Un castello per la pace
Jesus, luglio 2005
Sono nato, e ne sono orgoglioso, benché ovviamente non sia merito mio, in un paese della Valcamonica. Il suo nome è Breno e la mia è gente di grandi faticatori in campetti arrembati sulle pendici dei monti, di minatori, di mandriani e delle loro donne coraggiose, di alpini e di camicie nere della "Leonesssa" i cui nomi stanno a centinaia sui piccoli monumenti ai caduti; e anche di intellettuali (laici o sacerdoti) che ne coltivano con amore la storia. Essa, la storia della Valcamonica, è infatti meravigliosa. Diecimila e forse più anni fa esistevano già i camuni, un popolo che incise religiosamente grandi pareti di arenaria e massi erratici, lasciando una fantasmagorica testimonianza collettiva di cavalieri, di duellanti, di labirinti , di mostri, di greggi di capre, di cervi, di misteriose divinità, Secondo gli antropologi, si ritrovano in Valcamonica le prime immagini di un amplesso umano, di un carro, di un aratro trainato da buoi, di una muta di cani… Lo stemma della Lombardia è un'incisione rupestre chiamata "rosa camuna".
Così fiera fu la gente camuna che a una strettoia della Valle, proprio davanti al mio paese, fu costretta ad arrestarsi a lungo la marcia degli invasori romani. Breno, allora, divenne una specie (ma drammaticamente reale) del villaggio gallico di Asterix; e le legioni poterono proseguire la loro marcia soltanto dopo avere firmato un trattato di pace con il re dei Camuni.
Ripenso a queste vicende quando sul pratone di Pontida si riuniscono gli adoratori di Bossi, miei "cugini di celtitudine". Essi hanno scelto soltanto una parte della nostra storia, quella del villaggio; ma dimenticano che dai nostri paesi uscirono poi, a migliaia, persone che, di propria volontà o costrette dalla povertà, percorsero le vie del mondo. Pietro Gaioncelli, di Sonico, per esempio, fu tra i conquistadores del Guatemala, ma invece che oro riportò in valle la sconvolgente ricchezza del mais; centinaia di camuni andarono a morire nelle guerre del XIX secolo in Russia, in Abissinia, luoghi neppure mai immaginati. Il primo conflitto "mondiale" fu combattuto ai confini della Valle e nessun villaggio potè impedirlo. In tutto il mondo in cui ho viaggiato non ho mai visitato una miniera o un cantiere in cui si costruisse una diga senza trovarvi un camuno. (Breno fu a lungo il comune italiano con la maggiore percentuale di silicotici).
Nel villaggio di Asterix nessun estraneo può penetrare. Nella realtà la storia non accetta limiti né confini. Pensare che possa essere diverso è nanismo culturale. Ricordo una sera a Boario Terme. La proprietaria di un albergo, visti i miei documenti, annunziò a gran voce agli astanti, in dialetto: "È dei nostri". Risposi garbatamente: "Piano, signora, piano. I miei finiscono al Ponte della Madonna" (che è uno dei confini di Breno), Mi guardò sbigottita, senza capire che usavo la sua logica.
Mi piacerebbe proporre (benché senza speranze) che una riunione della Lega si svolgesse nel castello di Breno. Per migliaia di anni luogo fortificato, nel 1566 il Municipio brenese, convinto che le guerre erano finite per sempre, lo acquistò dalla Repubblica veneta per riempirne di terra gli spalti e trasformarlo in una miriade di orti e di vigneti e in luogo di allegre scampagnate. L’utopia di quegli Anziani era purtroppo destinata a infrangersi ma è in luoghi come il Castello del mio paese che va rintracciata la storia degli italiani assetati di pace.