Comunità di San Paolo Fuori le Mura, CIPAX

SERATA IN RICORDO di Dom HELDER CAMARA

Roma, 23 settembre 2004

 

 

Luigi Sandri: Noi facciamo questa serata perché vogliamo bene a dom Helder, però c’è anche un piccolo motivo comunitario (se vogliamo etichettarlo così), perché il 9 giugno del 1973, l’allora abate di S. Paolo Giovanni Franzoni scrisse quella famosa lettera pastorale ‘La terra è di Dio’, che cominciava e terminava citando un documento del 6 maggio 1973 dei vescovi brasiliani del Nordest, e quindi anche di  dom Helder Camara, sulle drammatiche contraddizioni dell’America Latina e su come si poteva uscire dai loro problemi, ma anche dai nostri. E la lettera di Giovanni terminava sempre citando questo documento, diceva: “La speranza cristiana non ci permette di rimanere inerti aspettando passivamente il momento della restaurazione di tutte le cose (Rom. 8), ma esige una presenza indomita ed attiva, capace di provocare nella corrente della storia i segni della resurrezione. Fratelli, la parola di Gesù nel suo discorso escatologico è di una forza incomparabile per noi in quest’ora oscura ma anche carica di promesse. Prendete coraggio e levate il vostro sguardo, perché si avvicina l’ora della vostra liberazione”. Così finiva questa lettera che è costata a Giovanni la Basilica di S.Paolo fuori le Mura come abate.

Ebbene, anche per questa ragione noi amiamo dom Helder. L’abbiamo citato perché eravamo molto legati a lui e alla sua esperienza.

Per ricordare quella vita, quella esperienza, quella storia, cominciamo dando la parola al nostro caro Ettore, che di questo personaggio, e dell’America Latina in generale, si è occupato per tanti anni e con tanta grandezza di cuore.

 

 

Intervento di Ettore Masina

 

Quando devo parlare del Concilio mi viene sempre in mente un’esperienza che facevo da bambino. Allora ero un balilla. Alle grandi manifestazioni del regime nella cittadina in cui vivevo, Varese, veniva portato su una carrozzina a rotelle un vecchissimo garibaldino un po’ rintronato, come testimone del passato. Io mi sento un po’ quel garibaldino, quando vado a parlare del Concilio. Questa volta un po’ meno, perché vedo intorno a me tanti miei coetanei, oppure un po’ più giovani di me o molto più giovani di me, come Nicoletta, ma che hanno vissuto le mie stesse esperienze.

Parlare di dom Helder è praticamente impossibile in poco spazio, per fortuna abbiamo qui Marcelo Barros che poi ci dirà cose fondamentali. Quello che voglio raccontare io è come sono arrivato a conoscerlo, perché probabilmente per alcuni che sono qui fu un’esperienza comune.

Arrivarono in Concilio molti vescovi dell’America Latina. Ed era un fatto nuovissimo, perché nel Concilio precedente di vescovi dell’America Latina non ce n’erano; o meglio, ce n’era qualcuno, ma di nazionalità europea. Invece questa volta arrivavano i vescovi nati nel continente. Erano tanti, alcune centinaia, e venivano per parlare anche a nome dei loro popoli, introducendo nel Concilio non soltanto la teologia "ufficiale", dei grandi teologi – o dei manualisti, perché molti di quei vesovi erano stati educati a Roma nei pontifici istituti romani, quindi erano del tutto omogenei alla curia - ma  anche la teologia dei poveri. Io credo che in quel periodo sia nata, almeno indirettamente, la teologia della liberazione.

Tra quei vescovi ce n’era uno piccolino, brutto, bruttissimo – credo di aver visto poche persone brutte come dom Helder – che aveva questo nome curioso. Sui nomi brasiliani io un giorno o l’altro scriverò un trattato, perché ce ne sono a centinaia uno più bello dell’altro, che rivelano la creatività dei poveri. I poveri non hanno un avvenire da dare ai loro figli, ma gli danno almeno un nome straordinario. Questo vescovo si chiamava dom Helder. Che cosa diavolo voleva dire ‘Helder’? Andammo a domandarglielo.

Dom Helder un uomo molto gentile e molto affettuoso con noi giornalisti e subito ci raccontò che il padre aveva trovato una volta su un dizionario olandese – perché la famiglia Camara era di Fortaleza, una città che era stata soggetta al dominio degli olandesi – che Helder era il nome di un paesino di pescatori, ma era anche il nome di una sfumatura di blu: quando gli olandesi vogliono dire che un cielo è bello, dicono “è un cielo helder”. Ora, per chi ha conosciuto dom Helder viene spontaneo pensare che, mentre alcuni ecclesiastici sembra che si portino sulla testa una nuvoletta nera di frustrazioni, di collera, di profezie di sventura, sopra la testa di dom Helder c’era sempre uno spicchio di cielo, e di cielo sereno, nel quale attirava ciascuno di noi.

Sapemmo molto presto che Dom Helder aveva fondato una squadra di samaritani: poiché era  un uomo gentile, generoso, si era posto un problema che a molti di noi fece ridere. Il problema era che poiché la curia vaticana romana cominciava a sentirsi in minoranza (ahimè, per troppo poco tempo) questi poveri cardinali soffrivano enormemente. Allora dom Helder decise con alcuni amici di fare un gruppo di persone che andassero a consolare questi colleghi e ciascuno di loro si caricasse dell’amarezza di un curiale. Lui scelse il più difficile, il cardinale Ottaviani. Poi c’era Roger Schutz che aveva scelto il cardinale Parente e via via ce n' erano tanti altri, ma non sono più riuscito a rintracciare i miei appunti dell’epoca. Era certamente un esempio della sua grandezza d’animo.

Voglio ricordare come Clotilde ed io lo conoscemmo di persona. La nostra casa di Via Gregorio VII, nota ad alcuni di voi, era diventata a quell’epoca un centro di brasilianità, per tutta una serie di cause indirette - e più semplicemente perché io avevo conosciuto dei “compagnons” di Padre Paul Gauthier, brasiliani venuti a Roma che ci avevano introdotto nel Pio Collegio Brasileiro, dove i seminaristi brasiliani portavano a termine i loro studi. Un giorno questi ragazzi che ci frequentavano ci dissero: “Stasera dovete venire assolutamente da noi, perché viene un uomo straordinario, dom Helder Camara”, un grande vescovo appena diventato vescovo di Olinda e Recife.  Di lui sapevamo che prima dell’inizio del Concilio aveva scritto una lettera molto bella a Papa Giovanni XXIII per chiedergli di cedere il Vaticano all’UNESCO e di andare ad abitare in una borgata romana.

Sicché andammo. Né Clotilde né io capivamo allora il brasiliano (che adesso facciamo finta di comprendere), però si può dire che non avemmo bisogno di capire quello che lui diceva, perché dom Helder, aveva un modo di parlare straordinario. Aveva mani mobilissime che somigliavano a uccelli che si levano in volo, aveva una voce che marcava alcune sillabe con forza e aveva dei momenti in cui questa voce, che di solito era squillante, si abbassava di tono e sembrava proclamare un Vangelo eroico. Era posseduto da una forza interiore che lo faceva entrare in dialogo subito con tutti. Era il poliglotta più vario che io abbia mai conosciuto, credo che tra il pubblico che l’ascoltava noi potevamo dire, come negli Atti degli Apostoli, dopo la Pentecoste: “Siamo italiani e francesi, siamo spagnoli e portoghesi, siamo inglesi e americani, eppure ciascuno di noi lo capisce nella sua lingua, sentiamo nella nostra lingua annunciare le verità del regno di Dio”. Per questo dom Helder ebbe in quegli anni un pubblico assolutamente smisurato. A Rio de Janeiro, dove era stato ausiliare, era famoso per la sua capacità di talk-show: era infatti diventato una stella della radio con la sua predicazione e aveva organizzato immensi meeting paraliturgici addirittura negli stadi di calcio di Rio.

Ora era approdato a all'antica, bellissima diocesi di Olinda, a cui era accorpata anche quella più recente di Recife, una diocesi difficilissima per due ragioni fondamentali. La prima, che era la capitale una regione nordestina, quindi di enorme povertà. Ma forse questa è la cosa che meno stupiva dom Helder, perché anche lui era nato nel Nordest, nello Cearà, uno stato marcato da una siccità permanente. Ma era una diocesi difficilissima anche perché era estremamente vivace dal punto di vista della lotta alla dittatura brasiliana che si era appena istallata attraverso il tradimento dei generali. Dom Helder si mise immediatamente dalla parte del popolo, senza avere paura di quello che succedeva.

Sembra di parlare di secoli lontani, ma per molti di noi sono ancora vicinissimi, perché in quell’epoca la Chiesa brasiliana, non in tutte le sue parti, ma in alcune, sembrò la Chiesa degli Atti degli Apostoli e dell’Apocalisse.

Dom Helder divenne arcivescovo mentre le manifestazioni di massa, alle quali lui era così abituato a Rio de Janeiro, erano vietate dalla dittatura; anche parlare ad alta voce diventava molto pericoloso. Lui continuò a denunciare l’oppressione a cui erano sottoposti i poveri e le cause della miseria e per questo si trovò subito in assoluto contrasto con i militari e i loro ammiratori. Diventò famosa una sua frase che conoscono anche i giovani che sono qui: “Quando mi occupo dei poveri e li aiuto in qualche modo mi dicono che sono un santo, quando indico le cause della loro povertà e l’oppressione che subiscono dicono che sono un comunista”.

Dom Helder si ribellava alla tradizione ecclesiastica latinoamericana, che vedeva nella Chiesa e nel potere dei militari le colonne portanti dello stato. E quando gli furono spenti i microfoni, andò a cercarsi all’estero degli spazi di libertà, in Italia e un po’ in tutti i paesi cosiddetti democratici.

Nell’inverno del 1969, in un grande meeting nel Velodromo d’Inverno di Parigi, si alzò per dichiarare: “Nel mio paese si usa la tortura come tecnica di governo”. Era una sfida che lui lanciava al regime brasiliano, col quale tutti i paesi sviluppati mantenevano ottimi rapporti - anche l’Italia, naturalmente.

I generali decretarono allora la sua morte civile: il nome di dom Helder non comparve mai più in alcun mezzo di comunicazione. Ma l’apparato repressivo paramilitare fece di peggio. Un’ondata di violenza bestiale investì questo arcivescovo: un suo sacerdote, Dom Enrique Pereira Neto, fu fatto letteralmente a pezzi, i suoi collaboratori laici vennero sequestrati, torturati, non tornarono più a casa  oppure ci tornarono, per così dire, riciclati dalla paura. Fu arrestato il suo Vicario Generale per Olinda, che si chiama Dom Marcelo Carvalheira, adesso vescovo "emerito" di Paraiba, e fu carcerato nel più orrendo dei luoghi di tortura, la prigione Tiradentes di San Paolo, dove risuonavano in continuazione le urla dei seviziati.

Voglio ricordare con particolare calore questa vicenda, perché noi siamo diventati, in confronto a quello di cui stiamo parlando, delle persone fiacche, attente a non esporci troppo e i nostri vescovi sono diventati totalmente silenziosi. Marcelo Carvalheira non fu torturato perché tre cardinali andarono subito a dargli solidarietà nel carcere, ma dom Helder aveva saputo creare intorno a sé un coraggio e una capacità di martirio, se era necessario. Ricordo che nel 1970 dom Helder mandò a Roma dom Marcelo, che era appena stato scarcerato, per sottrarlo alle vendette di altri militari. Egli venne in casa nostra e celebrò con noi la Pasqua. Fu raggiunto da sua madre, una signora piccolina che era stata maestra elementare, una donna straordinaria. Quando  chiesi a questa signora: “Lei ha patito molto per suo figlio?” mi rispose: “Ci sono dei momenti in cui il posto dei cristiani è in carcere”. Questa era la gente che dom Helder sapeva educare.

Dom Helder continuò per 21 anni la sua strada. Dal Vaticano gli giungevano naturalmente inviti alla prudenza, ma lui, che pure era rispettosissimo dell’autorità papale, considerava molto più importante la fedeltà ai poveri, nei quali riconosceva il Cristo. Ne parlava nelle sue poesie di grande intensità (c’è un libro di sue poesie di cui ho fatto la prefazione, ma purtroppo non riesco più a trovarlo). In una delle sue poesie faceva parlare così Gesù: “Io sono il Cristo, sono nordestino, sono abitante del sertao (la steppa nordestina), sono operaio, militante". Cercava sempre di vivere in mezzo ai poveri”. Usava andare a mangiare in una osteria di Recife frequentata dai tassisti, che sono in Brasile i più poveri dei poveri, e diceva: “Così ho sempre in mano le notizie della città”.

Scrisse una poesia dal titolo ‘Differenza fondamentale’, che è un trattato di pastorale per vescovi. Dice: “Non basta che i poveri ti conoscano e ti chiamino per nome, è importante che tu li conosca, e ne sappia la storia e ne sappia il nome”.

E a proposito di certi richiami e paure scrisse ancora un’altra poesia: “La maggiore e più grave delle imprudenze è la propria prudenza, che si fida di sé, si trasforma in calcolo e prescinde dalle follie di Dio”.

In Concilio difese sempre, come priorità assoluta, la liberazione dei poveri, l’evangelizzazione degli emarginati, come compito primario della Chiesa. Cercò di opporsi in tutti i modi e dovunque a che la Chiesa fosse assimilata alle strutture mondane, per cui in Concilio si legò molto a quel gruppo conciliare detto “della Chiesa dei poveri”, 300 vescovi radunati intorno a Padre Paul Gauthier, che ebbero una grande importanza nell’elaborazione della Costituzione Conciliare  ‘Gaudium et Spes’.

Per dom Helder non c’erano dubbi: “"Deus nâo quer isso, nâo. No, Dio non vuole questo, no. Non vuole un mondo dilaniato dal contrasto tra l’eccesso di denaro e la fame fino alla morte, fra i piaceri senza amore e i dolori che si ribellano, tra i palazzi bene edificati e le baracche che cadono in rovina, tra quelli che comandano e quelli che piegano la schiena”.

Finché le forze fisiche lo ressero, dom Helder viaggiò in tutte le parti del mondo per mobilitare quelle che lui chiamava le “minoranze abramitiche”, cioè quelle capaci “di sperare contro ogni speranza e di nuotare controcorrente”. Con loro voleva costruire una pace che fosse festa dei poveri, e non la quiete velenosa dei pantani. “Per compiere la missione sacra di portare la pace”, disse, “volo in qualunque modo, in qualunque direzione, con il vento, contro il vento, con tutta la forza o senza forza alcuna, sino a cadere, sino a  morire”.

Pochi anni prima che dom Helder morisse, Clotilde ed io andammo a trovarlo portando con noi un gruppo di italiani che facevano un viaggio di studio in Brasile. Andammo a salutarlo nel convento in cui viveva, e che si chiamava, con un nome che era simbolico, “As Fronteiras”, “Le Frontiere”. Dom Helder sembrava essere diventato più piccolo. Mi ricordo che pensai a un uistitì. Gli uistitì sono delle scimmiette brasiliane minuscole, che spesso i giovinastri portano in un taschino della giacca e che cercano di vendere ai turisti. Esse tremano, hanno immensi occhi e un musino drammatico.

Assistemmo a una sua messa celebrata con grande trasporto. Poi scese dall'altare a darci la comunione. Mi ricordo che teneva la pisside vicino al cuore, come se fosse il suo bambino. Poi andammo nel patio del convento e lì ci fece una grande festa, ricordò alcuni incontri e disse che i nostri nomi erano tenuti in una ‘listinha’, una piccola lista, perché, disse, io perdo la memoria e allora posso estrarre questa lista al momento dell’offertorio e pregare per le persone che ho conosciuto”.

Ci chiese un regalo, ci disse che c’era una canzone italiana che gli piaceva tanto, potevamo fare il favore di cantargliela? Era “Quel mazzolin di fiori”. La cantammo con un groppo in gola e lui cantò con noi.

E intanto nel palazzo arcivescovile di Recife il suo successore, un certo dom Josè Cardoso Sobrinho, andava metodicamente distruggendo tutto quello che dom Helder aveva creato in difesa dei diritti umani, della sperimentazione liturgica, della preparazione dei sacerdoti alla pastorale popolare, delle comunità di base ecc. La diocesi era ormai un cimitero di idee e di sensibilità. Il giorno prima della nostra visita Cardoso aveva fatto telefonare a dom Helder per proibirgli di concedere interviste.

Credo però che tradirei lo spirito di dom Helder se finissi con una nota di amarezza. Userò dunque un’altra sua poesia dal titolo: “Grazie Signore”. Dice: “Quando sentirai il tonfo di un frutto maturo che cade al suolo loda Dio, in nome delle vite piene, dei frutti ormai da raccogliere, dei destini giunti a compimento”.

Così riposa dom Helder.

 

Luigi Sandri: Grazie della tua passione, di questi ricordi che ci hanno portato una persona viva, quasi l’avessimo conosciuto qui in comunità o comunque a Roma. Grazie anche per tutto ciò che hai fatto in tante altre situazioni.