Ingrao: omaggio a un vecchio testardo
(in margine a “Volevo la luna”)
Ottobre 2006
Tre parole ricorrono quasi ad ogni pagina nell'autobiografia di Ingrao: “rito” (o “rituale”), “aspro” e (un po' più raramente) “mescolanza” (o anche – orribile! – “meschianza”). Certamente non si tratta di povertà lessicale: Pietro, come tutti sappiamo, è poeta di grande forza espressiva. Credo piuttosto che quelle tre parole siano come le orme lasciate sulla neve da un viandante coraggioso: che ne segnalano, a chi viene poi, il percorso, le difficoltà, i limiti ma anche l'ostinato procedere. Testimone di una lunga vita vissuta con inesausta generosità al servizio, come ha detto recentemente, di “un proletariato schiacciato sotto le scarpe da un gruppo di padroni”, Ingrao ha visto tutti i “riti” più o meno securizzanti del ‘900 (da quelli dell'ipocrita perbenismo borghese a quelli delle liturgie sovietiche, goffe quando non peggio) crollare nel ridicolo o nel sangue per una serie di tacite o furiose “mescolanze” di eventi: sgretolamenti di poteri e nascita di più crudeli oppressioni, ribollenti mutamenti di costumi e credenze, insurrezioni di miseri, guerre radicalmente fratricide, libertà conquistate e perdute, capacità di riorganizzare il pianeta e, quella capacità, prostituita sino a creare centri (”si potrebbe dire città”) “in cui l‘assassinare si compiva in modo concentrato”, progressi tecnologici inediti e quasi incredibili nel primo ‘900 (l'uomo nel cosmo!) e una tecnica lucidamente impazzita sino a produrre la peste atomica.
La vastità planetaria e la contemporaneità di questi rivolgimenti portavano con loro un'asprezza di sfide, di dolori, di inganni, di spinte alla fuga, al silenzio vile, all'incapacità di pensare e di volere; e aspre erano le speranze e le lotte. C'è nelle pagine di Ingrao ben più di un'eco del Brecht di “A coloro che verranno”:
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe
Attraverso le guerre di classe, disperati
Quando solo ingiustizia c'era ...
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Tanto più impressionante è questa vicenda perché essa comincia con l'immagine di un “giovane di buona famiglia”, innamorato della musica e desideroso di diventare regista cinematografico, il quale, per necessità interiore di battersi per la libertà degli oppressi, sceglie la strada della Resistenza e dunque della clandestinità. Non so quanti giovani e con quali sentimenti leggeranno queste pagine; a me, di tredici anni meno vecchio di Ingrao, appaiono le cronache di uno straordinario apprendistato di partigianato che alcuni, non pochi, a quell'epoca seppero imporsi: la capanna calabrese infestata di enormi topi, la locanda sperduta nelle nevi della Bassa lombarda, le case la cui porta può essere abbattuta dall'orrore di una cieca ferocia sono condizioni concrete di vita assai più che simboli...
Dal crogiolo della Resistenza all'asprezza di una lotta politica inquinata dai veleni della guerra fredda, l'ideologia vissuta con passione ma anche con crescente infoltirsi di perplessità che lo scontro fra fazioni mondiali non consentiva di esaminare sino in fondo, le grandi lotte contadine e operaie, le piazze insanguinate da un ottuso potere centrale, mai davvero epurato dalle scorie del fascismo, le tragedie planetarie dello stalinismo, dell'Ungheria, della Polonia, della Germania Orientale... tale (così aspra!) è stata l'epoca storica in cui Ingrao è vissuto, in un ribollire di passioni che non si è ancora acquietato, al punto che egli è giudice aspro dei suoi errori; come non si è mai sbiadito l'amore da cui Pietro trasse forza e luce: quello per la gente umile e coraggiosa insorta, spesso disperatamente, per il proprio riscatto, l'amore per la famiglia d'origine e per quella da lui fondata, con quella donna meravigliosa che fu la sua Laura Lombardo Radice, alla quale sono dedicate pagine toccanti, pur nello scabro pudore del racconto.
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Una vita di lotte popolari, di dubbi, di disciplina quasi ascetica, di errori non perdonati a se stesso, persino con eccessiva durezza; di incontri con Grandi Personaggi: Mao e Che Guevara, Kim Il-sung e Krusciov ma anche Luigi Nono e Aldo Capitini ed Ernesto Balducci; e, in “Volevo la luna”, un lunghissimo elenco di compagni di militanza, dai nomi famosi o colti nel loro splendido anonimato, poiché Ingrao ha sempre fatto dell'amicizia una forza vitale. (Perchè tacerlo? Di questa sua qualità ho goduto anch'io. Nel 1992 ero impegnato nella mia terza campagna elettorale, nella circoscrizione Padova Verona Vicenza Rovigo. A pochi giorni dal voto capivo bene che la miopia politica di quelle federazioni del PDS, terrorizzate dall'idea di perdere uno dei “loro”, non mi concedeva possibilità di elezione; ma io non volevo tradire la generosa solidarietà di tanti amici ed amiche e non abbandonavo i miei sforzi, i quali, oltre a tutto miravano a un risultato politico ben più importante della mia permanenza in parlamento. Ed ecco una mattina una telefonata da Ingrao: “Vuoi che venga alla manifestazione di chiusura della tua campagna elettorale?”. Pietro aveva già passato i 75 anni, nel Nord la stagione era inclemente e lui sapeva benissimo che io non avevo speranze. Venne, tuttavia; e mi sostenne a Vicenza, con un discorso indimenticabile, almeno per me).
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Il libro di Ingrao è una nitida rievocazione storica di cinquant'anni di vita politica italiana: le bassezze di un'Italietta astuta e trafficona, le gelide furie di Togliatti, i veleni di Botteghe Oscure, l'eroismo dei militanti, il clientelismo democristiano; la svendita della sovranità nazionale all'impero USA; l'insensata violenza delle scomuniche vaticane e il sorriso di papa Giovanni... Uno straordinario arazzo che raffigura, con qualche somiglianza al quadro del Botticelli, la nascita della democrazia italiana, vestita con lo stupendo abito della Costituzione, ma a piedi nudi sulla fragile conchiglia della Resistenza, corrosa da poteri occulti: e la conchiglia, a sua volta, oscillante sul mare in tempesta del bipolarismo militare e ideologico, con la follìa della corsa agli armamenti, e assassinate o ferite le speranze del Terzo Mondo appena uscito dal colonialismo.
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L'autobiografia di Ingrao - questo “comunista della libertà”, com'è stato efficacemente definito – termina al compimento del 75.mo anno, quasi gli avvenimenti che seguirono avessero nel pensiero di Pietro echi troppo profondi, sentimenti non ancora ricomposti. E' una scelta che addolora molte e molti di noi che non appartennero al suo partito ma colsero in Ingrao , e proprio in quegli anni, il testimone di un comunismo del volto umano, il maestro della necessità di continuare testardamente a lottare per un mondo più giusto, l'implacabile accusatore della sanguinosa e turpe idiozia delle guerre. L'uomo che non aveva mai voluto essere un leader ma che, alla base del PCI, era il più amato dei dirigenti e che Botteghe Oscure aveva portato alla presidenza della Camera, tornato nell'emiciclo, non ebbe più remore nel differenziarsi dal vecchio partito dei lavoratori diventato PDS, scolorite dalla Bolognina le bandiere che avevano radunato tanti operai e braccianti e piccola gente che voleva pane e dignità. Rimarrà nella storia parlamentare italiana il suo intervento contro l'arrogante cecità imperiale della prima Guerra del Golfo; rimarranno nella storia del movimento popolare della pace le presenze di questo patriarca in grandi assise di giovani, nelle fatiche dei cortei, il suo pugno levato (anche pochi giorni fa, a “Che-tempo-che-fa”) quasi a salutare la memoria di compagni e compagne che accanto a lui lottarono perchè paesi, rioni e immensi continenti vedessero finalmente il momento in cui “l'uomo all'uomo sia aiuto”. E lui chiede - “in collera”, dice -: dov'è la pace? E lui chiede, con amore, come in una sua poesia: “Insieme uniamo le mani” .