui temi della povertà e del terzo mondo? Da un certo punto di vista, retrospettivamente, per le tue battaglie le cose non sono andate molto male. Ettore - Mah, le cose sono andate positivamente e negativamente. Positivamente nel senso che a un certo punto il capitalismo ha deciso che le dittature erano troppo stupide e feroci e quindi non le ha più appoggiate e questo ha comportato la sparizione di molti regimi autoritari e massacranti, il che è stato naturalmente un miglioramento immenso. Ma è anche vero che stiamo vivendo ancora i risultati di queste dittature, che hanno spaccato i rapporti sociali. In Argentina, per esempio, è scomparsa una generazione di ragazzi e si sente, c’è un invecchiamento artificiale che si sente e inoltre la gente ha cominciato a dire, per sopravvivere, che se allora erano scomparsi forse però qualche cosa c’era, hanno cominciato a doamandarsi se nella lotta politica non avessero ragione un po’ anche i militari. Moltissime delle persone che sono in giro ai posti di comando hanno fatto parte della dittatura militare; anche la Bachelet, in Cile, ha a che fare con ufficiali che fino all’altro giorno stavano con Pinochet, per cui non sempre c’è stato il miglioramento che pensavamo possibile Inoltre anche dove le sinistre sono andate al governo hanno dovuro rendersi conto che questo non significava avere tutto il potere, che ci sono delle briglie corte ai paesi del terzo mondo, il FMI li strattona, come comincia a fare, del resto, anche con l’Italia. Diana – Hai conosciuto direttamente don Milani? Ettore – No, perché ero convinto che odiasse tutti i giornalisti e avevo paura che mi trattasse malissimo. Da una lettera di don Milani a sua madre poi ho saputo che lui faceva seguire il concilio attraverso i miei articoli; allora ho scritto a sua madre, quando l’ho saputo, per scusarmi. Diana – E Romero? Scrivono di te che sei stato uno dei pochi ad averne trasmesso una vera immagine. Ettore – Dunque le cose sono andate in questo modo. Io non lo conoscevo, non ero mai stato nel Salvador, anche se sapevo cose sulla sua attività e il suo pensiero che mi commuovevano molto. A dieci anni dalla sua morte, nel 1990, una casa del popolo di Firenze mi invitò a parlare di lui. Io andai e alle due di notte ne stavamo parlando ancora: le persone erano sconvolte, sentivamo d avere bisogno di profeti, di uomini coraggiosi pronti a morire. Il mattino seguente mi chiamò padre Balducci, con cui eravamo grandi amici, per dirmi che aveva saputo del “successo” della serata e per chiedermi di scrivere una biografia di Romero per la sua editrice Culturea della pace,. Io rifiutai: primo, perché facevo il deputato e dunque non avevo il tempo per scrivere una biografia che richiedeva un impianto scientifico. Secondo,io non scrivevo mai di Paesi che non avevo visto, e non ero mai stato nel Salvador. Inoltre, anche se non glielo dissi, sono della Valcamonica , dunque un testone, e lui mi sembrava essere stato un po’ troppo imperatvo nella sua richiesta.. Solo che anche lui era testone, dal Monte Amiata, e quindi nel notiziario dell’editrice continuava a pubblicare: in preparazione, Oscar Romero, di Ettore Masina, lire 10 mila! Ma ecco che, improvviamente, nel gennaio del 1992, mi mandò a chiamare Nilde Iotti, la presidente della Camera. Aveva ricevuto una lettera dai democratici del Salvador che andavano verso l’armistizio col governo fascista e chiedevano che andasse laggiù qualche rappresentante dei parlamenti europei perché i fascisti sapessero che il processo di pace era controllato dall’Europa. La Iotti mi chiese di formare una delegazione e di andare a rappresentare il parlamento italiano. Io cercai di formare una delegazione, ma il 5 aprile c’erano le elezioni e dunque non trovai nessuno disponibile, per cui andai da solo. Arrivando come rappresentante della Camera, l’ambasciatore italiano mi chiese cosa avrei voluto vedere, a quali pranzi avrei voluto partecipare ecc, chi avrei voluto come invitato… Forse si aspettava che volessi vedere rappresentanti delle camere di commercio e simili, ma io dissi solo che mi interessava incontrare la gente di Romero. In questo modo ho potuto vedere luoghi e persone di quella bellissima storia e sono tornato indietro con 40 chili di documenti, domandandomi se un giorno o l’altro mi sarei messo a scrivere. Dopo pochi giorni, con le elezioni del 1992, non ero più deputato, non ero stato rieletto; sono tornato in Rai dove però mi hanno detto che non avevano per me non solo una stanza ma nemmeno una scrivania per cui potevo stare a casa ché se avessero avuto bisogno mi avrebbero chiamato, cosa che fecero una volta sola nel corso di 18 mesi, per un servizio su papa Giovanni.. Avevo dunque tempo per scrivere. Poi il 25 aprile morì Balducci e dunque non potevo più dirgli di no. Ci lavorai 8 mesi a tempo pieno.
Diana – Qual è il tuo più bel ricordo? Ettore – L’anno scorso è venuto qui a trovarci un gruppetto di brasiliani “guidati” da una persona di cui ci eravamo occupati nel 1972, quando era ancora una bambina. Janaina era figlia di due resistenti brasiliani che erano stati una notte prelevati dalla polizia a portati in caserma. Insieme a loro erano stati portati via anche i figli, Janaina, che aveva 7 anni e suo fratello, di 5. Questi due bambini in caserma si erano intrufolati in una stanza in cui avevano visto i propri genitori completamente sfigurati per le torture. Poi, mentre i genitori erano in carcere, erano stati affidati a un parente della madre che però era un fascista che li trattava malissimo e li picchiava. Dopo un anno e mezzo diverso tempo ci fu un’amnistia per cui tutta la famiglia si ricongiunse, ma oramai i due bambini avevano avuto dei traumi spaventosi; Janaina aveva allora scritto una poesia con una specie di ritornello che diceva “Fa tanto male voler bene agi altri”. Allora come Rete abbiamo diffuso questa lettera in tutta l’Italia come un vero e proprio documento sulle ferocia della dittatura militare brasiliana. E intanto siamo riusciti a garantire le cure psicanalitiche a questi due bambini e ai loro genitori. Trent’anni dopo , ecco Janaina a Roma. Da tanti anni non sapevamo più nulla di lei e invece lei e i suoi familiari non avevano smesso di pensare a noi e, venendo in Eropa ci hanno cercati e sono venuti a dirci grazie. Ci è sembrato bellissimo che la loro visita sia coincisa con il 50esimo anniversario del nostro matrimonio!
|